lunedì 7 maggio 2012

1 Maggio. Non è stata una festa. III parte


Come reagire alla caduta dei redditi di lavoratori e pensionati.
Per andare all’origine di questo fenomeno drammatico in cui si riassume il declino del nostro paese: come è potuto succedere?
Nelle due puntate precedenti si sono passate in rassegna le risposte correnti a questa domanda ma ci si è anche chiesti se i sindacati potevano fare di più. Se non aver attuato la Costituzione (art. 39) su rappresentanza e unità non abbia comportato un prezzo troppo alto. E se la rottura odierna attorno al rapporto con la politica non abbia contribuito a deprimere il potere contrattuale.
In questa ultima puntata si passa a un terreno concreto. Quello della difesa dei lavoratori precari. Per esaminare le ragioni di una iniziativa del tutto inconcludente.
E per immaginare un’alternativa. Possibile.

I REDDITI DEI LAVORATORI SCENDONO INESORABILMENTE. CHE C’E’ DA FESTEGGIARE IL PRIMO MAGGIO?

Concludiamo con questa terza puntata il discorso sulla perdita progressiva di potere di acquisto dei redditi dei lavoratori e dei pensionati.

Nelle precedenti puntate ho lamentato che non ci si domandi – almeno, non quanto sarebbe necessario di fronte a una tragedia sociale di questa portata - come sia potuto succedere ed ho passato in rassegna le spiegazioni che vengono date comunemente: la globalizzazione (lo squilibrio tra il potere della grande finanza, globale, e le politiche nazionali ovvero, secondo altri, il livellamento dei redditi da lavoro - per una sorta di legge dei vasi comunicanti nel mercato globale - tra paesi ricchi e paesi emergenti); la destra radicale al governo su scala nazionale (e europea) e la sua politica classista contro i lavoratori per caricare sulle loro spalle il peso della competizione globale; la debolezza dell’opposizione; l’egoismo corporativo delle rappresentanze imprenditoriali.
Ho poi sostenuto che non ci si può accontentare di queste risposte senza chiedersi anche se i sindacati abbiano fatto tutto il possibile per impedire questa deriva (se non altro, per portare gli imprenditori a giocare un altro ruolo).
Ho quindi affrontato, nella seconda puntata, il tema della perdita di potere contrattuale dei sindacati in relazione alla mancata attuazione della Costituzione (articolo 39) quanto a regolazione della rappresentanza e unità, con la conseguente assenza nel nostro ordinamento di un riconoscimento formale della validità erga omnes dei contratti. Cosicché attualmente chiunque, una volta costituitosi come sindacato, può stipulare accordi con le controparti a prescindere dal suo peso organizzato e dalla sua rappresentatività, laddove la Costituzione richiedeva che “fossero rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti” come condizione perché i contratti collettivi di lavoro da loro stipulati avessero “efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.”
In particolare, essendo assai complessa la storia della mancata attuazione di questo articolo della Costituzione, mi sono limitato a ricordare come, in un tempo più recente, sia stata accantonata perfino la soluzione con cui si erano congelati i rapporti tra i sindacati, riassunta nella formula dell’unità d’azione, che pure aveva retto all’onda d’urto della vicenda scala mobile, passando ad una rottura aperta (con qualche timido segnale di riavvicinamento solo negli ultimi mesi, contro il governo Monti).
Ho infine rimarcato che le ragioni della rottura riguardano l’interpretazione del ruolo del sindacato nei rapporti con le istituzioni e con le forze politiche. Dunque, un tema che dovrebbe appartenere alla tattica, mentre ha avuto il sopravvento sul fine strategico, la tutela degli interessi dei lavoratori. Non a caso, anziché marciare divisi per colpire uniti (come potrebbe avvenire se si trattasse di una rottura tattica), perfino quando sembrano marciare uniti, sono pronti a dividersi nel momento cruciale, quello in cui sono chiamati a colpire.

LA DIFESA DEI LAVORATORI PRECARI. TEMA CENTRALE, INIZIATIVA INCONCLUDENTE

In questa parte conclusiva mi sono ripromesso di approfondire un tema specifico per tentare di calare il ragionamento svolto fin qui in un contesto più concreto: la difesa dei lavoratori precari. Non solo perché è comunemente assunto come tema centrale ma anche perché, a mio parere, vi si può ritrovare un bandolo della matassa aggrovigliata di cui stiamo parlando. Quasi un riassunto, un concentrato in cui si specchia la situazione nel suo assieme.  
Parto dal presupposto, già enunciato nel post precedente, che non si debba commettere l’errore di pensare che la strada della difesa dei più deboli passi per una minore tutela dei più forti. Viceversa i più forti devono assumere con grande decisione la causa dei non tutelati e rimboccarsi le maniche per dar loro tutto il sostegno di cui hanno bisogno, altrimenti la loro debolezza, crescendo, minerà alla radice anche le loro posizioni attuali, come di fatto sta avvenendo.

E’ diffusa, nella cultura e nella pratica sindacale, questa convinzione? E’ ben radicata? Direi di no. Nella mia (alquanto lunghetta) esperienza sindacale mi sono trovato fin troppe volte a dover vincere una resistenza tenace, a cui corrispondeva un pregiudizio culturale molto tenace, su questo tema.
Non parlo della necessità di organizzare i disoccupati, difficili da intercettare. Certo, guardando le serie storiche del tesseramento ci si rende conto però di quanto debole sia lo sforzo in questa direzione. A questo riguardo, tuttavia, quella che colpisce è l’assenza assoluta di esempi di iniziativa generale, ampia, convinta, propositiva, dopo la stagione del Patto per il Lavoro con cui Di Vittorio inaugurò il nuovo corso del sindacalismo CGIL dopo la guerra.
Ma al di là del tema, più impegnativo, dei disoccupati, qui mi riferisco alle resistenze che ho incontrato ogni qualvolta si trattava di organizzare i precari, quelli impegnati all’interno stesso del posto di lavoro. C’è stata spesso da vincere una battaglia. Non potete immaginare quante volte mi sono sentito dire: “Non è il caso di dar loro la tessera, ‘ché potrebbero considerarla come una sorta di impegno per l’assunzione”. Paradossale, no?
Ebbene, credo proprio di poter dire che verso questa cultura, questa diffidenza, c’è stata come minimo condiscendenza da parte delle strutture sindacali di base ma anche disattenzione delle confederazioni, territoriali e nazionali.
Parlo, per esperienza diretta, della CGIL (ma le altre sigle hanno di che interrogarsi sugli errori commessi). Potrei portare un gran numero di esempi ma mi limito a citare solo il terremoto che ha sconquassato il mondo della sanità dall’inizio degli anni Novanta. Allora, quando doveva crescere negli ospedali l’offerta sia di servizi qualificati da parte di personale infermieristico sia di servizi “alberghieri”, senza far lievitare i costi, si è by-passato il vincolo contrattuale, relativamente oneroso, con un’invasione di cooperative sociali, il cui personale era sottopagato e soggetto al ricatto dei licenziamenti (con un tasso di sindacalizzazione, inevitabilmente, molto più basso). Ma non ne hanno pagato le conseguenze anche i dipendenti pubblici?

UN CASO CONCRETO. UN’ASSOCIAZIONE DI LAVORATORI PRECARI.

Le cose non sono cambiate negli ultimi anni. E’ stata forse adottata un’altra politica da quando la precarietà è diventata il centro di ogni discorso sul lavoro? Non credo. Per andare ancor più su un terreno concreto porto un esempio molto recente. Riguarda la vicenda della riforma del lavoro.
Prendo spunto dall’attività di un’associazione - si chiama “XX maggio-flessibilità sicura” - che si è costituita dal 2007 all’interno del Forum Lavoro del PD, con l’obiettivo di combattere la precarietà e di affermare una civiltà delle condizioni di lavoro anche nei contesti più flessibili.
Ha un sito Internet, promuove iniziative varie (convegni, manifestazioni, pubblicazioni) è presieduta da un “sindacalista di lungo corso” CGIL, oggi Consigliere presso il CNEL (Aldo Amoretti, già segretario generale dei tessili, del commercio) e annovera tra gli animatori più attivi un altro sindacalista, attivo presso il Dipartimento economico del Centro confederale (Davide Imola).
Per il tramite del Forum Lavoro questa Associazione ha indirizzato al Gruppo PD in Commissione Lavoro del Senato (che ha il compito di esaminare gli emendamenti) una serie di proposte di modifica del testo del Governo. Riguardano, in sintesi, l’introduzione di vincoli di qualifica (escludere tutte le mansioni esecutive) e di minimi salariali, cioè della contrattazione collettiva.
Vi è previsto un meccanismo di garanzia per ottenere questo risultato in modo certo e stabile: l’aumento delle aliquote contributive già previsto dalla riforma (buona idea, a condizione che il maggiore onere non si scarichi sui compensi) scatta solo dopo che un accordo collettivo avrà fissato i minimi salariali, con un tempo limite per raggiungerlo, passato il quale interviene il potere sostitutivo del Ministero del Lavoro.
Altri emendamenti riguardano l’estensione anche a questa categoria dei nuovi ammortizzatori sociali (Aspi) e dell’indennità di disoccupazione, l’allargamento della platea interessata, l’apprendistato, il trattamento di maternità per parasubordinati e autonomi, la mutualità integrativa per gli autonomi.
Che fine faranno questi emendamenti? Non so dirlo, non credo avranno vita facile. Ma quale mobilitazione fornirà il sostegno necessario? Quella di partito ha le caratteristiche (e i limiti) che sappiamo, l’Associazione potrà mettercela tutta ma sarà pur sempre una campagna di opinione. E i sindacati?

La CGIL, basta aprire la home page del sito per verificarlo, pone al centro in questi giorni proprio la preparazione della giornata nazionale di lotta contro la precarietà. Ottimo. Dunque si potrebbe immaginare che le strutture CGIL si stiano attrezzando per affrontare nei luoghi di lavoro una giornata di mobilitazione e di apertura di vertenze.
La mobilitazione dovrebbe servire per sostenere le modifiche al DDL sul lavoro. Se la si porta nei luoghi di lavoro si può intrecciare con un’iniziativa diretta, sul campo, per puntare a raggiungere accordi sul trattamento salariale dei parasubordinati. Tanto più dove questi sono impegnati a fianco dei lavoratori dipendenti e magari sono anche tesserati CGIL (vi sono posti di lavoro dove si sono fatti passi avanti rispetto alle chiusure che ho ricordato sopra).
Ma è così che sta andando? L’agenda delle iniziative preparatorie, fitta (se ne contano in questo momento un centinaio) prevede volantinaggi, presidi, assemblee comunali, qualche sciopero di zona (su vertenze territoriali generali). Le assemblee di luogo di lavoro sono una mezza dozzina, in due casi con sciopero (si può immaginare che la vertenza riguardi il lavoro precario). E’ anche questa, dunque, prevalentemente una campagna di opinione. Serve a sostenere una proposta politica. Ha lo stesso carattere della mobilitazione che può mettere in piedi l’Associazione XX maggio, sia pure con l’estensione e la capacità organizzativa di cui è capace una grande Confederazione sindacale.

Non è il solo limite. C’è un altro (piccolo?) particolare. La campagna non sostiene alcuna proposta specifica, concreta. Contiene solo una critica, radicale, dura, inflessibile, a tutto ciò che non va del DDL lavoro.
Direte, va bene lo stesso, anche se non serve a supportare una campagna su proposte precise e concrete, va nella stessa direzione. Però … c’è anche qui un però. Prendete allora il testo del documento CGIL di critica al DDL lavoro e esaminate le parti dedicate al lavoro precario, alla parasubordinazione. Le sei righe dedicate all’argomento definiscono l’obiettivo del DDL Fornero “lodevole” in quanto segna un’”inversione di tendenza apprezzabile” e tuttavia considera le misure previste “insufficienti”. E si porta come esempio proprio il fatto che “manca un vincolo ad un livello di reddito al di sotto del quale sia impossibile attivare le collaborazioni”. Si badi bene: non si indica l’esigenza di un minimo contrattato ma si richiede un minimo legale, per evitare “il rischio che l'aumento contributivo, giusto, si scarichi sui compensi dei collaboratori”. Conclusione, la critica dura (ad esempio sugli esodati) si ammorbidisce molto su questo tema.
Ho dato un quadro parziale? Chi fosse interessato può provare ad allargare lo sguardo ad altre iniziative in ambito CGIL. Visitare il sito di Nidil, che è l’organizzazione di categoria degli “atipici”, che raccoglie gli interinali e i parasubordinati. O quello dei Giovani CGIL organizzati attorno alla campagna “NON + DISPOSTI A TUTTO” e in particolare la loro piattaforma contro la precarietà. Una campagna dello scorso anno che non ha però avuto seguito. La sola traccia recente lasciata dai Giovani CGIL è il documento a loro firma “tutte le bugie sulla riforma del lavoro” completato da una guida alla riforma. Il quadro insomma non cambia.

TROPPO DIFFICILE TUTELARE IL LAVORO FRANTUMATO E INDIVIDUALIZZATO? UN ALIBI TROPPO COMODO

Spero che risulti chiaro il senso di questa parte conclusiva dedicata al sindacato (alla CGIL, con più precisione). Se a fatica si sta facendo qualche passo avanti per organizzare anche il lavoro precario, non si dà tuttavia un seguito allo sforzo organizzativo. Non sul piano dell’attivazione di vertenze strettamente sindacali per tutelare redditi e condizioni di lavoro nelle situazioni specifiche, concrete. Ma neanche su quello della individuazione di obiettivi politici, che richiederebbero quindi percorsi e strategie rivolte verso le istituzioni.
Anzi, si tengono rigorosamente le distanze da chi tiene rapporti all’interno dell’ambito istituzionale. Anche quando si tratta, come nel caso dell’Associazione XX maggio, di volti appartenenti all’album di famiglia. Non troverete una sola citazione di quell’Associazione in tutto il portale della CGIL.
Autonomia del sindacato dai partiti? Non scherziamo.

Non è facile, sento dire a discolpa. Il sindacato è per sua natura organizzazione di massa, non può farsi portatore che degli interessi comuni ai grandi numeri. Se il lavoro si frantuma e si individualizza, entra in difficoltà.
Non è anche questa una risposta facile? Che fa da alibi per non ricercare soluzioni difficili ma possibili?
Si provi a pensare questo: i grandi numeri premono per contratti collettivi da grandi numeri, quindi standardizzati, quindi regolati all’interno del quadro grande (“macro”) dell’economia. Per intenderci, per i grandi numeri ci vuole un accordo interconfederale (come quello con Ciampi nel ’93) che però, questo il suo difetto, finisce per essere, oltre che necessario, sufficiente. Fatto quello, quale altro compito spetta al sindacato? Il contratto nazionale si fa con la calcolatrice da tavolo applicando formule matematiche. Il conflitto distributivo finisce lì, il resto è, per dirla un po’ brutalmente, sceneggiata.
Paradossalmente, il sindacato si è salvato proprio grazie all’individualizzazione. Non fa più contratti collettivi, su quel piano fa solo grandi accordi di concertazione, però serve ai lavoratori e ai pensionati. Serve in quanto dà loro servizi. Individuali. Supplisce all’inefficienza dei front-office di Agenzia delle Entrate e INPS. Caso unico al mondo.
Siamo sicuri che lo sforzo organizzativo che serve per dare risposte agli individui precari, che non sono grandi numeri, sia davvero maggiore di quello messo in piedi per allestire Patronati e CAF? Serve però pensiero strategico.
Infine. Alla rinuncia a rappresentare i precari perché dispersi e frantumati fa riscontro (già da molto più tempo) quella a rappresentare le professioni (quelle con rapporto di subordinazione, intendo), le competenze elevate, gli specialisti. E poi le particolarità territoriali. E poi il merito.
Pensate davvero che l’idea di un contratto nazionale sia stata meno rivoluzionaria nel tempo in cui le paghe (settimanali) venivano considerate un compenso “ad personam” perfino nello stesso stabilimento, negozio, ufficio?

Fermiamoci qui. In definitiva, se ai partiti non può spettare il ruolo di farsi portatori di interessi particolari e di organizzare i soggetti che li esprimono, perché a loro spetta quello della sintesi e della mediazione. Se tuttavia proprio sul terreno della tutela degli interessi il sindacato ha ceduto spazi enormi andando ad occupare – impropriamente – quello della mobilitazione su temi generali. E se questa mobilitazione si dimostra inconcludente, proprio perché disconnessa – volutamente – dai soggetti politici, cui istituzionalmente spetta anche, in una democrazia ordinata, la “finalizzazione”, il fare gol, portando all’approvazione leggi di portata generale. Se tutto ciò si verifica, che conclusione dobbiamo trarne?
Che quegli interessi non riescono a trovare tutela, non hanno risposte.
Né dai partiti, perché mancano loro le gambe, né dai sindacati, portatori degli interessi specifici, perché manca loro la testa, non avendo cittadinanza nelle istituzioni. Mentre hanno rinunciato a usare le gambe, che sono robuste e potrebbero sferrare qualche calcione. Non al vento. Al bersaglio.
Interessi privi di tutela. Di questo parla, a me sembra, anche l’apologo che ho raccontato e da cui ho preso spunto come esempio. Vedremo come andrà a finire con la vicenda riforma-lavoro. Personalmente vedo un finale già scritto, già visto. Con qualche novità positiva ma con tante aspettative deluse.

UN ALTRO PRIMO MAGGIO?

E se il primo maggio, anziché festeggiare a casa di uno dei tre leader confederali (per chi si fosse domandato come mai la scelta di celebrarlo a Rieti, è da lì che viene Angeletti: a Chieti o a Milano l’anno prossimo?) lo avessimo invece scelto come data proprio per indire la giornata nazionale di lotta (unitaria) alla precarietà? Magari, avremmo potuto usarla per portare in ogni casa una piattaforma concreta di modifiche al DDL lavoro (quattro o cinque, non mille, ma pesanti!). E, se non è fantascienza, per lanciare una vertenza nazionale, da riprodurre in ogni luogo di lavoro dove convivano dipendenti e atipici, per l’estensione del salario minimo contrattuale agli atipici.
Non avremmo forse portato un granellino a favore di una crescita, piccola forse ma di grande significato per il futuro, dei redditi da lavoro in un Paese angosciato dalla povertà di chi lavora?
Può darsi che stia prospettando cose fuori dal mondo. Sarei felice se me lo si spiegasse. E’ un commento che chiedo, ai miei trenta lettori.

mercoledì 2 maggio 2012

1 Maggio. Per il lavoro non è stata una festa (2)


Come reagire alla caduta dei redditi di lavoratori e pensionati.
Occorre andare all’origine di questo fenomeno drammatico in cui si riassume il declino del nostro paese: come è potuto succedere?
Nella I parte si sono passate in rassegna le risposte correnti a questa domanda.
La globalizzazione. Lo strapotere della finanza. L’estrema destra al governo. L’opposizione debole e divisa. L’egoismo degli imprenditori.

In questa seconda parte tentiamo di andare oltre quelle risposte, facili e qualche volta di comodo. Proviamo a domandarci se i sindacati potevano fare di più.
Rappresentanza. Unità. Partiamo da questo binomio, posto al centro dell’articolo 39 della Costituzione. Questo articolo non è mai stato attuato. Sono ancora attuali le ragioni che hanno portato a questa scelta? Quali prezzi ha comportato e comporta tuttora?

I REDDITI DEI LAVORATORI SCENDONO INESORABILMENTE. CHE C’E’ DA FESTEGGIARE IL PRIMO MAGGIO?

Riprendiamo in questa seconda parte il discorso sulla perdita progressiva di potere di acquisto dei redditi dei lavoratori e dei pensionati. Andiamo avanti ad interrogarci su come sia potuto succedere.

Nella prima parte abbiamo passato in rassegna le spiegazioni che vengono date comunemente.
-         La globalizzazione, invocata da due punti di vista: 1) per un deficit di democrazia e di sovranità popolare indotto dalla capacità dei grandi poteri finanziari di sfuggire ai vincoli della politica nazionale e di agire su scala globale 2) per una sorta di teoria dei vasi comunicanti secondo cui cadute le frontiere tra i mercati dei lavoro è in atto una sorta di livellamento che porta i redditi dei paesi più ricchi ad avvicinarsi in discesa verso quelli, in crescita, dei paesi emergenti.
-         La politica nazionale, che ha visto emergere, e prevalere negli ultimi venti anni, una destra radicale che ha adottato una politica classista contro i lavoratori per caricare sulle loro spalle il peso della competizione globale.
-         La debolezza dell’opposizione che non ha saputo attrezzare una risposta efficace e credibile a questa strategia.
-         La scelta corporativa ed egoistica delle rappresentanze imprenditoriali che hanno promosso e sostenuto la svolta autoritaria e classista emarginando e mettendo a tacere quella parte, rivelatasi minoritaria, che si era attrezzata per affrontare la competizione puntando sulla qualità dei prodotti e dei processi anziché sulla compressione dei salari: una scelta miope che ha via via impoverito il ceto medio, allargando la quota di meno abbienti, con l’effetto, oltre che di aumentare le disuguaglianze e rendere sempre più intollerabile l’ingiustizia sul piano sociale, di deprimere la domanda interna, condannando così il paese, sul piano economico, a una lunga fase di recessione da cui non si vede ancora una via d’uscita.

PARLIAMO DEI SINDACATI. POTEVANO FARE DI PIU’ PER DIFENDERE I REDDITI DEI LAVORATORI?

Ci siamo infine chiesti se un giudizio analogo a quello dato per l’opposizione politica, che non è riuscita ad attrezzare un’alternativa credibile alla destra classista, non debba valere anche per i sindacati che non hanno impedito che la deriva corporativa ed egoistica prendesse il sopravvento tra gli imprenditori.
Perché, questo è ciò che dà da pensare, di fronte alla triste realtà che viene posta sotto i nostri occhi, ogni giorno che passa, implacabilmente, della progressiva caduta del reddito dei lavoratori, ci si dovrebbe aspettare che qualche leader sindacale si ponga questa domanda e con severità e rigore si ponga questo problema. Che non si accontenti di spiegare, di nuovo, chi è il colpevole ma si sforzi di far capire che cosa farà da domattina, anzi dal minuto successivo, per combattere con energia e con efficacia questa situazione.

Il discorso potrebbe farsi lungo. Perché, come sempre, non esiste una soluzione semplice per un problema così complesso. Perché non mancano le diagnosi, anche lucide ed approfondite, del malessere del sindacato, ma sarebbe ingenuo aspettarsi che se ne possa far discendere qualche terapia efficace allo stesso modo, stringente e univoco, con cui – date certe condizioni - si risolve un’equazione matematica.
Ricordiamo in ogni caso le questioni più dibattute, oltre che più spinose. Credo siano due, che ci riportano entrambe, strettamente connesse, alla Costituzione.
Il tema della rappresentanza e quello dell’unità.

Perché il dettato costituzionale è rimasto lettera morta. Attualmente, chiunque, una volta costituitosi come sindacato, può stipulare accordi con le controparti a prescindere dal suo peso organizzato e dalla sua rappresentatività. Invece, la Costituzione richiedeva (art. 39) che “fossero rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti” come condizione perché i contratti collettivi di lavoro da loro stipulati avessero “efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.”
La storia della mancata applicazione di questo articolo della Costituzione (senza che fosse mai abrogato) occupa interi scaffali nelle biblioteche. Le divergenze tra le confederazioni sono ancora oggi profonde, anche se le ragioni che le hanno determinate, nel primissimo dopoguerra, si sono dissolte più di venti anni fa con la caduta del Muro. Non è la sede per affrontarle ma sta di fatto che nel nostro ordinamento non c’è uno strumento chiaro ed efficace né per contrastare il sorgere di sindacati di comodo né per garantire a tutti i lavoratori (“obbligatoriamente”) il minimo salariale contattuale.
Il tema dell’unità, a sua volta, è strettamente legato a quello precedente, fin dal passaggio della Costituzione appena citato, che unisce in modo plastico i due termini (“rappresentati unitariamente”). Certo, l’unità non si impone, neanche la Costituzione ha questo potere. Ma all’inizio degli anni Settanta, benché il mondo fosse in piena guerra fredda, sull’onda della più grande mobilitazione operaia della storia italiana l’unità era stata posta all’ordine del giorno e inquadrata in un percorso con tappe e scadenze precise. Anche sulle ragioni che hanno portato a congelare quel percorso esiste una letteratura sconfinata. Meno indagate sono invece le ragioni che hanno portato, in un tempo assai più vicino, da una situazione congelata nella formula dell’unità d’azione (una formula, si badi, che aveva retto perfino all’onda d’urto della vicenda scala mobile) ad una rottura aperta. Ed è solo negli ultimi mesi, con l’avvento di Monti, che si riesce a cogliere qualche timido segnale di riavvicinamento.

I SINDACATI E IL RAPPORTO CON LE ISTITUZIONI E CON LE FORZE POLITICHE.

Troppo viva la vicenda, ancora aperta la ferita, per una esame di carattere storico. Ma un dato è difficilmente contestabile: le ragioni della rottura riguardano l’interpretazione del ruolo del sindacato nei rapporti con le istituzioni e con le forze politiche. Allora, una considerazione si impone: il tema della rottura dovrebbe essere confinato nel campo della tattica e come tale dovrebbe essere trattato, in una comune cornice di riferimento rappresentata dal fine strategico, la tutela degli interessi dei lavoratori. Perché se il tema della rottura assume, come sembra avere assunto, un profilo strategico, addirittura dirimente, allora occorre chiedersi se le confederazioni non abbiano mutato natura.
Non solo. Se la “ragione sociale” alla base dell’esistenza di un sindacato è la tutela degli interessi dei suoi rappresentati, nessuno può dubitare del fatto che nessuna furbizia tattica, nessun disegno astuto e lungimirante, può mai avere un’efficacia anche solo paragonabile a quella garantita dall’unità.
Marciare divisi per colpire uniti? Ridicolo anche solo pensare di applicare questa massima al sindacato. In ogni caso non è di questo che si tratta. Tutto il contrario: perfino quando sembrano marciare uniti, sono pronti a dividersi nel momento cruciale, quello in cui sono chiamati a colpire.

UN ESEMPIO ELOQUENTE. COME DIFENDERE I REDDITI E LE PROSPETTIVE DI VITA DEI LAVORATORI PRECARI.

Non vado oltre, sul tema generale. Anche perché per un “ex” suscita inevitabilmente qualche imbarazzo. Ma c’è un aspetto, che può apparire circoscritto, che vorrei tuttavia approfondire. Perché è comunemente assunto come tema centrale ma anche perché, a mio parere, vi si può ritrovare un bandolo della matassa aggrovigliata di cui stiamo parlando. Quasi un riassunto, un concentrato in cui si specchia la situazione nel suo assieme.  Parlo della difesa dei lavoratori precari.

So bene che appena si accenna a qualcosa che assomigli al tema della divisione tra “insider” e “outsider”, ovvero tra protetti e non, si drizzano le antenne. E’ vero che da questo fenomeno (che è tale: è un dato della realtà, non un espediente dialettico) si è preso spunto per formulare proposte che suscitano molte perplessità (uso volutamente un eufemismo). Non penso in alcun modo, per essere chiari, che per tutelare meglio gli indifesi si debba abbassare la guardia nella tutela dei più forti. Ma sono tuttavia convinto che se i più forti non assumono con grande decisione la causa dei non tutelati e non si rimboccano le maniche per dar loro tutto il sostegno di cui hanno bisogno, la loro debolezza, crescendo, minerà alla radice anche le posizioni che oggi appaiono più forti.
E’ una vecchia regola elementare che qualunque lavoratore apprende al momento in cui assume il primo impegno sindacale: devi lottare per chi sta fuori e non solo per chi sta dentro altrimenti la pressione di chi sta fuori ti taglierà le gambe. Il vecchio Marx aveva spiegato la funzione dell’”esercito salariale di riserva” e da allora non è che le leggi dell’economia (e della dinamica sociale) siano cambiate granché. Ma, diciamo la verità, è una regola dimenticata e disattesa nella pratica di ogni giorno.

Per non abusare della pazienza del lettore mi fermo qui, per entrare nel merito con qualche esempio concreto nella terza (ed ultima) puntata che seguirà a breve.

lunedì 30 aprile 2012

1 Maggio. Per il lavoro non sarà una festa (1)


Giorno dopo giorno si susseguono i dati drammatici sulla caduta dei redditi di lavoratori e pensionati.
Di chi è la colpa? Della globalizzazione? Dello strapotere della finanza? Di Berlusconi? Dell’opposizione troppo debole e divisa? Dell’egoismo degli imprenditori?

Non accontentiamoci di risposte facili e qualche volta di comodo.
Preferisco proporre un’analisi impietosa. La campagna contro la precarietà è inconcludente. Ai partiti mancano le gambe per sostenerla, non sono in grado di organizzare gli interessi colpiti. Alle rappresentanze di interessi (parlo della CGIL per non allontanarmi dall’ambito di esperienza personale) manca la testa, la capacità di rapportarsi positivamente con i luoghi istituzionali. E per di più stanno abdicando alla funzione di usare le gambe. Che sono robuste e potrebbero mollare qualche calcione. Non al vento, ma al bersaglio.

I parte

CHE C’E’ DA FESTEGGIARE IL PRIMO MAGGIO?

Non piove, grandina. Sul bagnato? Di più. Su un’alluvione.
Non passa giorno senza che ci venga snocciolato un nuovo rosario di notizie, dati statistici, confronti temporali e paragoni internazionali, per dire un’unica drammatica verità. I redditi dei lavoratori e dei pensionati sono al collasso. Stiamo percorrendo senza sosta una strada a ritroso, dal benessere (modesto, ma rispettabile) verso la povertà. Indietro di trent’anni.
In questo clima, che c’è da festeggiare il Primo Maggio?

E’ tutto il Paese che retrocede? No, ma anche si.
No, perché c’è chi non smette di arricchirsi: lo fa solo con più discrezione, con meno ostentazione. No, perché crescono le disuguaglianze, la fetta di torta destinata ai più ricchi si ingrossa, mentre quella destinata alla maggioranza, ai grandi numeri, si fa sempre più piccola.
Ma anche si, perché è il Paese che si impoverisce, che perde dinamismo, che rinuncia al futuro, se le masse si impoveriscono. Viceversa, oltre un certo livello le grandi ricchezze si spogliano della nazionalità e si fanno globali, mondiali. I ricchi italiani hanno ancora il passaporto ma non hanno più patria.

CADONO I SALARI. DI CHI LA COLPA?

Come è potuto succedere?
Se ci pensiamo bene, non siamo in molti a porci questa domanda. Al più ci si accontenta di qualche spiegazione “precotta”, che resta alla superficie e guarda da lontano. Come quella che dà la colpa alla globalizzazione.
La versione “bicchiere mezzo vuoto”, quella “noir”, vede lo strapotere della finanza, l’economia sopranazionale che detta legge alle politiche nazionali, le banche che si arricchiscono con le bolle speculative e quando le bolle scoppiano si rimettono in sesto a spese degli Stati, cioè dei contribuenti impotenti e indifesi. Ma c’è anche quella “bicchiere mezzo pieno”, che vede le cose più “en rose”: cadono le frontiere tra i mercati e di conseguenza cadono, sia pure con un processo più lento, le barriere che separano i mercati nazionali del lavoro. Secondo questa teoria - una sorta di “legge dei vasi comunicanti” - il calo dei redditi riguarda in generale i lavoratori dei paesi ricchi come conseguenza del movimento verso l’alto dei redditi dei paesi poveri e poverissimi.
L’una e l’altra teoria, non lo nego affatto, descrivono fenomeni in atto e colgono quindi qualche parte del problema. Ma non ci danno una risposta convincente alla domanda. Non ci spiegano, tanto per dire, come mai i redditi da lavoro si vadano differenziando fortemente all’interno del gruppo dei paesi sviluppati. Come mai l’Italia stia perdendo posizioni su posizioni tra i paesi OCSE. La grande finanza ce l’ha in particolare con il nostro Paese? O il vaso-Italia comunica più degli altri vasi OCSE con quelli dei paesi emergenti? Non sta in piedi. C’è dell’altro. Che tocca da vicino il nostro Paese, evidentemente.

L’attenzione va immediatamente alla sfera politica. Abbiamo avuto, per quasi vent’anni, la scena dominata da Berlusconi, dal suo sistema di potere. Affaristi, all’insegna della speculazione, protetti dalla politica, in connubio con le grandi organizzazioni mafiose. Corruzione e evasione. Crisi dello stato di diritto. Protezione assicurata agli evasori, sostegno agli sfruttatori. Il lavoro impoverito e precarizzato per effetto di questa politica. Politica classista, in favore di una classe rapace, eversiva, insofferente delle regole.
Dobbiamo però considerare che questo ritratto, se lo si considera realistico, tiene fuori qualche parte importante del paesaggio.

L’opposizione: come mai non è riuscita a rappresentare un’alternativa valida agli occhi della maggioranza degli elettori? Come mai gli anni in cui è stata al governo sono sembrati poco più che una parentesi?
Ma l’immagine stessa del popolo italiano, dell’identità nazionale, ne esce sfregiata: imbonitore televisivo, d’accordo, comunicatore impareggiabile, sarà anche vero. Ma intanto si devono andare a cercare radici storiche lontane, dalla Controriforma al dominio straniero, dal familismo amorale alla fragilità della costruzione unitaria e via spiegando e interpretando.

LE COLPE DELLE RAPPRESENTANZE, CHE HANNO DATO VOCE ALLA PARTE PEGGIORE DELL’IMPRENDITORIA...

E poi: siamo o no il secondo paese manifatturiero d’Europa, dopo la Germania? Dov’è dunque la nostra borghesia imprenditrice? Tanto più che siamo il paese della manifattura diffusa. Piangeremo pure per la progressiva scomparsa della grande industria, ma ci prendono a modello da ogni latitudine per la vitalità e la modernità della nostra piccola e piccolissima impresa. Perciò, dei tanti, tantissimi, piccoli imprenditori. Tutti squali berlusconiani? Tutti alleati della finanza speculativa e predatoria? Certo che no.
Allora quel paesaggio nasconde anche la realtà della classe imprenditoriale, che è variegata ed è fatta di tanti imprenditori che investono. Anche sul lavoro. Mentre altri, accanto a quelli, invece profittano e si giocano tutto sulla compressione dei salari. Ci si deve allora spiegare non tanto come si è mossa in questo quadro la classe imprenditoriale, che come tale non ha una identità definita, ma quale ruolo hanno giocato i suoi rappresentanti, quelli che sono stati chiamati a darle voce e identità nella dinamica sociale.

Ecco allora che cominciamo ad avvicinarci a un quadro più completo e più dettagliato. E per questa via ci avviciniamo anche alla risposta alla domanda di partenza. Perché dobbiamo prendere atto del fatto che le rappresentanze imprenditoriali sono state egemonizzate dalla parte peggiore. Quella che faceva affari con la politica. Quella che delocalizzava in cerca esclusivamente del risparmio sui costi. Quella che non cercava la qualità: né dei prodotti, né dei processi, né tanto meno del lavoro impegnato in quei processi. Quella che si incuneava nei processi di outsourcing (esternalizzazione di segmenti di attività) offrendo servizi a basso costo basati sul ricatto di lavoratori senza tutele.
E quando dico rappresentanze non dico Confindustria. Ossia, non solo Confindustria: perché gli altri si sono accodati. Ora hanno messo in piedi Reteitalia per fare da contrappeso in termini numerici, ma non sembrano ancora voler recitare un’altra parte. E dobbiamo ancora verificare se l’aria stia cambiando in Confindustria. E’ lecito dubitare, non basta un distinguo sull’articolo 18.
E’ stato proprio un ex direttore di Confindustria (Innocenzo Cipolletta) a dirlo chiaro e tondo di recente sull’Espresso: sarebbe ora che i rappresentanti degli interessi degli industriali comprendessero che la loro missione è quella di inquadrare gli interessi particolari (o particolaristici) nell’interesse generale. Perché oggi così non avviene.

...E QUELLE DEI SINDACATI. UNA STORIA. UN’ASSOCIAZIONE CONTRO LA PRECARIETA’

Ma non ci possiamo fermare qui.
Se quest’anno sarà un 1 maggio di penitenza più che di festa, a questo sentimento dovrebbero ispirarsi anche i protagonisti della giornata, i sindacati.
Se è vero che dare la colpa alla politica berlusconiana non può che tradursi in un atto d’accusa anche per l’opposizione, così prendersela con i cattivi imprenditori significa immediatamente portare i sindacati sul banco degli imputati. Che avete fatto per renderli più “buoni”?
Ogni giorno che passa, all’annuncio implacabile di qualche nuovo dato che ci ricorda come sia in discesa libera il reddito dei lavoratori, resto in trepida attesa di una dichiarazione di qualche leader sindacale che non dica, di nuovo, chi è il colpevole ma spieghi, con chiarezza, che cosa farà da domattina, anzi dal minuto successivo, per combattere con energia e con efficacia questa situazione.

Per parafrasare uno slogan felice (credo, di Bob Kennedy) non chiederti cosa gli altri hanno fatto di male ai lavoratori ma chiediti piuttosto che cosa avresti potuto fare di bene e non hai fatto.
Per chi ha vissuto la maggior parte della sua vita lavorativa nel sindacato questa massima brucia sulla pelle. E poiché la mia casa è stata la CGIL, è della CGIL che intendo parlare nella seconda parte di questa nota, che seguirà a breve. Dopo aver celebrato il Primo Maggio.

giovedì 26 aprile 2012

Dopo Monti. Il futuro non aspetta


Torna d’attualità il tema del dopo Monti.
Non solo perché si parla di elezioni anticipate, ma perché il clima è già quello della campagna elettorale.
Via Berlusconi (ma è uscito di scena davvero?) non si è estinto il berlusconismo. Un termine improprio per indicare il sistema di potere che ha dominato il nostro paese da più di dieci anni a questa parte. Le cui radici risalgono però alla fine degli anni Settanta. Intreccio di poteri occulti, corporazioni, grandi organizzazioni criminali, monopoli che lucrano rendite parassitarie, protetti da un’amministrazione pubblica corrotta e inefficiente.
Con questi si dovranno fare i conti. Il Presidente Napolitano ha evocato la Resistenza, e dobbiamo pensare che sapesse quello che diceva


Torno sul tema del dopo Monti cui mi sono dedicato di recente in questo blog. Dopo la vicenda “riforma del lavoro” - che ancora una volta si è trasformata in una vicenda “articolo 18” – torna di grande attualità. Le elezioni a novembre non sono più un sussurro nel chiuso dei palazzi ma sono state gridate al vento dal solito Berlusconi. Ma non era uscito di scena? 
Il fatto è che il governo Monti, con il pasticcio che ha combinato sul lavoro, ha dato un’ulteriore delusione a chi sperava che fosse in grado di andare oltre il compito di liberarci dal berlusconismo.
Intendiamoci, non è assolutamente il caso di sottovalutare l’importanza di quel compito. Aver tolto il nostro Paese dall’imbarazzo e dalla vergogna di vedersi rappresentato da un personaggio impresentabile, con tutte le conseguenze anche economiche che ciò comportava, è apprezzabilissimo.

Il fatto è, però, che a parte l’odioso inconveniente di vedere ancora Berlusconi in scena, il berlusconismo – ammesso che sia questo il termine più appropriato per definirlo in sintesi – non si riduce a una persona ma è un sistema di potere, le cui origini risalgono in effetti agli ultimi anni Settanta.  
Nessuno può illudersi dunque che un sistema di potere che ha gettato radici profonde nel corpo della società si sciolga d’incanto come neve al sole. E’ già stato commesso una volta questo errore nel ’92. Stiamo pagando ancora oggi il prezzo di non aver saputo vedere allora come quel sistema di potere si stava riorganizzando e perfino rafforzando. Come stava cavalcando la crisi, quella economica insieme a quella politica, per riprodursi nella nuova forma che oggi identifichiamo con il berlusconismo, più brutale e più subdola al tempo stesso. Come stava compiendo un’opera sistematica e pervasiva sul piano culturale, diffondendo valori e schemi di pensiero funzionali alla sua egemonia.
Non è dunque opera di un giorno liberarsi, oltre che di Berlusconi, del berlusconismo. E il prezzo da pagare sarà ancora più salato se ci si accontenta di vedere il loden al posto della bandana. Se ci si aspetta che quella cultura evapori come la nebbia si alza al soffiare del vento. Che quel potere ceda la sua egemonia per pura autoconsunzione.
Nossignore. Ci vorrà tempo e ci vorranno lotte, conflitti, traumi. Non so se il Presidente Napolitano fosse cosciente della gravità delle sue parole nel momento in cui, il 25 aprile, ha proposto un paragone tra la fase attuale e la Resistenza. Ha provato ad attenuarlo (“mutatis mutandis”, ovviamente) ma non si può dimenticare quali fossero le dimensioni della Resistenza. E se è azzardato pensare che si riferisse alla liberazione nazionale, non resta che un paragone con la lotta anti-fascista. Che è stata cruenta e sanguinosa.
Non penso neppure lontanamente che si possano evocare quei tenebrosi fantasmi gappisti che sul finire degli anni Sessanta hanno portato fuori rotta, in un vicolo cieco, tante giovani energie che aspiravano a tutt’altra rivoluzione che la rappresentazione tragica del brigatismo. Non sto immaginando una guerra civile partigiana. Ma credo fermamente che non si debba commettere l’errore, da “anime belle”, di pensare che anziché un fiero duello possa bastare un duetto a colpi di battute. Lotta politica, non certo lotta armata, ma lotta. Strategia per espugnare le casematte (quanto è attuale, dopo novant’anni, Antonio Gramsci!), per mobilitare le coscienze, per difendere gli interessi colpiti dando loro voce, forza contrattuale, capacità di pressione sociale.

E’ questa l’opera che ci aspetta, se vogliamo liberarci del berlusconismo, che possiamo definire anche piduismo (ormai dovremmo dire pienneismo, in attesa che si scopra la prossima Pn), o antistato nello stato, o destra eversiva.
Al di là delle formule e delle etichette, ciò di cui parliamo è l’intreccio dei poteri occulti che lucrano, ormai da oltre trent’anni, rendite di posizione parassitarie. Parliamo di corporazioni di ben altro peso e consistenza di tassisti e farmacisti, di monopoli protetti da un’amministrazione statale compiacente e corrotta, di potenti cosche mafiose che vantano la leadership del crimine organizzato su scala mondiale. Sono questi i poteri con cui un’ampia fetta della cosiddetta classe politica ha scoperto negli ultimi decenni di poter fare affari d’oro e arricchirsi alle spalle dei cittadini indifesi.
Il tema è dunque questo. E le domande a cui dare una risposta sono due: è in grado Monti, se non di condurre questa lotta, di andare in una direzione che ne ponga i presupposti e non la ritardi? E quanto possiamo aspettare prima che il campo sia occupato da una sinistra che, con determinazione e capacità politica, si dimostri in grado di imboccare questa strada?

Quanto alla prima domanda, alla direzione di marcia del governo Monti. A questo riguardo siamo alla solita delusione della “destra pulita”. Presentabile e sussiegosa, si piega come un fuscello appena i poteri forti brandiscono la spada. A questi poteri si è sottomesso il governo Monti.
Dice bene la Camuso, di crescita, equità e rigore non resta che il rigore, scaricato nel modo più iniquo sui più deboli. Non perché, come recitano i predicatori compiacenti, è l’unico modo per fare cassa nell’immediato. E’ una grande bugia. Quello che lavoratori e pensionati hanno pagato “nell’immediato”, da novembre ad oggi, è solo un minimo assaggio di quello che li aspetta nel tempo. La verità è che solo dalle grandi ricchezze si può fare cassa “nell’immediato”. A chi arriva a mala pena a fine settimana si può spillare lo spillabile, su grandi numeri, certo, ma per piccole cifre. La vera manovra sui poveri è quella di privarli ancor più, con cinismo sempre maggiore, del futuro, rendere ancora più grigie le loro aspettative, più stentato il loro futuro.
E se spremere lavoratori e pensionati fino al limite della sopravvivenza fisica non basta a far tornare i conti, ecco la grande novità, si possono buttare a mare anche un po’ di piccoli imprenditori e artigiani. Non le corporazioni vere o i grandi monopoli. Non i petrolieri ma i benzinai, non gli evasori “off shore” ultra-scudati ma quelli che al più ritardano il pagamento di un DM10 o saltano una scadenza IVA se le banche chiudono i rubinetti come hanno fatto. Sono queste le nuove vittime, che trovano sulla loro strada un’implacabile Equitalia. Gli altri, i grandi evasori, sono perfino riusciti a far sparire la tassa di attracco degli yacht: era una piccola cosa, quasi simbolica, ma non si poteva. Ci sarebbe stata crisi occupazionale nei porti turistici!
Dal giorno dell’insediamento aspettiamo che Passera ci spieghi come rimborserà i crediti vantati dai fornitori della P.A. a cui le banche non scontano più le fatture. Non si parla dei fornitori che vincono gare truccate, su corrispettivi gonfiati (quelli non soffrono alcuna stretta) ma di quelli che hanno strappato una commessa con un massimo ribasso “sulle spese” per tenere alto il volume di ordinativi, ossia punti, per restare in corsa in un prossimo appalto.
Il Ministro dello Sviluppo sarà il più politico dei tecnici, sarà il più aperto e il più dialogante, grande speranza del centrismo futuro, ma risultati concreti…

La verità, più semplicemente, è che il governo non ha messo le mani nelle tasche di quei potenti. Che abbia valutato di non avere la forza politica necessaria, o che abbia scelto, in base alle teorie neo-liberiste reaganiane che trovano ancora cittadinanza nelle aule della Bocconi, di non farlo, poco importa. Quel che conta è che non lo ha fatto.
Quel che conta è che intanto quei poteri non stanno a guardare. Che stanno facendo i loro conti e si sono accorti che il tempo potrebbe non giocare a loro favore. E il loro “leader naturale” (bunga bunga a parte) ha ripreso a parlare di elezioni anticipate e, ciò che è più importante, ha ripreso a fare il mestiere che gli riesce meglio: organizzare la campagna elettorale, con largo anticipo.
E i mercati hanno capito l’antifona. Lo spread risale. Non per colpa della Spagna, né per la magra figura sull’articolo 18. Risale perché di tutte le promesse fatte da questo governo ne è stata mantenuta una sola.

Veniamo allora al dunque. Non si tratta di sapere se la sinistra è affidabile quando prende l’impegno di arrivare a fine legislatura con questo governo, se la sua parola è una, “a prescindere”. Si tratta si sapere se è credibile quando lo tiene in vita indipendentemente da quello che riesce a fare, dando tempo al sistema di potere che ha dominato nell’ultimo decennio di riorganizzarsi.

Attenzione, non penso assolutamente che si possa riprendere da dove eravamo rimasti, sia pure con la variante di un candidato alternativo diverso da Berlusconi. Penso che sarebbe una jattura votare col Porcellum (purché non si riesca a fare addirittura peggio, come Violante sta cercando di fare). Non penso che si debba puntare a diventare maggioranza assoluta di seggi alla Camera, per poi accordarsi col Terzo Polo al Senato. Col rischio, se non bastasse, di ripetere la sciagurata esperienza della “gioiosa macchina da guerra” del ’94. In ogni caso, con l’inconveniente di dover stare sotto schiaffo col Terzo Polo senza aver definito alcun vincolo né programmatico né, ancor meno, strategico.
L’appoggio senza se e senza ma del Terzo Polo a Monti, il distacco sussiegoso con cui il trio CFR ha assistito da lontano all’evolversi della questione articolo 18, le ipoteche sulla riforma elettorale ma ancor più, se vogliamo, l’apparentamento stretto, praticamente il sodalizio, con la Merkel, al punto di fare del PPE la bandiera su cui costruire la casa dei moderati, pongono un problema non da poco. Se scelgono di restare posizionati su queste coordinate, di destra – europea o presentabile, ma comunque di destra – senza scendere a patti con la destra che abbiamo definito berlusconiana, illudendosi di scalzarla dall’egemonia sull’elettorato moderato, sognano ad occhi aperti. In questo caso sono destinati, tutti e tre insieme, a raccogliere i consensi di un Bayrou, di un Westervelle, di un Clegg. Per raggiungere solo con grande sforzo, nella migliore delle ipotesi, le due cifre. Dopo di che dovranno scegliere. E se vorranno mantenere la pregiudiziale anti-berlusconiana, dovranno anche sapere su quali basi l’accordo con la sinistra è praticabile.

Posizione scomoda. Da cui il trio CFR vuole uscire. E’ per questo che assistiamo al grande trambusto che sta smuovendo il centro: dall’annuncio dell’evento politico più spettacolare (dopo il Big Bang, direbbe Jovanotti) fatto da Alfano, al terzo lancio in tre anni del Partito della Nazione da parte di Casini, è tutto un dare a vedere di voler costruire la “casa dei moderati”. Ma il solo fatto che Alfano abbia parlato in nome e per conto del “Presidente” ha svelato la grana grossa delle trame in corso. Destra presentabile? Berlusconi fuori gioco? In ombra? Al contrario, la sua ombra si staglia netta sullo sfondo, dunque è in piena luce, illuminato dai riflettori.
Quel che appare, dunque, è che si sta costruendo il ritorno del figliol prodigo, dopo il grande sogno centrista, tra le braccia del potere berlusconiano (continuo a usare questa definizione). O, se si preferisce, lo scenario del nuovo grande accordo tra la destra e il centro. Ma è credibile?
In realtà, tutto fa pensare che quello che sta avvenendo sia solo il rito preparatorio per la celebrazione del piano A, del disegno vincente a cui i poteri forti stanno lavorando: quello del grande centro pigliatutto. La grande coalizione. Monti dopo Monti.

Non ci si deve lasciare ingannare dall’offuscamento di immagine.
E’ pur vero che nella delusione di chi si aspettava dai “super partes” una politica equilibrata, si sono sentite a sinistra parole chiare sul “ritorno alla politica”. Dal 2013, però.
E’ pur vero che la vicenda del lavoro e dell’articolo 18 ha prodotto un sussulto a sinistra. Che l’idea di rassegnarsi, come ala sinistra di una “grande coalizione”, al ruolo di portatore d'acqua sta destando un crescente imbarazzo. Dichiarare che il governo “non fa le cose che faremmo noi” e che “non è mica un governo di centro-sinistra” non consola più di tanto chi sta pagando prezzi altissimi alla politica del rigore.
Così come è difficile da spiegare che per battere la politica della Merkel dobbiamo affidarci a Hollande ma nello stesso tempo si debba tuttavia scendere a patti con chi si fa vanto di appartenere a quella stessa famiglia politica, al PPE che sta mobilitando ogni risorsa disponibile per capovolgere i pronostici a favore di Sarkò.
Nonostante questo apparente offuscamento, tuttavia, non darei per scontato un tramonto di questa ipotesi. Che potrebbe piacere alla destra, per le incognite che gravano sul tentativo di costruire “la casa dei moderati”.
Si convinceranno gli elettori che si sono svegliati dal Telesogno impoveriti e incazzati di votare per la terza volta per Berlusconi? E che fine farà l’elettorato leghista? Sui verdi padani le ruspe stanno lavorando senza risparmio di mezzi e si attendono le amministrative di maggio per soppesare i risultati. Ma accetterà il “corpaccio” leghista, solleticato per due decenni nei peggiori istinti dell’antipolitica, di riassestarsi sulla “buona amministrazione del territorio padano”, che pure rappresenta la faccia B, rispettabilissima, di quella esperienza? Non rischia così, la Lega delle ramazze verdi, di perdere collante identitario e, quel che più conta, consenso elettorale? Maroni, l’uomo su cui punta la destra moderata, sta giocando su questo la “partita della vita” ma la faccia A, che ha i lineamenti del Bossi, acciaccato ma non domo, si rassegnerà a uscire di scena?
Da ultimo, ma non meno importante, come la prenderanno i mercati finanziari, che hanno già abbondantemente dimostrato di considerare questa ipotesi come tragica per il paese e che, appena riprende corpo e appare di nuovo possibile, se non probabile, fa risalire immediatamente lo spread per i titoli a più lunga scadenza?
Per questo non mi sento di dare per spacciata l’idea della Grande Coalizione. A dirla tutta, considero piuttosto lo scenario della Grande Destra Moderata, come una sorta di “Babau” da far apparire al momento giusto per far tremare le gambe a sinistra ai moderati deboli di cuore. Perché, perso d’un colpo tutto l’ardire ritrovato, si precipiti a omaggiare il Passera di turno o, magari, perché si faccia tentare dalla proposta che il leader sia qualcuno proveniente direttamente dalle file del PD (le prime file, intendo, non certo qualche giovine sindaco già pronto alla bisogna ma in realtà destinato più che altro al ruolo del “cavallo ruffiano”). Con Casini prenotato per il più alto Colle di Roma.

Finirebbe la parabola del PD? Temo di sì. Ora che l’esperienza Monti si va rivelando una delusione riprende anche corpo la “foto di Vasto”. Ma se la sinistra non corre per vincere ma per continuare a supportare una politica animata da ideologie e ideali altrui, a quella foto mancherebbe mezzo PD. E quello di oggi, spaccato in due, non esisterebbe più e starebbe metà di qua, all'opposizione, e metà di là, al governo.

Eccoci allora alla seconda domanda, quella da cento milioni. Aspettare il 2013? Costi quel che costi? Se un altro scenario è possibile, se la sinistra non perde l'ambizione di governare e si attrezza per risalire la china, riconquistare i consensi, riequilibrare i poteri, rilanciare la società (e quindi l’economia: non viceversa), allora dobbiamo già essere in cammino. E poiché il tempo delle elezioni è nelle nostre mani, non c’è una scadenza naturale, caduto Berlulsconi, ma solo il tempo giusto della politica. Che non deve essere anticipato se non si vuole pagare il prezzo dell’impreparazione ma non può essere ritardato perché il mondo non aspetta e soprattutto chi sta peggio ha poca pazienza.
Ci si deve però sforzare di presentare agli elettori delle ipotesi di soluzione e non solo dei distinguo dalle proposte altrui. Si deve credere in quelle proposte almeno quanto serve perché possa crederci la maggioranza dell'elettorato.
Siamo pronti? Questa è la domanda a cui vorrei sentir rispondere affermativamente dal gruppo dirigente di sinistra.
Significa diffondere idee e proposte, dare risposte, chiarire dubbi. Sulla patrimoniale così come sugli ammortizzatori sociali (universali) e sul salario minimo garantito, e sul rientro dal debito, sulla democrazia economica, sulla politica industriale e lo sviluppo sostenibile, sulla qualità del lavoro, sulle opere pubbliche, sulla spesa sociale, su informazione e comunicazione, energia, ambiente, economia verde e blu. E sulla lotta alle mafie e alla corruzione, che sono le impronte indelebili lasciate dal potere che ci ha governato in questi ultimi anni.
Non si può tacere, o essere reticenti. Non paga. La vecchia politica non è solo occupazione del potere, affarismo, complicità con i centri del potere economico. E’ anche opacità. Offesa alla dignità del cittadino elettore. E’ anche “ragazzo lasciami lavorare”, “fidati di me”. Cercare il voto senza sbilanciarsi troppo sulle proposte per il timore di scontentare qualche elettore.
E’ questa la politica che ha fatto il suo tempo, quella che tiene lontani gli elettori.
Allora si può anche difendere il finanziamento pubblico (dimezzato, almeno, e trasparente) per chi fa politica, per non lasciarla in mano ai “ricchi di famiglia” (e che famiglia!). Ma non lo si può fare per accodarsi alle scelte politiche di chi è ricco di famiglia.
Parlare chiaro, si deve. Altrimenti, se la politica non può che essere arcana, catacombale, iniziatica, se il campo di gioco deve restare al riparo dagli occhi degli spettatori, abbiamo imparato che vince sempre la stessa squadra.
Una campagna di ascolto, ma anche una campagna di proposte e di confronti aperti. Gli strumenti ci sono tutti, serve il coraggio e servono le idee. In fondo è la strada che ha seguito Obama. Si può fare, l’ha detto e l’ha fatto. 

giovedì 12 aprile 2012

Pensare al futuro del Molise. Non a quello dei Consiglieri


Non c’è aggettivo adeguato per descrivere la situazione della Regione Molise.
L’economia attraversa la peggiore crisi dal dopoguerra, ma la Giunta Regionale è presa da altri problemi. Nel PdL, le bande si armano in vista dello “sciogliete le righe”. Ma, intanto, Iorio non si tocca e le emergenze sono lasciate marcire.
Sarebbe il momento per l’opposizione di ripartire dal programma dello scorso autunno e di impegnarsi nell’elaborazione di un piano di rinascita che passi attraverso il superamento delle emergenze. A partire dal rischio di fallimento delle partecipate, dal dissesto della sanità e dal ritorno dei terremotati (veri) nelle loro case a dieci anni di distanza.
Si può fare, se si ha un progetto. Questo è il compito della politica. Se si ritorna alla politica.
Un esempio per tutti. Valorizzare la filiera agro-alimentare come leva per la ripresa economica e per la coesione sociale.
Con chi ci sta. NON con chi è occupato a difendere la poltrona.



CHE DIRE DELLO STATO DI SALUTE DELLA REGIONE MOLISE?

Paradossale. Disperante. Insostenibile. Non è facile trovare aggettivi appropriati per descrivere la situazione politico-istituzionale del Molise.

Partiamo dal basso, dal livello comunale. Che dire dei comuni principali retti da sindaci votati per dispetto? Solo Agnone, che ha respirato la ventata di aria fresca della scorsa primavera (quasi “in solitaria” nel quadro regionale), può ritenersi fortunata. Il quadro complessivo è desolante, città prive di governo, lasciate a se stesse, senza una fisionomia, né un progetto, né una minima attività amministrativa, foss’anche di “manutenzione evolutiva”. Quando cambierà? Non azzardo previsioni su Isernia: la sola idea che i cittadini di quella città possano finire per specchiarsi in una gigantesca faccia di bronzo, “formato famiglia”, sfidando il ridicolo e la vergogna nazionale, mi lascia senza parole. Nel  complesso, diciamo che i molisani “urbanizzati” sono costretti a fare a meno del livello di governo più vicino a loro.
Le Province molisane, in compenso, hanno precorso i tempi e hanno già provveduto, in autonomia, a sciogliersi. Non inganni il fatto che l’unica loro attività sembra essere quella di rilasciare dichiarazioni contro il superamento delle Province. Niente costa meno ed è più inutile, mero spostamento d’aria
Nella realtà dei fatti stanno gettando alle ortiche le poche risorse che si vedono assegnate. Forti dell’autorità politica, con la discrezionalità che essa consente, assumono decisioni che qualunque funzionario onesto e competente, vincolato al rispetto delle leggi e delle procedure amministrative, avrebbe saputo prendere in modo molto più efficiente e meno clientelare. Per i sostenitori dell’opportunità di superare le province (come rappresentanza elettiva) l’esempio molisano rappresenta un argomento formidabile.
Alla Regione spetta però il primato. I dati sulla situazione economica sono preoccupanti e i confronti impietosi. Nella “ripresina” del 2010 il Molise è rimasto indietro, nella recessione del 2011 è precipitato più degli altri. Il bilancio della Regione è al collasso. Una finanziaria “farlocca”, taroccata da residui attivi inesigibili a cui corrispondono residui passivi che sono come assegni “cabriolet”, riesce a malapena a nascondere la cruda verità: pagati gli stipendi e saldati i debiti che deve obbligatoriamente onorare, restano sì e no alcune decine di milioni di euro per le esigenze impellenti: altro che finanziaria da 3 miliardi (30.000 euro per ogni famiglia molisana)!

SERVIREBBE UNA RISPOSTA ADEGUATA, OLTRE LA SOPRAVVIVENZA. MA NON E’ GARANTITA NEPPURE QUELLA

In questo quadro drammatico ci si aspetterebbe rigore amministrativo e grande impegno progettuale. Ma sarebbe come pretendere che l’imperatore di Valacchia, conte Dracula, donasse il sangue all’Avis.
Il “minimo sindacale” sarebbe almeno garantire la sopravvivenza. Sarebbe, almeno, evitare di lasciare in eredità a chi dovrà gestire la Regione dopo le prossime elezioni un macigno insostenibile. Sarebbe, almeno, se non progettare un futuro migliore, immaginare una via d’uscita (“exit strategy”, per i raffinati) a) dalle operazioni più sballate e più dispendiose, b) dagli sprechi più evidenti. Significherebbe (ma ormai si deve dire significava): a), risolvere le partecipazioni “a perdere” (Solagrital, con appendice Arena, e Zuccherificio) senza gettare sul lastrico le famiglie dei lavoratori incolpevolmente coinvolti; b), mettere in moto un piano sanitario in grado di portare in tempi brevi il Molise a risparmiare qualche centinaio di milioni all’anno aumentando (e non diminuendo) l’offerta di servizi.
Equazioni irrisolvibili? Per chi ha considerato le partecipate un “tesoretto” elettorale e la sanità una prateria in cui scorrazzare liberamente, certo che sono irrisolvibili. Così come lo sono per chi è occupato solo a condurre una guerra di posizione nel PdL, affilando le armi in vista dello “sciogliete le righe”.
Ma per ognuno di questi compiti esistono esempi concreti e precisi (“benchmark” per i raffinati), in altre Regioni d’Italia e non su Giove, di come sia invece possibile risolvere quelle equazioni. Con grandi benefici per i corregionali. Per non parlare dell’altro grande capitolo da aggiungere a questa lista, della gestione del dopo-terremoto, per permettere agli abitanti danneggiati (realmente) dal sisma di rientrare nelle loro case, in paesi restituiti alla piena vita associata, a dieci anni dall’evento. Invece, si sono dilapidate a favore delle clientele, per guadagnare consenso, risorse di straordinaria entità, che amministratori con altre capacità e altri valori avrebbero potuto mettere a frutto come un’occasione irripetibile per il futuro della Regione.

Le procure, della Magistratura e della la Corte dei Conti, gli organi di polizia giudiziaria e la Guardia di Finanza, si stanno occupando con crescente solerzia dell’attività della Giunta Regionale nell’ultimo decennio. Ma i politici della maggioranza che (ancora) governa la Regione si mostrano uniti, come un sol uomo, nella difesa del suo operato. I più geniali tentano solo una sgangherata chiamata di correo: la colpa non è nostra ma dell’opposizione che ha taciuto. E che comunque non avrebbe fatto di meglio.
Per quanto personalmente non mi senta di lesinare critiche all’opposizione molisana, non solo non lo credo vero ma non lo credo nemmeno possibile, nel senso che non penso si potesse fare di peggio. Ma se anche fosse vero, ho comunque idea che la maggioranza dei cittadini molisani sia disposta a fare la prova, pur di vedere finire questo scempio.
In più, c’è un particolare, un ostacolo insormontabile, che rende addirittura patetiche quelle chiamate di correo. L’opposizione non è chiamata a governare (ancora per poco, speriamo). Chi deve farcela è il governo in carica.
Una Giunta non può portare i libri in Tribunale. In termini di pura teoria potrebbe dichiarare fallimento politico. Ma occorrerebbe un coraggio personale e una dirittura morale che è fuori portata.

EPPURE SI POTREBBE! A QUESTO COMPITO SI DEVE PREPARARE L’OPPOSIZIONE. STUDIANDO DA ORA I DOSSIER PER DARE LE RISPOSTE CHE I MOLISANI ATTENDONO

Eppure, come ho detto, non mancano gli esempi. Non sta scritto da nessuna parte che ci si debba rassegnare al peggio.
Qui sta, in effetti, il richiamo che va rivolto, con forza e severità, all’opposizione. Non a chi ripone tutte le sue speranze nella continuazione a oltranza della legislatura: a quelli non c’è da rivolgere moniti, continuino pure a sperare. Se i fatti daranno loro ragione vivranno di rendita qualche anno, altrimenti dovranno fare le valige: il portone dell’Aula consiliare non si aprirà più per loro. Chi, poi, ha offerto leale collaborazione istituzionale alla maggioranza dovrebbe forse prendere atto dell’abbaglio: sono tutti incatenati, senza margini di manovra, nell’abbraccio mortale con una Giunta che si pone in perfetta continuità col passato e non può più rinnegare se stessa.
Gli altri, quelli che hanno creduto fino all’ultimo nel cambiamento, quelli che ce l’hanno messa tutta per intercettare anche il Molise il vento che ha spirato da Milano a Napoli, hanno un compito, un impegno collettivo che possono e devono assumere. Cominciare a lavorare per il dopo.
Partire dal programma delle ultime elezioni e andare oltre, “ingegnerizzarlo”, sforzarsi di tradurlo in proposte concrete sulle priorità, sulle emergenze.
In tutto il profluvio di dichiarazioni, interviste, comparsate televisive, post su Facebook e quant’altro, ci si aspetterebbe dall’opposizione qualche richiamo “alto” ai problemi della Regione. Non solo beghe interne o faccende da sbrigare “ad personam”.
Suvvia, uno sforzo di immaginazione, c’è qualche pista su cui lavorare.

Voglio fare, in conclusione, un esempio.
Chiunque si fosse preso la briga di leggere i dati sull’economia molisana o anche solo qualche rapporto ufficiale si sarebbe reso conto, cifre alla mano, di una verità, che la realtà in effetti ci pone sotto gli occhi ogni giorno. Una delle (non poche) vere ricchezze di questa regione sta nella sua terra o, per essere più precisi, nella cultura secolare che le sue genti hanno accumulato nel lavoro dedicato a metterla a frutto e a trarne risorse preziose.
Non è andata perduta. Oggi le sole attività che fanno segnare una crescita della ricchezza (e, particolare importantissimo, di quella parte della ricchezza prodotta che viene esportata per essere venduta fuori dai confini) sono quelle della filiera agro-alimentare.
Eppure la prima delle emergenze, il fallimento che incombe sulle partecipate regionali, riguarda proprio due pezzi di quella filiera. E’ possibile pensare non solo di salvarli ma di farne due perni per un ulteriore impulso allo sviluppo della filiera e alla qualificazione – internazionale, non solo nazionale – del Molise come marchio di qualità, come territorio-garanzia.
Era questa l’idea originaria che aveva portato al salvataggio della “Arena molisana” mentre l’Arena veronese chiudeva. Perché è andata male? Che ha fatto la Regione per valorizzarla? Perché ne ha fatto solo la copertura per una gestione clientelare delle risorse pubbliche? Perché anziché dilapidare denaro pubblico non ha impegnato la principale risorsa (extra-economica) di cui dispone, la regolazione per promuovere e facilitare i processi virtuosi, di valorizzazione delle imprese locali, del lavoro locale? E analogamente si potrebbe dire dello Zuccherificio. Una volta assunta la decisione, azzardata, rischiosa ma pur sempre praticabile, di mantenere in piedi la raffinazione della barbabietola, perché non sostenere e orientare gli investitori per un ciclo combinato che associasse l’uso del prodotto agricolo a scopo alimentare con gli altri usi, in particolare quelli energetici che, come ci insegnano le esperienze più avanzate e come ci spingeva a fare l’Unione Europea, possono renderne sostenibile il prezzo di mercato?
Andando oltre le emergenze, chi potrebbe negare che un piano coordinato di promozione e valorizzazione della filiera agro-alimentare avrebbe un valore strategico formidabile? Purché fosse un po’ più incisivo e innovativo della stanca riproposizione di bandi a pioggia per spartire le poche risorse fra tanti clienti. A condizione che mettesse in azione le leve potenti che la Regione (soggetto: il vertice politico-amministrativo dell’istituzione) potrebbe manovrare (gli esempi da seguire sono innumerevoli). Se solo fosse animata dalla volontà di far crescere la Regione (complemento oggetto: i cittadini che la abitano) e non solo di preservare il proprio potere e il proprio status economico.
Pensate che nella Regione non ci siano risorse (umane) adeguate per una simile sfida? Che non ci siano imprenditori capaci, attratti da una idea come questa? Ci sono, e sono in azione tutti i giorni, senza nessun aiuto o quasi. Che non ci siano i tecnici in grado di fornire tutti gli elementi di conoscenza necessari alla riuscita del progetto? Ce ne sono in attività, e se ne vedono i frutti, ma ce ne sono anche tanti che vorrebbero farlo ma non trovano occasione di mettere a disposizione le proprie capacità (o si sono rassegnati a farlo altrove). Che non ci siano lavoratori con tutte le caratteristiche professionali adatte allo scopo? Ci sono, altro che! Mancano i politici. Quelli disponibili e potenzialmente capaci aspettano solo di essere messi alla prova. Conquistando, per questo scopo, la fiducia e il consenso dei cittadini elettori.