sabato 19 ottobre 2013

RENZI O CUPERLO? NO, GRAZIE

“Il PD è l'unico partito degno di questo nome nel nostro Paese.
L'unico riconducibile ai modelli di partito tipici della democrazia moderna.”
L'abbiamo sentito ripetere più volte, dal segretario, dal premier, dai massimi dirigenti.
Ma è proprio vero?
I partiti politici degni di questo nome, per come li conosco, in un qualunque Stato democratico, quando celebrano il congresso pongono al centro del dibattito la proposta di governo con cui si presentano all'elettorato.
Bersani: destra c'è ma la battiamo Se sono al governo, presentano un bilancio delle cose positive compiute, indicando le priorità per i prossimi passi e la prospettiva in cui si collocano. Se governano in coalizione, spiegano per quali opzioni, diverse da quelle degli alleati, chiedono il voto, e i motivi per cui le ritengono migliori, ponendosi l'obiettivo dell'autosufficienza.
Se infine sono all'opposizione contrappongono il loro programma a quanto ha fatto il governo esponendo i risultati che si prefiggono e illustrandone i vantaggi che ne deriverebbero per singoli gruppi di elettori e per il paese nel suo complesso.

Ritroviamo il PD in questi canoni elementari? Direi di no.
Pensiamo al passato recente: lo ricordiamo bene, credo, ma si fa presto a riassumerlo.
Il PD ha condotto la sua ultima campagna elettorale appena un anno fa. Dopo essere stato otto anni all'opposizione negli ultimi undici e avendo trascorso l'anno precedente in coalizione con il partito di cui era stato all'opposizione, ha ritenuto di non dover spendere una sola parola sul suo programma. La prospettiva, quella sì, l'ha declinata: più occupazione, meno precarietà, più sviluppo, più legalità, più etica nella politica. Si può mai essere in disaccordo? Indicazioni concrete, comprensibili, neanche un po'. Tutt'al più, battute in vernacolo, credendo di conquistare simpatia.
Su questa base alquanto evanescente è stato comunque disegnato con precisione uno schema tattico, di alleanze: da una parte, Italia Bene Comune come coalizione elettorale (di programma? no, su quello si taceva) avendo agganciato SEL sul versante sinistro dello schieramento politico; dall'altra, la coalizione centrista (in competizione per le elezioni) come alleato di governo “anche se si fosse raggiunto il 51%”.
Già in questo frangente dunque avevamo assistito a uno schema che con i moderni partiti politici ha poco (o niente) a che vedere. Se ne forniva però una giustificazione: lo stato di eccezione per la speciale condizione dell'Italia, di avere una destra anomala e tecnicamente eversiva (antistatuale fino ad essere anticostituzionale) nelle mani di un leader come Berlusconi.
Questa condizione speciale rendeva preminente lo schema tattico, ponendo in cima alla lista degli obiettivi quello di liberare il paese dall'ipoteca berlusconiana.

Sappiamo com'è andata. Un terzo dell'elettorato orientato, ancora a due mesi dal voto, verso il PD si è spostato verso l'astensione o la protesta 5S, non trovando convincente la scelta di circoscrivere la proposta politica al solo schema tattico delle alleanze. Tanto più in un momento in cui alla politica si rivolgono domande pressanti per trovare soluzioni, o almeno un sollievo, a una crisi pesantissima.

Dopo la cocente delusione elettorale, il PD era chiamato per statuto a una scadenza congressuale entro pochi mesi. Quale migliore occasione per rientrare nei canoni? Invece ci sono voluti più di sei mesi soltanto per confermare il rispetto della scadenza fissata dallo Statuto ed ora lo si va a celebrare, con una certa fretta e concitazione.
Per dibattere della proposta politica e per richiamare su questa l'attenzione degli elettori? Visto che sono in lizza quattro candidati, nessuno dei quali ha avuto un minimo ruolo nelle vicende recenti, non portandone la responsabilità dovrebbero senz'altro uscire dallo schema. Vediamo dunque se è così.

I principali media dipingono il confronto come un duello a due (Renzi e Cuperlo) dando il primo per vincitore annunciato (front runner). Anche se i sondaggi sembrano dare più chance per il secondo posto a Civati, concentriamoci sui due di cui più si parla.
Di Renzi non ci sarebbe molto da dire. Che parli di prospettiva più che di proposte programmatiche e che si affidi più alle battute che alle enunciazioni puntuali e concrete sulle scelte che intende fare appare evidente a chiunque stia seguendo la vicenda. Lo stesso Renzi non fa nulla per smentirlo.
Siamo dunque nel solco della campagna di Bersani, con maggiore spigliatezza e capacità comunicativa e, soprattutto, con molta maggiore credibilità quando promette il cambiamento. Lo prometteva peraltro anche Bersani (“dove sono stato non ho mai lasciato le cose com'erano”) ma ha fatto la fine che ha fatto.
Sembra invece che il popolo di centro-sinistra (e non solo) sia disposto a credere che Renzi sia in grado di mantenere la promessa. In più, gioca l'effetto cumulativo (che è poi il vero scopo dei sondaggi) che si innesca a favore di chi si crede possa vincere promettendo la palingenesi.

L'altra caratteristica di Renzi che lo colloca totalmente all'interno dello schema “anomalo” del PD che conosciamo è che, oltre a non parlare del programma del suo governo futuro, se non in termini messianici o immaginifici, si tiene alla larga da qualunque discorso sul governo attuale. Cito per tutte la risposta con cui si apre l'”intervistona” rilasciata il 18 ottobre a Aldo Cazzullo sul Corriere: “Chi pensa che da qui alle primarie io faccia il controcanto al Pd, o peggio al governo, si sbaglia. Dobbiamo parlare dell'Italia dei prossimi dieci anni, non della contingenza.” E ho detto tutto.
Gli basteranno questi presupposti per vincere, probabilmente. Dubito però che la vittoria possa essere davvero molto larga. Penso infatti che vi sia un'ampia fetta di iscritti ed elettori del PD che chiede di cambiare schema e di rientrare nella normalità pretendendo spiegazioni, per filo e per segno, su come si potranno evitare i disastri della storia recente, in concreto.
Oltre tutto, è una fetta che per lo più non si fida di chi non dice (ricordate Moretti?) nemmeno “una cosa di sinistra”. Che pensa che se non si hanno le idee molto, ma molto chiare su come impostare soluzioni alternative a quelle indicate dal “Brussels consensus”, che sia Tremonti o che sia Monti, che sia Letta o che sia Renzi, quelle saranno le ricette e quello sarà il sapore delle leggi di stabilità e delle manovre e manovrine che ci attendono – per stare ai tempi renziani – nei prossimi dieci anni.

C'è dunque spazio per Cuperlo, che si presenta come l'alternativa di sinistra tentando di riproporre lo schema ex-ds contro ex-dl? E' da lui che ci si può aspettare un ritorno alla normalità dei partiti (di sinistra) delle moderne democrazie?
Qui mi sembra ci si scontri con l'equivoco più singolare. Cuperlo è una persona stimata da tutti, sostenitori e avversari. Ambisce ad elevare il profilo culturale del partito e, detto un po' a mezza bocca, anche quello etico. Non rinnega la storia PCI(FGCI)-DS ma guarda a una sinistra moderna.
Ottime intenzioni.
A parte però i singoli estimatori personali, in particolare tra chi lo affiancava negli anni della FGCI, i suoi sostenitori sono rappresentati dall'apparato di matrice bersaniana e dalemiana (accomunati nonostante la clamorosa e rancorosa rottura personale) con il contorno delle cordate che fanno capo a Marini e Fioroni.
Un simile sostegno non è senza un prezzo. E il prezzo è tenersi alla larga da qualunque discorso sul governo, sugli schieramenti; è non lanciarsi in nessun esercizio “ad alto rischio” sulle proposte concrete. Solo voli pindarici e “richiami della foresta”, evocativi ma mai impegnativi.
Ora, è del tutto comprensibile che i professionisti della politica che hanno pazientemente scalato i gradini del “cursus honorum” per raggiungere le posizioni ambite (di nomina “dall'alto”), nel momento in cui si profila un radicale ricambio si tengano aggrappati ai referenti a cui debbono la loro ascesa. Non che alcuni di questi, più veloci e più disinvolti, non abbiano agganciato il vagone del vincente annunciato, soprattutto se i loro referenti sono stati veloci e disinvolti nell'agganciarlo per primi. Ma non c'era posto per tutti, quel vagone non ne poteva sopportare più di tanti, pena l'esserne talmente appesantito da perdere tutto lo slancio verso la vittoria. La scelta per il candidato scelto dai loro capi era dunque obbligata.
Ma il “normale” iscritto che aspira a un partito “normale” e cerca risposte credibili ai suoi problemi, può davvero accontentarsi (nel 2013!) di “chiacchiere e distintivi”? Penso proprio che il tempo dell'”appartenenza” come legante fondamentale sia definitivamente tramontato. La domanda è quindi in definitiva quanto siano lunghi i filamenti che si dipanano dalle cordate degli apparati e quanto penetrino nelle maglie del corpo sociale. Non è una domanda di quelle che ci si pone tipicamente per i partiti di sinistra delle democrazie moderne ma i tempi cambiano e non vorrei davvero che il PD fosse anticipatore di una mutazione più ampia, su scala internazionale. Non lo credo, non vorrei neppure trovarmi a doverlo temere.

Ecco, insomma, perché questo che il PD si avvia a celebrare non mi sembra un congresso “normale” per un grande partito della sinistra di una grande democrazia, quale il PD vuole essere.
A meno di non uscire da questo schema che i media ci stanno dipingendo come “senza alternative”, lo schema chiuso nella scelta tra Renzi e Cuperlo.

A un'alternativa, che riporti il PD nella normalità, sta in realtà lavorando Civati. Lo dico senza tacere di essere un sostenitore della sua candidatura. Ma davvero non vedo alternative alla deriva “anormale” che stiamo vivendo. Se non un successo chiaro, e sorprendente per chi segue la corrente, di Pippo Civati.

giovedì 26 settembre 2013

NON C'E' VITA SU MARTE ...

ma chissà, forse nel PD...

Niente da fare. La NASA ha alzato le braccia. La ricerca di tracce di forme di vita su Marte è stata un fallimento. Le tracce di metano erano un inganno. Forse l'avevamo rilasciato noi terrestri nelle nostre esplorazioni, forse era un prodotto di reazioni chimico fisiche che non avevano origine organica. Insomma, se eravate insoddisfatti della vita sulla Terra e speravate che di poterne immaginare una migliore sul pianeta rosso, rassegnatevi. Se mai c'è stata, oggi è estinta.


Le conclusioni dell'assemblea del PD hanno dato a molti l'idea che anche lì ogni forma di vita fosse estinta. Forse chi considerava quel partito una presenza aliena ha tirato un sospiro di sollievo. E
in effetti in quella sala c'erano davvero pulsioni di morte: “il morto che mangia il vivo”, così Marx descrive la creazione di plusvalore nel sistema capitalistico. E davvero qualcuno ha giocato al “muoia Sansone”. Invece, nonostante tutto, c'è vita nel PD: chi ne ha celebrato il funerale solenne potrebbe essere costretto a ricredersi.
Non che il peggio non sia sempre in agguato. La direzione che dovrà sciogliere i nodi irrisolti potrebbe riservare brutte sorprese, con sommo scorno per il segretario che va ostentando sicurezza (“la data è certa, lo spettacolo umiliante non si ripeterà”). Ma l'assemblea ha messo qualche punto fermo da cui sarà difficile tornare indietro.
1) Ci sono in campo quattro candidati. Si sono presentati al mondo con discorsi fatti per definire profilo culturale (e personale / caratteriale) e impianto programmatico. Avendo dietro di sé, più o meno convinto, più o meno saldo, tutto il partito nelle sue diverse anime, espressioni. Cerchie e potentati, passioni e convinzioni, si vanno incanalando. Ci sono, sì, dead men walking intenti a ingranare la retromarcia e far calare le tenebre, ma non riesco a immaginare che possano farcela.
2) Si sono proposti tutti e quattro come artefici del cambiamento. E' un po' consumata come parola chiave, è un tag un po' inflazionato. A Bersani non ha portato fortuna. Ma questo chiede il popolo di sinistra, deluso, per scongiurare la fine.

Il cambiamento lo declinano diversamente. Per la grande stampa (e per l'apparato) due sono i favoriti. Cuperlo lo vorrebbe senza rotture. I disastri del passato? Riproviamoci. L'importante è avere un profilo culturale alto. Renzi lo proclama da tempo, ma senza aggettivi. La prospettiva? Si vedrà. Il passato? Se ci fossi stato io nessun disastro. L'importante è che non vi facciate troppe domande.
Ce n'è però un altro che il cambiamento pensa implichi una rottura con il passato e che serva per realizzare una prospettiva chiara, che è poi quella in cui i nostri elettori avevano creduto e per la quale sono ancora disposti a lavorare. L'importante è che cresca la partecipazione e in tanti facciano sentire la loro voce. Checchè ne dicano apparati e grandi media, nei luoghi di aggregazione, con persone in carne e ossa o sul web, è lui che se la batte testa a testa con il “front runner”. E' Civati e, se mai interessasse, io sto con lui, .
E non dimentico Pittella, che vuole il cambiamento a partire dall'alto, dall'Europa, perché il mondo lo vede da lì. Forse non si fa troppe illusioni ma vuole esserci, da protagonista e non da comprimario. Ha anche lui qualcosa da dire.


Si farà, il Congresso si farà.
Non lo impediranno i bizantinismi.
Né lo impedirà una banda di disperati raccolti attorno a un Mackie Messer ottuagenario. Non ha in mano un coltello ma un temperino, che agita come un forsennato. Ma il nostro stato è impegnato in missioni di peacekeeping in giro per il mondo e intende munirsi di sofisticatissime macchine da guerra come gli F 35, non si fa certo spaventare da un temperino. Intendo dire che il pericolo non va sottovalutato, ma più che altro perché qualcuno potrebbe tentare di sfruttare l'occasione.
Massima attenzione, dunque, ma tranquilli. Tranquilli che si farà.

E allora potrà venire il bello, perché il bello ci sarà. Saranno bei momenti, se si guarda bene lo si vede già ora. Dài, che il PD non è Marte.

giovedì 19 settembre 2013

Verso il congresso PD. Un incontro istruttivo

Mi affaccio a curiosare ad un incontro pre-congressuale per costituire in un circolo PD l'associazione per Renzi (Adesso QuestoPosto). Ospite un parlamentare molto visto in TV, molto vicino a Renzi.
E' diretto, assertivo: “Dobbiamo uscire da questa situazione bloccata. Il partito deve dettare la sua agenda, non subire i ricatti del PDL. Renzi può farlo.” Così cadrà Letta? “No, se saprà fare, sulla spinta del partito, il bene del Paese. Finché lo farà, il PD di Renzi lo appoggerà.

Un militante di lungo corso, molto critico sul PD attuale, interroga: “Il Parlamento è diviso in tre. E lo sarebbe anche dopo eventuali elezioni. Vuol dire che il PD di Renzi, per attuare la sua agenda, andrebbe a cercare i voti in Parlamento e se non avesse l'appoggio del PDL lo chiederebbe all'altra parte?
La risposta del parlamentare, lunga e articolata, ruota attorno al concetto che le elezioni si possono vincere. La voce dalla platea insiste: “Ma se non si vota? E se non avremo la maggioranza assoluta nelle due Camere?”. Il Parlamentare si scusa di dover abbandonare la riunione per tornare ai suoi doveri, la seduta si scioglie.

Non vuol dire niente, obietterà qualcuno. Per me vuol dire molto.
Se il Congresso non dà questo tipo di risposte ai militanti, come potrà fugare i dubbi, le diffidenze, le disaffezioni dei cittadini, che saranno (prima o poi) chiamati a votare?
Facciamo qualche esempio: rimodulazione dell'IMU (anziché abolizione anche per le alte rendite). Aliquote più alte per i più ricchi e tasse più leggere per i redditi da lavoro e per quelli più bassi. Salario di cittadinanza per chi cerca lavoro (non solo per chi lo ha perso). Taglio delle spese militari (F35). Legge elettorale (doppio turno di collegio, o almeno Mattarellum). Taglio dei costi della politica, abolizione delle Province. Riduzione della forbice degli stipendi... E' difficile fermarsi, è un lungo elenco di proposte che si trovano nei documenti del PD e, a lume di naso, godono del favore della maggioranza degli elettori. Ideali, per un'agenda di governo! Invece sono escluse dal programma delle larghe intese perché non condivise dal PDL. E' di questa agenda che parliamo? Sennò, di che parliamo?


Ma se parliamo di questo, la domanda rivolta al dirigente vicino a Renzi (“renziano” non si può più dire) è la domanda a cui per primo deve rispondere, non solo Renzi ma chiunque si candidi a guidare il PD. Dovrà dire se cercherà o no l'accordo con la parte del Parlamento che su quella agenda può convergere (gli ex alleati di SEL e i 5S). Con o senza elezioni. Dovrà condannare chi ha scelto in base a una logica di schieramento (moderato?!) anziché in base a un'agenda e così facendo ha tradito gli elettori.
E dovrà essere credibile.

Quanto a Renzi, ho la netta impressione che voglia sfuggire alla domanda proprio come ha fatto il suo amico nel circolo PD.

Temo che la domanda possa imbarazzarlo per almeno due motivi: 1) perché dovrà avere la forza di spiegare perché si è lasciato tentare dall'idea (che, come sanno anche le pietre, non è stata bocciata da Berlusconi ma da Napolitano) che a guidare le larghe intese fosse lui anziché Letta; 2) perché dovrà scrollarsi di dosso il peso ingombrante dell'appoggio di alcuni dei principali protagonisti della notte dei 101 e della supplica a Napolitano, quindi delle larghe intese. Potrà far finta di non conoscerli ma quelli non sono tipi da amore platonico, mirano al sodo e vogliono “consumare”.

Quanto a Cuperlo, la domanda non gli viene posta neppure: questioni che non lo riguardano, l'importante è che il partito torni ad avere un profilo culturale più alto, a governare ci pensi chi ha lo stomaco per farlo. Ce ne sono, tra i suoi sponsor: niente di meno che D'Alema e Bersani, uniti da amore fraterno.



Sarò pronto a ricredermi nel momento in cui le risposte arriveranno. Fino a quel momento continuerò a non avere alcun dubbio nell'appoggiare il solo che le risposte a queste domande le ha messe al centro della sua azione politica. Per chi non lo sapesse, Giuseppe (Pippo) Civati.



mercoledì 4 settembre 2013

Che farà Matteo Renzi?

Non vorrei apparire il classico Pierino Guastafeste, ma Matteo Renzi non lo vedo affatto bene. Rischia di vincere il congresso ma di perdere il PD.

“Non sarò la vostra foglia di fico. Con voi dietro, mi fate perdere” aveva detto appena una settimana prima. Ma a Genova, davanti alla folla (in effetti, 5 volte quella di Letta e di Epifani) si è fatto prendere dall'entusiasmo: “Basta con le correnti. Sarò il segretario di un PD unito!”. Senza però chiarire se aveva in mente l'unità dei capicorrente o quella del popolo di sinistra che intende riprendersi un partito davvero democratico, aperto, dinamico, che non tradisca gli elettori rinunciando a battersi per le proposte su cui aveva chiesto il voto.
Lasciando questa ambiguità irrisolta, ha consentito ai capicorrente più “agili” di scegliere rapidamente l'interpretazione per loro più conveniente: “saremo uniti dietro di te”. E ora che farà?

Si farà convincere dai più baldanzosi che lo esortano ad accettare la sfida perché danno per scontato che avrà gioco facile nello smarcarsi, relegando ai margini i sostenitori più “imbarazzanti”? O darà ascolto agli umori di quelli che intravedono in queste mosse di avvicinamento i segnali di un ritorno di Matteo Renzi nei ranghi? Della rinuncia a qualunque idea di ricambio radicale del gruppo dirigente (e della cultura del compromesso che lo caratterizza)?
Certo, quegli umori potrebbero restare comunque nell'alveo se fossero incanalati verso l'opposizione che Pippo Civati rappresenterà in congresso (quanto a Gianni Cuperlo, ci tiene molto a smarcarsi da Renzi ma non sembra imbarazzato più di tanto dall'appoggio degli altri capicorrenti orientati a dare vita a una sorta di squadra B, all'interno dello stesso schema di gioco). Ma è evidente che gli argomenti con cui Civati controbatte a chi lo accusa di ingenuità, perché non intende rinunciare a condurre la sua battaglia dentro il PD, perderebbero molto della loro forza.

E non dimentichiamo che all'orizzonte si profila l'insidia di un Super-porcellum, in via di concepimento ad opera del duo Violante – Quagliariello, con la previsione di una sfida finale tra le due migliori coalizioni “non vincenti”. Coalizioni di partiti. Con un PD che ha gettato alle ortiche quel tanto di coalizione a cui aveva dato vita con “Italia Bene Comune”. Davvero potrebbe farcela, da solo, il front-man Renzi, con la sua capacità comunicativa, a rigenerare l'immagine del PD partito o non sarebbe reale il rischio di rimanere fuori dai play off?
Davvero un groviglio in cui non è facile districarsi. E non è tutto.
Le convulsioni del PdL, ossessionato dall'idea di rimanere orfano di Berlusconi e stressato dalle convulsioni ancora più violente di un Berlusconi a fine carriera, potrebbero riservarci una crisi di governo a breve. Che porterebbero l'attuale leadership del PD, ci si può giurare, a dare per scontato il rinvio del congresso. Il canto delle sirene potrebbe suonare soave alle orecchie di Matteo Renzi: “se non sai uscire dal groviglio, rinvia, rinvia, rinvia...” Dove sta scritto che un pisano sia più furbo di un fiorentino nella tattica del rinvio?

Ulisse si fece tappare le orecchie per resistere al canto delle sirene. A Matteo Renzi nemmeno basterebbe tapparsi le orecchie. Dovrebbe anche trovare una soluzione alternativa. Cioè, battersi contro il rinvio del congresso. E dare un dispiacere mortale ai suoi sponsor imbarazzanti. E scoprire forse, alla fine della fiera, che fare opposizione può essere molto difficile ma, se la si sa fare, anche esaltante.

martedì 3 settembre 2013

Di ritorno a Campobasso ...

Di ritorno a Campobasso, a sei mesi dalle elezioni. In una sala affollata per Pippo Civati.

Ho ritrovato gran parte del gruppo che nel 2011 aveva sostenuto Paolo di Laura Frattura portandolo a un risultato che le previsioni della vigilia consideravano impossibile. Ma l'aria è cambiata, assai. In sala lo si avvertiva.
Molti degli animatori del gruppo di Civati vengono da quella esperienza e dal gruppo Facebook “Unire il centro-sinistra”. Erano poi in sala, in buon numero, i sostenitori di Renzi raccolti in Big Bang Molise, un gruppo con una provenienza non molto diversa: la campagna per le provinciali di Campobasso, prova generale (attraverso una sconfitta le cui responsabilità sono state troppo velocemente rimosse) della successiva tornata regionale. I due gruppi del resto si sono accordati per organizzare insieme una serie di iniziative a tema e l'intesa potrebbe sfociare in una candidatura comune per il congresso regionale (se non si divaricheranno troppo le strade nazionali man mano che gli apparati, che Civati sta sfidando, si affolleranno sul carro di Renzi).


Attorno alla pattuglia dei civatiani e ai “graditi ospiti” renziani, un pubblico incuriosito, che Civati ha prima sottoposto a un'incalzante requisitoria sui mali odierni del PD e poi spronato all'impegno.
Foto: #DIRETTACIVATI DA CAMPOBASSO
Giuseppe Civati all'Hotel San Giorgio di Campobasso. Sala stracolma! E come sempre, nessuno dietro, moltissimi davanti a Pippo. Grazie Paolo Della Ventura PdvI passaggi salienti della requisitoria sono stati sottolineati da applausi. Ma l'appello a non stare alla finestra non ha avuto una risposta altrettanto calorosa. E' incoraggiante che a fine riunione si siano registrate un centinaio di nuove adesioni al gruppo molisano. Ma un conto è condividere, guardare con simpatia. Tutt'altra cosa, la scintilla dell'entusiasmo che ti fa partecipare in prima fila, spendere energie, correre rischi.
Se n'è accorto Pippo Civati, che la storia politica recente del Molise conosce piuttosto bene, sia pure da lontano. Che sa come sia stato usato l'espediente dell'apertura al centro per costruire larghe intese che non avevano neppure la scusante (diciamo così) dello stato di necessità invocato per il nazionale. Se n'è accorto, e ha misurato la profondità della ferita prodotta da chi con i suoi disegni ha stravolto il senso della dialettica politica per ridurla a trame di potere e di affari.
Se la formazione del governo nazionale ha smentito le alleanze e i progetti della campagna elettorale, il governo molisano è nato da una campagna elettorale che già smentiva le alleanze e i progetti di quella di un anno prima. Uno stravolgimento che ha lasciato il segno soprattutto tra chi più di altri aveva creduto nella rigenerazione della sinistra molisana e per quella si era speso.
Qualcuno dei presenti mi ha detto: qui non è cambiato niente, uguale a Iorio. Qualcuno mi ha detto: tanto vale votare Ruta segretario. Qualcuno mi ha domandato se Frattura è complice o vittima. Qualcuno mi ha chiesto che ci facciamo ancora nel PD.
Non è un bel momento per la sinistra in Italia. Per sinistra non intendo quella che non ama confondersi con altre sinistre ma quella nei cui valori e aspirazioni si riconosce un grande popolo. Aperto, diversificato al suo interno ma identificabile. E' questo popolo che si sente tradito e confuso. In Italia.
In Molise è peggio.
Bersani aveva chiuso la campagna elettorale del 2011 gridando che una vittoria in Molise avrebbe aiutato l'Italia. Ce l'avevamo quasi fatta. Ma poi l'Italia ha voltato le spalle al Molise, il Molise ha voltato le spalle alla sinistra, il popolo di sinistra, smarrito, ha voltato le spalle al PD.

Ora, non ci si può perdere per strada. Per quanto possa essere impervia. E la sinistra non può ritrovarsi senza nemmeno provare a riprendersi il PD.  

mercoledì 14 agosto 2013

La notte delle stelle cadenti (nuove considerazioni sulla Giunta Frattura)

Le nomine decise alle 24 del 12 scorso, nel mezzo della notte delle stelle cadenti, dal Consiglio Regionale del Molise impongono un aggiornamento delle considerazioni sulla Giunta Frattura del mio post precedente.
Non mi pronuncio sulle persone. Ne conosco solo alcune, non ho elementi per giudicarli. E' però sotto gli occhi di tutti come il metodo sia stato quello classico della spartizione, nella totale mancanza di trasparenza.
Nessuno vieta alle forze politiche di promuovere candidature. Non sarebbe una lottizzazione se si lasciasse spazio a autocandidature, se si rendessero pubblici i cv dei candidati, se si fissassero preventivamente i criteri e se le decisioni finali discendessero da questa procedura, che il programma di centro-sinistra aveva promesso di adottare.
Ma non è questa l'unica inadempienza rispetto a quel programma. I posti da ricoprire erano (e sono adesso, nella procedura affidata ad acta, a norma di Statuto, al Presidente Niro) tutti quelli dello status quo ante. Sarà cambiato quello stato, come da programma? Quando?

Ecco, ciò che più preoccupa, e sconcerta, e fa incazzare (per aggiungere anche un tocco di linguaggio specialistico) è che nessuno degli elettori ha una risposta a queste domande. Perché a nessuno è dato sapere quale sia il programma della Giunta Frattura. E il motivo sta nel modo in cui si è dato vita alla coalizione elettorale a seguito della trattativa condotta dal Presidente e dal Segretario del PD con le forze provenienti dalla coalizione di centro-destra. Per inciso: trattativa le cui conclusioni sono state accettate (con quale animo è del tutto irrilevante in sede politica) da tutti gli altri partiti di centro-sinistra.
Il programma, torno a dire, non è stato mai oggetto di trattativa. Erano dunque lecite entrambe le supposizioni: che la coalizione fosse un cartello di forze disomogenee, ciascuna con un suo programma, ovvero che l'ingresso delle formazioni provenienti dal centro-destra presupponesse tacitamente la loro adesione al programma elaborato dal centro-sinistra nel 2011 e aggiornato dal candidato Presidente prima dell'accordo.
Gli elettori hanno comunque premiato col voto la coalizione “facendosi una ragione” di questa ambiguità. Che, all'atto della formazione della Giunta, andava sciolta. O, quanto meno, all'atto delle dichiarazioni programmatiche di inizio consiliatura. O, se proprio si doveva andare per le lunghe, nell'arco dei primi cento giorni. Troppo poco tempo per l'adozione dei primi provvedimenti? Ma sarebbe bastato l'annuncio delle priorità, delle scadenze, delle emergenze: quel “progetto esecutivo” che avrebbe dovuto guidare la realizzazione del programma di massima.

Niente di tutto questo. Il fatto è che, come ho già avuto modo di affermare, gli avvenimenti nazionali hanno gettato una luce a ritroso su quelli molisani. Le “larghe intese preventive” raggiunte con singolare preveggenza in Molise erano parenti strette di quelle che nel Parlamento nazionale erano scaturite da un (asserito) stato di necessità. Da un fato, a cui aveva dato una mano “pesante” il sabotaggio dell'elezione di Prodi come Capo dello Stato, cui non era stato fatto mancare l'apporto del vertice del PD molisano. La Giunta Frattura si regge dunque, come il governo Letta, sul compromesso continuo (al di là di dichiarazioni verbali che, nella misura in cui “volant”, di programmatico non possono avere gran che), continuamente soggetto ai ricatti e ai condizionamenti delle forze con cui si è stabilita un'intesa.
Che in Molise sia stata stabilita preventivamente, in mancanza di un qualunque stato di necessità, non solo non è un'attenuante, per il vertice del PD che le ha volute e per il Presidente Frattura che ora le interpreta. E' anzi un'aggravante. Perché il Governo nazionale ha, almeno sulla carta, un termine definito, collegato a un compito di emergenza, mentre quello molisano dovrebbe, almeno in teoria, perpetuare questo stato di cose, che rappresenta una degenerazione della politica, bella e buona, per un intero mandato quinquennale.

E' questo che vuole la maggioranza di centro-sinistra, in tutte le sue espressioni? E' questo che vuole il Presidente Frattura? Personalmente sono curioso di saperlo, ma soprattutto credo sia giusto fare appello agli elettori perché facciano sapere in modo chiaro cosa ne pensano.

Intanto, c'è una parte consistente (checché se ne pensi) che è chiamata a pronunciarsi nell'imminente congresso del PD. Oltre ad essere numericamente consistente, ha un peso decisivo se si considera che il governo regionale del Molise è a (turbo-)trazione PD.

Ai militanti molisani del PD rimasti fedeli allo statuto e ai valori fondanti del PD e a quanti si sono riconosciuti nel progetto di Italia Bene Comune si offrono due alternative.
1) Vergognarsi e abbandonare il partito a chi lo sta guidando oggi.
2) Vergognarsi, incazzarsi e organizzarsi, pancia a terra, per un congresso che sostituisca il gruppo dirigente attuale con quadri nuovi che credano nel programma del PD, nel suo popolo e in se stessi e portino avanti il progetto di unità a sinistra che era alla base di Italia Bene Comune, praticandolo nei fatti anche nella campagna congressuale.

Capisco che la seconda alternativa è un po' troppo radicale e estremista rispetto alla prima, ma mi sento di caldeggiarla. Perché mai come in questo caso il moderatismo può uccidere la politica.

venerdì 9 agosto 2013

Considerazioni sulla Giunta Frattura. A 150 giorni dalle elezioni

A centocinquanta giorni dalle elezioni regionali in Molise sento di dover tornare ancora su un bilancio, aggiornandolo alla luce dei primi atti di Giunta, con qualche considerazione per il prosieguo. In politica c'è sempre un dopo.

Ho già avuto modo, su sollecitazione di amici molisani, di chiarire (su FB il 26/7) che non mi riconosco in molti degli atti salienti della Giunta Frattura. E che non per questo mi dichiaro pentito di aver dato un contributo (per quel che può aver pesato) alla sua elezione. Ma l'apparente contraddizione ha bisogno di una spiegazione politica. Che prende le mosse dall'elezione del 2011.

Non ripercorrerò ancora una volta gli antefatti, su cui ho espresso il mio giudizio in un post precedente. Se non per insistere sul fatto che la carica innovativa di Paolo Di Laura Frattura e l'entusiasmo di sostenitori attratti dall'idea di un cambiamento radicale aveva portato nel 2011 a una vittoria (al di là dei numeri ufficiali, poi riconosciuti privi di valore dal Consiglio di Stato) contro il “satrapo” Iorio. Il quale, fino all'ultimo momento, era stato dato per imbattibile non solo dai suoi sostenitori ma da tutto l'apparato del centro-sinistra (moderato o radicale che fosse). Apparato che si sarebbe comodamente accontentato di una sconfitta in cui avesse visto confermato uno scranno di opposizione.
La paura per la vittoria, pur negata in prima istanza e dunque solo sfiorata, è stata tale da paralizzare maggioranza e opposizione (di comodo), che hanno passato i dodici mesi tra il voto e il pronunciamento del Consiglio di Stato, anziché a governare e a fare opposizione (sia pure per finta), a studiare ogni genere di mosse tattiche e “larghe intese”, per lo più indicibili e spesso irrealizzabili, con il solo scopo di impedire che quella ventata di novità tornasse a imporsi, in via definitiva.

Aggiungo, se mai questo concetto si fosse un po' smarrito, che la crisi dello “iorismo” non era dovuta a motivi contingenti o esogeni: l'economia della regione arrancava e aveva perso contatto con l'andamento dell'area centrale del paese, a cui si era faticosamente avvicinata fino agli anni Novanta, ed era ripiombata nelle performance (negative) tipiche del Mezzogiorno. Tessuto industriale in crisi, brusco stop ai processi di ammodernamento del settore terziario, incapacità di investire localmente il risparmio. Occupazione in drastica caduta, mentre disagio sociale e povertà (anche assoluta) si diffondevano. Sprechi, corruzione e clientelismo dilaganti nella vita pubblica, in stretto connubio, anche affaristico, con una politica autoreferenziale. 
Ma proprio qui, come abbiamo visto, stava il punto. Non ci si poteva aspettare che dall'interno di questa politica autoreferenziale potesse venire una spinta sufficiente per imboccare la strada della svolta radicale. E i vertici del centro-sinistra, non solo del PD, che della stagione passata erano stati non tanto spettatori quanto attori diligenti, benché in un ruolo marginale, di quella svolta non sarebbero mai stati i protagonisti. Sarebbero stati semmai scavalcati e posti ai margini.

Ecco spiegate le ragioni di un fatto altrimenti incomprensibile. La trattativa con i pezzi in fuga dal centro-destra (in sé non solo lecita ma perfino augurabile) non ha mai, in nessun momento, neppure fugace, neanche in pubblico (per salvare la faccia), dico proprio mai toccato questioni di merito. E non ha mai, ripeto, mai preso in considerazione l'ipotesi che comportasse l'adesione al programma politico della coalizione di cui si entrava a far parte. Ad un programma che, tanto per ricordarlo, era stato elaborato in un percorso condiviso e presentato all'elettorato, appena un anno prima, come alternativo rispetto sia alla persona di Iorio che al suo modello di gestione politica.

Così nasce la Giunta di cui stiamo parlando.
E' per questo, a questo punto del discorso, che ho considerato necessario inquadrare queste vicende locali in quelle nazionali. Perché, insisterò fino alla noia su questa affermazione, la gestione del dopo-elezioni (nazionali) che ha portato al governo delle larghe intese, fino alla sua attuale, incombente, evoluzione tragica, trova nei fatti accaduti nella più piccola regione (ordinaria) d'Italia un prologo illuminante.
La politica senza qualità, gestione del potere a fini di arricchimento personale, è riuscita ad avere il sopravvento in Molise, nel momento in cui gli elettori stavano lanciando un segnale diverso e sembravano credere in un'alternativa possibile. Come è riuscita? Con il travisamento e con la sopraffazione, innanzi tutto. Ma anche grazie all'incapacità di quel fronte elettorale alternativo di darsi un'espressione politica compiuta, unita, organizzata, credibile.
Allo stesso modo, il travisamento e la sopraffazione hanno portato a bocciare la candidatura di Prodi al Quirinale, a impedire un governo alternativo capace di interpretare e dare risposte alla domanda di cambiamento che l'84,4% dell'elettorato aveva espresso. Espresso, ahimé, in forme disorganiche, disorganizzate, inconcludenti, nelle elezioni di febbraio. Senza che emergesse, mi ripeto, un'espressione politica alternativa compiuta, unita, organizzata, credibile.

Che cosa ha fatto in questo contesto il Presidente Frattura? Ben poco. Poteva e potrebbe fare di più? Direi proprio di sì e non c'è dubbio che abbia commesso errori, nemmeno secondari, anche agli occhi di chi gli era più vicino e lo sosteneva con più convinzione sulla strada del cambiamento. Ma si sa che il segreto non sta nel non commettere errori (a tutti, anzi, deve essere concesso di sbagliare) ma nel riflettere ed apprendere dagli errori commessi. Perché ciò avvenga però, oltre alle qualità personali, occorre un contesto favorevole all'apprendimento. In quale contesto si trova Frattura? Sfavorevole come non mai. Chi può fare qualcosa per cambiarlo e come?

E' questa la domanda su cui (continuare a) lavorare adesso. Personalmente mi auguro che Paolo Di Laura Frattura trovi il modo di fare la sua parte anche in questa direzione, senza preoccuparsi troppo delle conseguenze che possono derivare dalla scelta di esporsi in una battaglia squisitamente politica. Ma nessuno pensi che la soluzione stia sulle spalle del classico “uomo solo/donna sola al comando”. Le due tornate elettorali regionali e il successivo turno amministrativo hanno fatto emergere un folto gruppo di persone che la strada dell'alternativa hanno mostrato di saperla percorrere e di voler andare avanti. Saranno abbastanza uniti, organizzati, credibili (scusate la ripetizione)? Non so dirlo, me lo auguro. Ma ho anche maturato la convinzione che la partita molisana difficilmente potrà risolversi nel solo spazio politico molisano e che è necessario che il cambiamento prevalga sul piano nazionale.
Il cuore del problema sta nel PD. Lo dice, a mio parere con grande chiarezza, Pippo Civati rivolgendosi a Rodotà, Zagrebelsky e Landini. Battersi nel Congresso del Pd è “l’unico modo per non consegnare alla destra (perché questo stiamo facendo) e all’indistinto, tutto il patrimonio di passioni, esperienze, anime (belle, anzi bellissime) che hanno formato una storia preziosa, da Dossetti a Berlinguer, da Pertini ai ventenni di oggi, che ci guardano con speranza e smarrimento, ma che sono giovani davvero”.

Raccolgo qui di nuovo, per comodità del lettore, i link che ho proposto:

Mie note su FB e post su questo blog:

sabato 3 agosto 2013

LA DITTATURA DEL 15,6% E PIPPO CIVATI

La nomenclatura PDL dopo la condanna di Berlusconi si sta agitando in modo scomposto. Provoca uno sconquasso istituzionale, ma i cittadini italiani non sembrano scuotersi più di tanto. Sfibrati e delusi, assistono all'ennesima rappresentazione della compagnia al seguito di Silvio.
Alcuni senza più sperare in un cambiamento radicale e in un nuovo inizio. Altri, senza più riuscire a credere a chi promette miracoli nuovi di zecca … purché si impedisca al nuovo di prevalere.

Per gli uni e per gli altri Berlusconi è il problema e non la soluzione. Ma per gli uni e per gli altri la soluzione non è in vista.
Gli uni e gli altri fanno, insieme, l'84,4% dell'elettorato attivo. 39,5 milioni di persone rispetto ai 7,5 che hanno votato Berlusconi nel mese di febbraio.
Le masse in trepida attesa a Palazzo Grazioli
Quando si dice che Berlusconi è stato sconfitto per via giudiziaria anziché politicamente si dice una mezza balla.
Il suo partito, il PDL, ha perso tra il 2008 e il 2013 quasi metà dei consensi, 6,3 milioni su 13,6. La sua coalizione ha perso più di 9 milioni di voti rispetto al 2006, quando aveva fatto il pieno raccogliendo il suo massimo storico (18,98 milioni di voti) nello scontro (perso) contro Prodi. E ne perde 7,15 rispetto al 2008 quando, pur calando, aveva distaccato di 3,4 milioni di voti la coalizione PD-IDV di Veltroni, che si era fermata a 5,3 milioni di elettori in meno rispetto a due anni prima.

Ma quando si dice che Berlusconi non è stato sconfitto politicamente nonostante i guai giudiziari si dice una mezza verità.
Come è possibile che una formazione che raccoglie consensi in meno di un sesto dell'elettorato (il 15,6%!!!) detti ancora legge? Che il suo leader, pregiudicato, con giudizi pendenti (e condanne) per ogni sorta di reati, ponga condizioni e minacci a destra e a manca tutti i poteri costituiti?
Come è possibile che la stragrande maggioranza del corpo elettorale non trovi una proposta politica convincente e soddisfacente per mettere finalmente fuori gioco questa forza eversiva, che ha portato il Paese ai margini del mondo civile dopo averlo lasciato andare alla deriva?

E' evidente che la responsabilità principale di questo stato di cose, di questa dittatura del 15,6% - una colpa imperdonabile -, ricade sulla formazione che ha la maggiore consistenza elettorale in quel vasto 84,4% di elettori. Sul PD.
E' evidente a tutti, ma non a chi ha guidato il PD in questa disfatta. Si può capire. Ma è chiaro che se nel PD non riuscirà a prevalere una diverso gruppo dirigente, espressione di una maggioranza alternativa, in grado di offrire una risposta politica all'elettorato che attende di uscire dall'incubo presente, il destino del PD è segnato.

Contro i riti bizantini, da Prima Repubblica, del dibattito nel PD, hanno affermato per primi questa verità, tradotta nella parola d'ordine provocatoria ma efficace della “rottamazione”, Matteo Renzi e Pippo Civati. Per dire, con questa espressione, che era il momento di cambiare il partito anziché cambiare partito, come faceva, nei riti dell'era passata, chi era in disaccordo.
Dopo la prima uscita pubblica, alla Leopolda, hanno preso strade diverse: Renzi ha occupato con grande efficacia la scena mediatica e si è esposto coraggiosamente nelle primarie contro Bersani, che pure aveva scommesso il suo futuro politico sul cambiamento, del partito e del Paese.
Civati ha dato credito a Bersani, fino al momento drammatico (la congiura dei 101) in cui il segretario che non aveva vinto le elezioni che non poteva perdere ha deposto le armi ai piedi dell'apparato che intendeva rinnovare. Civati ce l'ha messa tutta per impedire che il PD tenesse ancora in vita quella dittatura. Da allora sta combattendo tenacemente la sua battaglia, avendo per primo avanzato la sua candidatura a segretario del PD nel prossimo congresso.

La mia idea, per quel che può valere, è che meriti di essere appoggiato perché ha ... tre meriti che da soli basterebbero (e che non ritrovo in Renzi).
Non si limita a dire che si deve cambiare ma si sforza di entrare nel merito, ad ogni tornante della vita politica, del cosa del perché e del come. L'ultimo suo atto di accusa contro la gestione attuale del PD è di una chiarezza esemplare.
Non affronta i problemi e non cerca le soluzioni nel chiuso di una elaborazione “tecnica” riservata a chi possiede le competenze ma si sforza di seguire ogni volta un percorso condiviso, aperto, ritrovandosi così con l'intuizione della “mobilitazione cognitiva” di cui parlano Revelli e Barca.

Non si ingegna di trovare la migliore mossa tattica nel rapporto con l'apparato, scegliendo tra il conflitto e l'accordo in base alle convenienze, ma si sforza di far emergere attraverso il confronto a viso aperto i margini di convergenza, marcando con chiarezza i dissensi.
E' per questo che ha anticipato tutti, prima di qualsiasi mossa tattica di altri, candidandosi. Senza alcuno sponsor se non quel mondo di persone che ha deciso che valga la pena di provarci insieme a lui. Quorum et ego. Senza timori, senza illusioni, ma convinto.


Per liberarci dalla dittatura del 15,6%.