martedì 4 giugno 2013

Le elezioni amministrative in Molise e i travagli della sinistra

Anche in Molise dalla primavera del 2011 (quella di Milano, Napoli, Cagliari e poi dei Beni Comuni) il vento del cambiamento si è fatto sentire. Un fenomeno politico che sta conquistando la scena politica. Non solo in Italia. Non solo in Molise. Ma il percorso avviato è ancora ben lontano dal traguardo. C'è un congresso PD da celebrare e anche in Molise si deve creare un solido agglomerato, che assicuri persistenza e resistenza. Benché unire sia spesso più complicato che dividere e isolare.

Come ho fatto nel post precedente per il voto del 25 febbraio, anche per il voto amministrativo del 26-27 maggio in Molise credo si possa proporre una lettura inquadrata nel contesto nazionale. Con una differenza non secondaria: se il voto politico nazionale poteva aiutare a interpretare quanto avvenuto su scale locale, per quello amministrativo sono gli avvenimenti locali che aiutano a decifrare meglio le dinamiche nazionali.

Con quello che era successo in Italia, nel voto precedente e soprattutto dopo il voto, era lecito attendersi da questa tornata qualche segnale e qualche insegnamento. Tanto più dove a febbraio si era votato anche per la Regione: un voto, per le sue caratteristiche, meglio confrontabile con quello amministrativo.
In Molise, inoltre, se la quota di abitanti coinvolti, poco meno di un quinto del totale, era in linea con quella nazionale, si votava però in uno dei due capoluoghi di provincia, Isernia, in uno dei tre centri oltre i 10.000 abitanti, Venafro, e in due degli altri sei con oltre 5.000, Larino e Guglionesi. Il test era dunque di un certo peso relativo.


Potremmo limitarci a rilevare che solo uno dei sindaci eletti nei centri principali è collocabile nel centrodestra, versione molisana (UDC). Si rientrerebbe quindi nell'ordinario rispetto al quadro nazionale, senza significative particolarità. Analizzando meglio si possono però trarre, come ho anticipato, elementi di giudizio utili per un discorso generale. In particolare, attorno al dibattito che si è aperto nel campo della sinistra in seguito al voto amministrativo, concentrato, detto in sintesi, sulla frase della Serracchiani “abbiamo vinto nonostante il PD”.
Da una parte vi è chi (molti degli attuali dirigenti del PD) si è ribellato a questa interpretazione, considerata offensiva e perfino irriconoscente, vantando il grande impegno del PD a sostegno dei candidati vincenti, con particolare riguardo a Marino.
Dall'altra vi sono coloro che, pur non ritenendo, ovviamente, che il PD abbia agito per ostacolare la vittoria dei candidati espressi dalle coalizioni di cui era parte integrante, vogliono però affermare che, ciò nondimeno, il voto abbia premiato soprattutto quei candidati che esprimono una forte critica alle scelte compiute dal PD dopo il voto politico. Quelli che si sono impegnati a percorrere una via alternativa, radicalmente alternativa, a quella che il PD sta percorrendo in Parlamento e a rappresentare le aspirazioni, i valori e, perché no, gli interessi di quei settori della società che quella via alternativa reclamano.
Per quello che riguarda il voto a Roma mi sono già espresso in altra sede per questa seconda tesi. Il voto molisano - un campione più ristretto - mi offre l'opportunità, ritenendo di conoscere in modo più ravvicinato persone e dinamiche in atto, di portare argomenti ulteriori.
Considero a parte il voto di Isernia, che pure è quello numericamente più importante. Non intendo sminuirne l'importanza: segna il crollo della roccaforte dell'insediamento della coalizione di destra che ha “imperato” in Molise negli ultimi dodici anni (se non, fatta salva la parentesi “interrotta” di Veneziale, negli ultimi quattro-cinque lustri, una generazione). Il candidato vincente, Brasiello, ha inoltre ai miei occhi il merito (che lo accomuna per questo a Frattura) di aver guidato la sede di raccordo dei soggetti economici territoriali, la Camera di Commercio. Potrei far valere anche per lui l'argomento che non è un candidato del PD, né può essere assimilato a quella area politica e che dunque anche a Isernia, pur annoverando personaggi di sicuro prestigio, il PD ha ritenuto di far ricorso a risorse esterne. Ritengo pur tuttavia che Isernia faccia caso a sé perché sono convinto che il voto abbia inteso soprattutto punire lo schieramento avversario.


Lo si è detto anche per Roma (e non sminuisce la vittoria di Marino), ma a Isernia comunque non si tratta della sconfessione di un sindaco che ha fatto un flop clamoroso. L'avversario, D'Apollonio, godeva di notevole stima e non può essere accusato di portare responsabilità di disastri amministrativi, il più eclatante di tutti essendo, credo di poterlo dire anche per l'eco nazionale che ha avuto, l'Auditorium come mega monumento allo spreco. Il voto esprimeva però la liberazione dal giogo clientelare dello iorismo e l'aspirazione a voltare pagina rispetto a tutto un sistema di potere che con la scelta del rappresentante sperava di compiere un lifting convincente, senza tuttavia riuscirci minimamente. Il gioco era troppo scoperto, i personaggi troppo conosciuti.

Di tutt'altro genere invece la partita che si è giocata negli altri comuni principali. E di tutt'altro genere i candidati vincenti. Parlo di Antonio Sorbo, a Venafro, di Vincenzo Notarangelo a Larino, di Luigi Valente a Vinchiaturo.
Nessuno di loro può essere tacciato di ostilità nei confronti della sinistra; nessuno di loro può essere annoverato tra gli esponenti della sinistra massimalista o ideologica, che in Molise non manca di far sentire la sua voce e la sua presenza. E però nessuno di loro è del PD.
Nel caso di Venafro, Antonio Sorbo si è anzi trovato il PD a contrastarlo. Ha messo in piedi una coalizione trasversale, a fronte di una coalizione altrettanto trasversale dall'altra parte. Il suo avversario, Pietracupa, ha avuto un ruolo importante, se non determinante, nella vittoria di Frattura alle regionali avendo lasciato clamorosamente Iorio, dopo esser stato Presidente del Consiglio, fondando una nuova formazione politica. Non si era candidato alla Regione, pur sicuro di essere eletto, per una scelta rispettabile di “sobrietà”. Del resto non aveva ritenuto di compiere alcun “passaggio di campo” sul piano politico generale, lasciando anzi che il suo movimento, con singolare disinvoltura, si accreditasse come “ispirato” dall'eurodeputato PdL del posto, Patriciello.
Questo gioco di trasversalità incrociate poteva creare qualche confusione. I due contendenti erano accomunati dall'appoggio al nuovo Presidente della Regione ma separati dalla visione del “bene” locale e, in definitiva, dalla storia personale e dal curriculum. Non mi esprimo sulla scelta del PD regionale a favore di Pietracupa: hanno però scelto gli elettori a favore di Antonio Sorbo la cui storia è saldamente a sinistra.


A Larino Notarangelo, giovane avvocato di SEL (un passato nel PD), ha dovuto sudare sette camice per essere candidato utilizzando come argomento principale la richiesta (minaccia?) di passare per le primarie. Qualcuno al termine delle estenuanti trattative, nel cedere, ha lasciato trapelare la convinzione che sarebbe “andato a sfracellarsi”. Ha vinto largamente.
A Vinchiaturo poi la giunta era stata eletta solo due anni fa e Valente era stato sconfitto per 8 voti. E' seguita una diaspora dalla maggioranza che ha portato allo scioglimento del comune. Nel voto, ripetuto a breve distanza contro il medesimo candidato, Luigi Valente si è imposto con un notevole distacco (15 punti).


Aggiungiamo qualcosa anche sugli altri due comuni di un certo peso, Guglionesi e Colletorto.
Il candidato PD (ce n'era uno in lizza, dunque!) ha perso al comune di Guglionesi: una persona, Bellocchio, con un passato politico di rilievo alle spalle, già sindaco, conosciuto ed apprezzato. Ha pagato, mi sentirei di dire, proprio il suo percorso, rispettabile ma “interno” all'apparato di partito. Non ha fatto presa. E sì che il comune era stato commissariato per il passaggio all'opposizione di quattro consiglieri della maggioranza che appoggiava il sindaco uscente, ora rieletto. Esponente UDC, ascrivibile a Iorio. C'erano tutte le premesse come a Vinchiaturo, dunque. Ma non sempre basta. Da notare le felicitazioni del M5S locale al vincente: “per non tradire la fiducia di tutti coloro che si aspettano importanti cambiamenti” (dalla riconferma!!!).
Colletorto, infine. Il sindaco uscente, Tosto, UDEUR, era appoggiato dal PD e da Frattura. E' stato sconfitto da un giovane esponente di una lista civica, collocato a sinistra, appoggiato dalla sinistra. Ha condotto una campagna all'insegna della partecipazione, della condivisione dei programmi, ha utilizzato il web, ha composto una lista giovane. Vi dice niente?


Verrei, a questo punto, alle conclusioni di questo excursus, già abbastanza lungo.
La prima è che ormai è incontestabile il fatto che in Molise dalla primavera del 2011 (quella di Milano e Napoli e poi dei Beni Comuni) il vento del cambiamento si è fatto sentire. Prima la mezza vittoria di Frattura, poi la definitiva messa a riposo di Iorio, poi, sempre più chiaro, sempre più netto, un segnale in direzione di un'altra politica, che premia la sinistra. Non una sinistra indefinita. Non il centro-sinistra (il trattino è ironico). Non la sinistra ideologica parolaia e conservatrice. Una sinistra che ha una fisionomia sempre più chiara, che convince gli elettori, che fa appello a valori forti, ben radicati nella cultura progressista di questo paese. E' una sinistra elitaria? No, vince le elezioni. E' parolaia? No, le vince su proposte molto concrete. E' rissosa e individualista? No, vive di partecipazione, condivisione, spirito di servizio. Abbiate pazienza, descrivo in termini banali un fenomeno che meriterebbe approfondimenti ben più rigorosi. Ma avverto l'esigenza di descrivere, di farmi capire anche da chi è riluttante a dare un contorno definito e comprensibile al fenomeno politico che, piaccia o no, sta conquistando la scena politica. Non solo in Italia. Non solo in Molise.

La seconda è che il percorso è avviato ma è ben lontano ancora dal traguardo. Parlo dell'Italia. C'è un congresso PD da celebrare, si deve andare alla verifica dei numeri, alla misurazione del consenso, nel partito e tra gli elettori. Si devono dare le investiture necessarie ai rappresentanti, leader o portavoce che li si voglia definire. Parlo però anche del Molise. Perché si deve creare un solido agglomerato, una struttura, a rete, che assicuri persistenza e resistenza. Con snodi aperti ma resistenti e funzionanti. E in Molise, per tante ragioni dalle origini lontane, unire è molto più complicato che dividere e isolare.

E' un messaggio che vorrei rivolgere anche all'amico Frattura. Annoverava sostenitori tra chi ha vinto e tra chi ha perso. In un caso, a Venafro, li aveva da entrambe le parti. Sappia distinguere chi ha vinto da chi ha perso e ne tragga la forza necessaria per scegliere, rompendo gli indugi. Non lo danneggerà. L'ho sempre considerato, per cultura e per indole, persona adatta a interpretare e rappresentare i valori, le aspirazioni e, perché no, gli interessi (mi sto ripetendo, se non ve ne siete accorti) del popolo che sta costruendo una nuova sinistra, all'altezza delle sfide del tempo. Lo aspetto alla prova, anche se non sarà facile (come sta constatando).

domenica 28 aprile 2013

Le elezioni molisane rilette alla luce dei fatti politici nazionali. Appendice alle considerazioni finali.


Mi sono deciso a tornare sulle considerazioni finali di questo blog. Ero stato esortato da qualche amico, che ha avuto la costanza di seguire nel tempo i miei post, perché non mi astenessi da un bilancio. Ma più che altro mi sono convinto ritenendo che ora sia possibile una lettura più completa e più argomentata delle elezioni regionali molisane alla luce dei fatti che sono accaduti nelle ultime settimane nella politica nazionale, in particolare il terremoto nel PD. Forse una riflessione sul microcosmo molisano, sulle zone d'ombra e le tare emerse nella campagna per la Regione, può aiutare a diagnosticare con maggiore chiarezza il male – apparentemente oscuro – che affligge il PD e la politica nazionale. Le stesse dinamiche si ritrovano infatti anche lì, ampliate di scala e con conseguenze, ahimè, assai più gravi.


Qualche parola, in premessa, sul Presidente eletto. Per dire che sono convinto, come lo ero due anni fa quando l'ho conosciuto per la prima volta, che Paolo Di Laura Frattura abbia, oltre ad un solido orientamento per i valori costituzionali e per la cultura della solidarietà (che distingue la sinistra), tutte le qualità morali e caratteriali per operare bene al servizio dei molisani, nonostante la sua scarsa dimestichezza con la politica “professionale”. E' un tratto che può sorprendere considerata la discendenza paterna (ma ha preferito coltivare un proprio percorso culturale e di vita che lo ha portato ad essere soprattutto un imprenditore) e comunque non è di per sé un demerito nella la posizione che riveste. Personalmente non solo non mi sento di criticarlo, ma penso possa risultare perfino un titolo di merito. Credo che molti elettori l'abbiano colto come un dato positivo, che ha giovato alla sua affidabilità e lo ha collocato sul versante della novità e del cambiamento, a cui i molisani in grande maggioranza aspiravano. E dirò, per inciso, che l'errore più grave commesso da Massimo Romano, per lui stesso letale, mi sembra sia stato proprio quello che, anziché indirizzare le critiche verso le dinamiche prodotte dai politici professionali, le abbia invece concentrate, con un veto sulla persona, sul candidato Presidente, che agli elettori appariva quello che meno le meritava.
Questo tratto è pur vero che potrà rappresentare un handicap ogni qualvolta si porranno scelte di natura squisitamente politica: un Presidente di Regione riveste tuttavia un ruolo istituzionale rispetto al quale la politica dovrebbe avere, nella fisiologia delle relazioni, un ruolo ancillare. Solo quando prevalgono fenomeni “patologici” di sconfinamento dei partiti (“catoblepismo”, direbbe Barca) come malauguratamente è già accaduto, viene chiamato a un ruolo politico, che non gli compete e non gli si attaglia, e l'esito si fa incerto. Non posso che augurarmi, per il bene non solo suo ma dei molisani in genere, che ciò non avvenga.


Passando al bilancio politico delle elezioni e più in particolare del ruolo che vi ha svolto il PD, il cuore del problema della crisi della politica in Molise come in Italia, potrei partire dalle critiche che ho già avuto modo di esprimere sulla conduzione della partita-regionali da parte del vertice del PD (Ruta-Leva) nel periodo tra l'ufficializzazione della candidatura Frattura e la presentazione delle liste. Se riavvolgiamo il film, occorre però partire da due mesi prima, dal momento del definitivo annullamento delle elezioni del 2011.
Sul momento era sembrato si potesse sorvolare su quella fase, dato il “lieto fine”, ma ora se ne coglie meglio la gravità, che impone di pronunciarsi con chiarezza. Ricordiamo i fatti: è stata rinviata di due mesi la riconferma del candidato che aveva stravinto le primarie un anno prima, per tessere una lunga, estenuante trattativa, tenuta rigorosamente nascosta non solo all'opinione pubblica ma al gruppo dirigente del PD e agli alleati del 2011. L'idea era di offrire la candidatura a Massimo Romano attorno a un'ipotesi di convergenza con l'UDC e di rottura con il fronte sinistro dello schieramento. Il ritorno (o ripiego?) su Frattura si è imposto quando quell'ipotesi si è rivelata impercorribile, non perché respinta dal PD stesso (i cui organismi non erano stati neppure informati), ma per indisponibilità degli interlocutori. Ebbene, a che cosa assomiglia questa vicenda se non alle trame oscure che hanno portato ad impallinare il Presidente fondatore del Partito Democratico, l'unico che aveva sconfitto per ben due volte Berlusconi davanti al corpo elettorale?
Non è andata a finire così, non è stato impallinato Frattura (forse gli interlocutori molisani a differenza di quelli nazionali non hanno valutato appieno le chance offerte) ma l'esito poteva essere non molto dissimile da quello verso cui ci sta portando l'opposizione sorda e “immorale” a Bersani (e a Prodi) in nome di un'intesa di regime con il PDL.

A livello nazionale, il rischio concreto paventato da molti al momento della nascita del governo Letta, è che si apra un'autostrada di fronte a Berlusconi, che concepisce la politica come una campagna elettorale permanente. Resuscitato dal voto per il Quirinale, può aspirare ad essere eletto Presidente della Repubblica da un Parlamento scaturito da una nuova, probabile, tornata elettorale in cui sente di poter vincere a mani basse. Analogamente, se il disegno di Leva e Ruta fosse andato in porto, con l'inevitabile rottura a sinistra (che ne era parte integrante), avrebbe riportato al centro della scena Iorio permettendogli un terzo mandato pieno. E' pur vero che Frattura avrebbe potuto tener duro sulla sua candidatura come alternativa, con qualche speranza di vittoria, ma ovviamente si sarebbe trattato di una mossa ad alto rischio.
Che partito è quello (parlo del PD molisano) in cui un segretario può chiedere un mandato per confermare lo schieramento dell'anno precedente (“allargando al centro”, si intende) e poi gestirlo, senza alcun rapporto né con la “base” né con l'insieme del gruppo dirigente, per rompere a sinistra e cercare un'intesa funzionale solo a garantire comodi posti di opposizione in una Regione riconsegnata alla destra (e un lasciapassare per il Parlamento)? Su quali obiettivi, su quale visione della società molisana, poggiava quel disegno? In quali valori, politici ma prima ancora etici, affonda le radici quel gruppo dirigente? Negli stessi valori, credo, in cui affonda le radici l'apparato, inquadrato in cordate, che, trasferito attraverso le Primarie di Capodanno in Parlamento, ha negato il voto al candidato acclamato poche ore prima in un un pubblico teatro.
E' un caso che ben tre dei quattro parlamentari molisani (a eccezione della Venittelli) abbia evitato di pronunciare una condanna chiara e inequivocabile del comportamento di quelli che Bersani stesso ha definito “traditori”? Piuttosto, sulla sua bacheca FB Totaro si guarda bene dal prendere le distanze da chi definisce il voto a Prodi come un'inaccettabile imposizione.
Quel disegno è andato avanti anche dopo la candidatura di Frattura ed è solo così che si spiega l'accordo notturno (la luce del sole nuoce evidentemente alle capacità di manovra politica dei vertici del PD molisano) per l'alleanza con Udeur e con Rialzati Molise. Non ci sarebbe stata, è evidente, nessuna controindicazione se fosse stato condiviso con gli alleati, valutato con il gruppo dirigente e, soprattutto, poggiato su solide intese programmatiche: non abiure, inutili da chi aveva abbandonato Iorio, ma chiarezza sui punti del programma di centro-sinistra su cui vi fossero riserve e su eventuali ulteriori proposte. Questa, la carta di intenti da firmare, non imbarazzanti papielli, da affidare al notaio, sulle poltrone: invece, si continuava nel solco dei due mesi precedenti.
Di nuovo, che partito era mai quello? Con quali valori e quale cultura si presentava agli elettori? Come non vedere le sconsolanti analogie con il modo in cui il vertice nazionale del PD si è presentato ai suoi elettori in campagna elettorale? Mai qualche proposta trainante, emblematica, per far capire verso quali lidi si intendeva portare il Paese ma solo il “ragazzi lasciateci lavorare”, “fidatevi di noi”. Per non dire della mancata scelta di campo, per finire nella scelta opposta a quella dichiarata agli elettori. Fino all'ultimo, nella formazione del governo, senza far capire ai cittadini quali fossero i punti prioritari del programma, su cui si sarebbe misurata la fattibilità di un'intesa, mentre Berlusconi poneva condizioni, di persone e di misure irrinunciabili (IMU e giustizia).

Ebbene sì, il Molise è stato anticipatore e rivelatore di quello che sarebbe accaduto nel Paese. Nel piccolo, ma con maggiore chiarezza ed evidenza, ha portato alla luce le tare che hanno, nel grande, provocato il disastro. Ma in Molise, obietterà qualcuno, si è vinto. Perché non ritenere che possa succedere anche col governo Letta, perché drammatizzare? Ebbene, se guardiamo ai numeri, ci dicono che in Molise il PD non arriva al 15%. Raccoglie dunque una percentuale tipicamente da terza forza (oltretutto se la coalizione di Iorio coincide con il PdL, quella di Frattura non è il PD). Per dire, su scala nazionale è la percentuale del PSI di Craxi, o quella a cui si stava avvicinando Monti, prima del ritorno di Berlusconi. Con la differenza fondamentale che in Molise l'offerta politica non contempla, oltre a un centro-destra e una terza forza, una formazione di sinistra. Moderna, europea, riformista, di governo, non velleitaria né ideologica, ma di SINISTRA. O meglio, se ne offrono varie, disperse e senza sufficiente credibilità elettorale, anche per l'equivoco indotto dal PD attuale.

Mi fermo qui. Il seguito è nelle mani, da una parte, degli iscritti del PD che si misureranno in un congresso di svolta, storico, dall'altra di quanti, elettori o militanti politici, dovranno trovare il modo di partecipare attivamente alla costituzione di una formazione politica di sinistra forte e rappresentativa, in Molise come in Italia. Attorno a un PD che abbia risolto la sua crisi di identità, mi auguro. Non dipende dal fato, ognuno faccia la sua parte.

mercoledì 27 marzo 2013

Molise 2013. OBIETTIVO CENTRATO. Considerazioni finali


A un mese di distanza dal voto possiamo considerare archiviate le elezioni, nazionali e regionali.
Il tempo trascorso ha dato modo di consolidare un bilancio, anche se è tutt'altro che chiaro il futuro che ci attende.
Questo blog è nato con un tema, le elezioni regionali in Molise, ed uno scopo, contribuire all'affermazione del centro-sinistra. Aveva perciò una scadenza.
Quella iniziale, l'autunno 2011, si è protratta fino alla primavera del 2013 per le irregolarità che hanno portato a ripetere la prova. Inoltre il tema si è ampliato, per la concomitanza con le elezioni nazionali, inevitabilmente destinate a condizionare fortemente le dinamiche locali.
Ma ora il traguardo è raggiunto: OBIETTIVO CENTRATO! In Molise ha vinto il centro sinistra. Per poco, o pochissimo, che abbia contribuito, il blog esaurisce con questo la sua funzione.
Non posso tuttavia distaccarmi dai miei amici lettori senza proporre un'ultima riflessione a consuntivo sulle elezioni, cercando di cogliere punti di contatto e differenze tra quanto è accaduto a livello nazionale e in Molise.

Il punto di contatto più forte credo sia rappresentato dal crollo di consensi del centro-destra, che aveva esercitato un'egemonia nel corso degli ultimi dodici anni in entrambi i contesti.
Le dimensioni quantitative, nel raffronto con le ultime elezioni, presentano una notevole analogia: nel voto alla Camera la coalizione di Silvio Berlusconi scende dal 46,81 (2008) al 29,18, alla Regione Molise la coalizione di Michele Iorio scende dal 46,96 (2011) al 25,8. Può essere considerato un aspetto banale, in quanto mero riflesso su scala locale di un fenomeno di portata nazionale, ma sappiamo che si sono verificate differenze significative tra le aree del Paese e che in particolare nel Mezzogiorno la coalizione di centro-destra ha mostrato una tenuta maggiore, al di sopra delle previsioni della vigilia.

Per converso, la differenza principale consiste nel fatto che a livello nazionale il crollo dei consensi del centro-destra non ha premiato il centro-sinistra, rimasto non soltanto al di sotto delle aspettative ma anche molto lontano, di otto punti, rispetto alle precedenti elezioni, mentre in Molise ha invece aperto la strada a una vittoria netta della coalizione di centro-sinistra che ha mantenuto il consenso guadagnato nel 2011.

Per analizzare meglio questa differenza, possiamo partire dalle ragioni della mancata conquista dei consensi in fuga dal centro-destra da parte del centro-sinistra a livello nazionale.
I commenti hanno messo a fuoco essenzialmente due fattori: da un lato, la mancata indicazione di concrete proposte, in positivo, che dessero agli elettori il senso degli obiettivi che la coalizione si sarebbe posta una volta al governo, per migliorare la condizione dei cittadini chiamati al voto; dall'altro, non aver convinto gli elettori che la promessa di un cambiamento di rotta, posta al centro della campagna elettorale della coalizione, sarebbe stata accompagnata anche da un rinnovamento delle persone che di quel cambiamento sarebbero state protagoniste.
E' stato osservato, acutamente a mio avviso, che gli otto punti lanciati da Bersani per la costruzione del governo e l'indicazione di due figure largamente apprezzate, oltre che di prima nomina, per presiedere Camera e Senato, sarebbero state due mosse chiave per la campagna elettorale … se non fossero giunte, purtroppo, dopo il voto.

Nelle elezioni regionali in Molise il voto degli scontenti del centro-destra è stato viceversa intercettato stringendo accordi con gli esponenti politici che di quello scontento di erano fatti interpreti in modo aperto e, in particolare, con due formazioni che nella scorsa legislatura erano collocate organicamente nella coalizione di centro-destra. Il risultato ha premiato l'operazione, nel senso che l'afflusso di voti provenienti dal centro-destra ha compensato il deflusso che, in misura analoga a quanto avvenuto su scala nazionale, si è diretto verso il Movimento 5 Stelle (nel caso molisano, in parte dirottato verso una formazione locale con forti analogie, di collocazione e ispirazione politica, con il M5S).

Si tratta, con tutta evidenza, di una differenza rilevante. Non deve tuttavia fare velo ad una profonda analogia che merita molta attenzione. Non ci si può infatti nascondere che la coalizione di centro-sinistra non ha compiuto neanche in Molise quelle due mosse che, si è detto, sarebbero state necessarie per conquistare il consenso potenziale su scala nazionale. Gli accordi con le formazioni e gli esponenti di centro-destra si sono fondati molto più su un'aspirazione “a voltare pagina” rispetto a un'esperienza di gestione che si è rivelata fallimentare che non su un'adesione, “positiva”, ad un programma alternativo, su obiettivi definiti ed esigibili. Gli elettori sono stati perciò chiamati a scegliere tra i candidati più che tra le proposte. Quanto alle persone, sarebbe stato obiettivamente difficile l'emergere di volti nuovi, sia per il meccanismo elettorale sia per le dimensioni del bacino di votanti, paragonabile a una città di media grandezza, ovvero a uno dei venti Municipi in cui è divisa Roma, anche se il candidato presidente aveva quanto meno, dalla sua, il vantaggio di non provenire dagli apparati e di essere nuovo alla politica, un vantaggio che si è tradotto in un consenso specifico per la persona e per la lista del presidente.

In una certa misura, a ben vedere, vi sono insomma analogie non banali tra la sfida che sta affrontando Bersani e il centro-sinistra PD-SEL a livello nazionale e quella che attende Di Laura Frattura. Nel primo caso, attorno alle proposte e agli obiettivi da perseguire, nonché ai profili di chi dovrà assumere un tale onere, si giocano le chance di comporre una maggioranza politica in grado di sostenere un governo. Nel secondo caso, attorno alle medesime questioni si gioca la possibilità di dare un'impronta pienamente politica a una maggioranza che rischia altrimenti di non garantire né l'operatività né l'unità. Condizioni necessarie, entrambe, per realizzare il cambiamento atteso e per rispondere alle aspettative che l'elettorato molisano ha largamente manifestato, non solo nel voto al centro-sinistra ma anche nel consenso rivolto alle formazioni “anti-sistema”, se mi si passa questo termine sintetico.
L'analogia tra le sfide si ferma qui e non si estende agli scenari alternativi. Un insuccesso della coalizione di centro-sinistra sulla linea che sta tentando Bersani porterebbe presumibilmente (azzardo una previsione senza pretendere di avere doti divinatorie) a nuove elezioni. Una prospettiva che non si pone nella situazione molisana. 
Per quel che può valere, partecipo con grande emozione, e non poca apprensione, ad entrambe le vicende stringendo in un abbraccio ideale due persone sulle cui spalle pesa una grande responsabilità, ciascuno per il suo ambito.
Con questi sentimenti e con questi auguri prendo commiato dai lettori di questo blog che ringrazio per l'attenzione (che so di aver messo frequentemente a dura prova). Se proprio lo vorranno, potranno ancora leggermi in altre sedi. Mi riesce difficile perdere il vizio ...

giovedì 14 febbraio 2013

DENTRO LA CAMPAGNA ELETTORALE


A quei trenta affezionati lettori che potrebbero aver notato l’assenza di nuovi post nelle ultime settimane, anche se non è detto che ne abbiano sofferto, devo pur tuttavia porgere le mie scuse.
Non è pigrizia né mancanza di argomenti. Figuriamoci! Una campagna elettorale come quella in corso, in Italia e in Molise, di argomenti ne dà fin troppi!
Fin troppi, per l’appunto.
Ma una campagna elettorale come quella che stiamo vivendo, per il momento che attraversiamo, soprattutto sprona all’azione e costringe ad una scelta drastica tra azione e elaborazione.
Non ci si può porre come osservatori. Per quanto ci sia moltissimo da osservare e da commentare, per quanto si vadano accumulando motivi di riflessione su cui occorrerà elaborare approfonditamente, per comporre nuovi schemi interpretative e nuovi paradigmi politici, non è questo il momento. Più che scrivere, parlare, proporre, per lo più ripetendo quello che si è scritto, detto, proposto, credo sia il momento di ascoltare, cogliere istanze e domande, misurarsi con umori, disagi, paure e (fintantoché affiorano) speranze.

Poi tireremo le somme. Diamoci un appuntamento per il dopo.
Dopo, dovrò anche dare un senso nuovo a questo blog. Se sarà possibile, ragionevole, utile.
Nel frattempo, mettiamocela tutta. 

mercoledì 30 gennaio 2013

Dr. Ingroia e Mr. Patrimoniale


Alla presentazione del “Piano” per il lavoro della CGIL, presenti Bersani, Vendola e Barca, non è stato invitato il dr. Ingroia, che pure ha sposato appieno uno dei punti del piano,  l’idea di una patrimoniale ordinaria, denominata “Imposta strutturale sulle Grandi Ricchezze”.
Il magistrato, candidato presidente, ha reagito con una lettera agli iscritti CGIL in cui polemizza con il PD (“votò senza battere ciglio la riforma dell’art. 18”) ma individua “gli avversari da battere con il voto in Berlusconi (“destra caciarona e impresentabile”) e Monti. A quest’ultimo (“destra perbene“) riserva gli accenti più pesanti, chiaramente indicandolo come bersaglio principale.





Singolare corto circuito logico.
Se è (ancora) assai improbabile che Berlusconi possa vincere le elezioni alla Camera, resta in ogni caso l’unico contendente che può insidiare il primato della coalizione PD-SEL. Punta, più realisticamente, a un loro indebolimento per riuscire a esercitare ancora un potere di condizionamento in funzione dei suoi interessi privati. L’obiettivo è dunque lo stallo al Senato. Lo stesso che si propone Monti, l’esecrato premier uscente, nell’intento di imporre un accordo post-elettorale (su quali contenuti programmatici non è dato saperlo).
Eppure, la scelta di Ingroia, di candidarsi a rappresentare un settore della sinistra in concorrenza con la coalizione PD-SEL, avvantaggia proprio Berlusconi e, ancor più, Monti. Gli avversari da battere.
Se non è un oltraggio alla logica, deve evidentemente poggiare su radicali e non mediabili motivi di dissenso sui contenuti, tali da prevalere su qualunque valutazione tattica.

In effetti, annunciando la “rottura irreversibile” il dr. Ingroia aveva esattamente dichiarato che “c’è un’incolmabile distanza programmatica, che riguarda (questo è stato il passaggio centrale ripreso da tutti gli organi di informazione) il rifiuto opposto da Bersani e dal PD all’idea di introdurre una patrimoniale ordinaria. Quella proposta dalla CGIL.
E’ dunque questo non un punto programmatico tra gli altri, ma quello su cui si può giocare la rottura dell’elettorato di sinistra. Non si può sorvolare, è il caso di approfondire il tema.

Personalmente ho partecipato a varie occasioni di confronto (interno al PD ma reso pubblico senza alcun filtro di “centralismo democratico”) in tema di patrimoniale. Nessun esponente del PD ha mai opposto ragioni di principio, il dibattito è stato molto aperto, con il contributo di studiosi di grande levatura. Ha riguardato i pro e i contro di una patrimoniale ordinaria nell’ottica di un obiettivo, condiviso come centrale da tutto il partito e da tutta la coalizione, di un riequilibrio del carico fiscale nel senso dell’equità e della progressività, principi costituzionali oggi disattesi per effetto delle politiche del centro destra sulle orme di Reagan e della Thatcher.
Ho ascoltato molti argomenti convincenti a favore di una patrimoniale, ordinaria o straordinaria. Il dibattito è approdato però a una conclusione contraria (a maggioranza, come normalmente accade quando, anziché principi basilari, si confrontano diversi modi di applicare un principio da tutti condiviso): si deve compiere un passo preliminare rendendo visibili i patrimoni e tracciabili i processi che portano all’accumulazione di grandi ricchezze. Altrimenti il carico dell’imposta rischierebbe di cadere per l’ennesima volta su chi, già visibile e tracciato, paga le imposte per intero. Mentre i possessori di grandi ricchezze hanno gli strumenti per eludere il fisco facendola franca, o per evadere senza correre eccessivi rischi. Non per caso, l’unico patrimonio visibile e tracciato, la casa, è quello su cui si è operato il prelievo più pesante con l’IMU. Che è un’imposta ordinaria sul patrimonio. Che il programma di centrosinistra intende correggere per introdurre una progressività oggi praticamente assente (il mancato aggiornamento dei catasti urbani, alleggerendo il carico sugli edifici storici di pregio, ha un effetto perfino regressivo).

 

A questo dibattito ha guardato con interesse la CGIL, che ha scelto di invitare a collaborare alla stesura del suo programma chi aveva caldeggiato l’ipotesi di una patrimoniale ordinaria. Più che legittimo. Le obiezioni riguardanti i rischi di un ulteriore aggravio su lavoratori dipendenti e pensionati saranno certamente state considerate superabili o non convincenti.
Certo è che nel suo intervento al dibattito di presentazione del piano CGIL Bersani ha preferito sorvolare sul tema, fonte di diversità di vedute, per dare maggiore risalto agli ampi motivi di convergenza su parti fondamentali del piano stesso. E la CGIL non ha ritenuto di invitare chi di quel tema aveva fatto, appena qualche giorno prima, motivo non recuperabile e non mediabile di rottura con Bersani.

Il dr. Ingroia ha però imparato rapidamente l’arte di correggersi smentendo quanto appena detto. Ancora rimbalzavano tra tv e quotidiani le sue dichiarazioni sulla patrimoniale in occasione della “rottura irreversibile” che se ne sovrapponeva un’altra in cui spiegava che la distanza incolmabile riguarda la tattica, non i contenuti programmatici. Dr. Jeckill e Mr. Hide?
Un po’ di chiarezza non guasterebbe. Per dare agli elettori qualche motivo di valutazione in più sul senso, tattico e programmatico, della sua candidatura. Anche per rispondere alle critiche di chi, benché sensibile al richiamo, ha visto nella scelta dei candidati solo una sponda offerta a un ceto politico di lungo corso in pericolo di sopravvivenza.
Altrimenti, potrebbe perfino venire il dubbio che quel ceto politico, che avrà pure qualche errore e qualche sconfitta alle spalle, abbia commesso un errore ancora più grave dei precedenti affidandosi in mani sbagliate.

Quanto poi all’ultimo esempio di correzione in forma di smentita, senza voler infierire, è apparso davvero sgradevole. Aveva dichiarato (alle telecamere, che non possono essere smentite) “sono stato criticato per essermi impegnato in politica proprio come era successo a Falcone” (quando aveva accettato l’incarico al Ministero di Giustizia: incarico, peraltro, nient’affatto politico). Alla reazione veemente della Bocassini risponde smentendo di essersi mai paragonato a Falcone e aggiungendo “si informi prima di parlare”. Poi rincara la dose alludendo a giudizi di chi non può più parlare … Borsellino stesso.


Falcone non era sceso in politica, le critiche a Ingroia non riguardano l’impegno in politica ma l’essersi collocato in aspettativa, ma nonostante tutto potrebbe essere meglio sorvolare.
Senonché la storia ci dice quanto abbiano pesato, sulla scelta di Falcone di recarsi a Roma per collaborare con il Ministro Martelli, oltre alle scelte compiute allora dal CSM, la forte tensione tra magistrati nella procura di Palermo (la “stagione dei veleni”, il “corvo”) e quella con il sindaco di Palermo (di allora e di oggi) Leoluca Orlando, che ha sempre rivendicato le critiche a Falcone senza mai dichiararsene pentito ed oggi è a fianco di Ingroia. Le critiche che furono mosse a Falcone venivano da lì. Un quadro diverso, direi opposto rispetto a quello di cui è stato protagonista il dr. Ingroia. Potrò sbagliare ma credo che molti italiani si siano fatti l’impressione che sia stato non vittima ma protagonista, di primo piano, con grande cipiglio, di polemiche con altri magistrati, con altre procure, con altre istituzioni, non ultime quelle di garanzia, Presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale. Per carità, non godono dell’intangibilità e possono essere e sono di fatto, rudemente e accanitamente criticate. Ma Falcone, suvvia, associarlo a queste iniziative è un insulto alla storia. Almeno fino alla prossima smentita.

sabato 19 gennaio 2013

L'uscita di ADC dal centrodestra e la stampa molisana


Uno spunto per ragionare di informazione.
Tre pezzi a confronto sul medesimo argomento (conferenza stampa di Pietracupa che lascia Iorio e fonda Rialzati Molise).

“Il centrosinistra si è trasformato in centrodestra” perché “ha acquistato Rialzati Molise”. La notizia è un’altra, ha lasciato il centro destra, i rapporti con il centrosinistra sono tutti da definire, ma questo fatto (non si sa neppure se i maggiori esponenti si candidano) viene appena accennato, relegato a manifestazione di “propositi confusionari” e “cialtroneria” perché Di Bello è sanguigno e battagliero e vuole che il lettore arrivi subito alle sue conclusioni (CSX trasformato in CDX). Accetta una critica, caro Pasquale: l’errore sta nell’impedire al lettore di farsi la sua opinione sulla base dei fatti. In più c’è un singolare peccato di omissione: manca un pensierino, anche solo un dubbio da insinuare nel lettore: non sarà che questo fatterello condanna Iorio alla sconfitta? Nossignore, la chiusa è questa: tra i fan di Frattura “il malumore e grande e da questo ribaltone quello che rischia di essere ribaltato è proprio lui” Ahi, ahi, Pasquale, perché trascurare Iorio e preoccuparsi solo per Frattura, c’è la par condicio …

L’omissione di Di Bello diventa invece il clou per Sorbo: “Iorio è rimasto solo, abbandonato praticamente da tutti.” Segue un lungo elenco di nomi: alcuni passati dalla regione a candidature nazionali, altri protagonisti di abbandoni: verso Romano e, da ultimo, Frattura (Udeur e, notizia fresca, ADC). Fatti, nomi e circostanze a corredo di un giudizio quasi epocale. Le ultime righe sono dedicate però al centrosinistra. Se non è par condicio, ci siamo vicini. Con una coda velenosa: “Il malcontento cresce di ora in ora e rischia di provocare nuovi addii. Massimo Romano sta alla finestra. Ora che il centrosinistra ha chiuso l'accordo con i patricielliani, le sue accuse di inciucio e trasversalismo lanciate in questi mesi alla coalizione di Frattura trovano una formidabile conferma. Ed ora proprio Romano rischia di capitalizzare il malcontento di buona parte dell'elettorato della sinistra.” Anche Sorbo ha una conclusione da riservare al lettore. Basata però su un fatto che resta nell’ombra. Un “accordo chiuso con i patricielliani”. Che genere di accordo? Se lo conosce, non ce lo racconta. Se non lo conosce … o se non è chiuso …
Antonio, Antonio, accetta una critica: i verbi, modi e tempi, sono importanti. Indicativo (passato prossimo)? Forse intendevi “quando avrà chiuso (un inciucio trasversale)”, a voler essere cattivo. O un congiuntivo (periodo ipotetico) “se mai chiudesse”, a voler essere prudente.” O addirittura “nella speranza (per Romano che sta alla finestra) che chiuda”, a voler alimentare polemiche (ma con rischio di querela)

Il contenuto dell’accordo sembra invece interessare Enzo Luongo, che intervista Pietracupa: “Ma su che basi si posa l'intesa tra i centristi e il centrosinistra? Il presidente del Consiglio regionale assicura che non ci sono accordi sulle poltrone: «Decideremo in un secondo momento se e come noi stessi saremo candidati, la politica si può fare anche da liberi cittadini. Non ci sono patti e da Frattura abbiamo avuto solo la disponibilità a parlare alla pari attorno ad un tavolo».  Frasi queste che contrastano con le voci insistenti che danno Pietracupa già piazzato sul listino maggioritario di Frattura. «Io non ho chiesto nulla - prova a smontare il diretto interessato - né per me, né per altri. Ogni decisione la prenderemo insieme».
Non mancano i toni epocali: “Un pezzo di storia di centrodestra si sgretola così”. Né si tace del centrosinistra e della “rivolta dei sostenitori di Frattura: da parte di tanti non si approva quest'alleanza”. In più si dà la parola a Iorio “Finalmente se ne sono andati … Sappiatelo tutti. Mi hanno impedito molte volte di realizzare i miei obiettivi … Il centrosinistra, comunque, appare più una lista di traditori che una lista politica. Buona fortuna”. Non sono frasi ricavate da un’intervista ma le virgolette sono appropriate. Le ha tratte dalla pagina Facebook del Governatore in uscita. Mi posso permettere una critica a Luongo? Ma dove crede di vivere, tra Times Square e la 8th Ave.? Non si monti la testa!

Bersani e Monti, agende a confronto (2)


Agenda (plur.), dal latino: le cose da fare, che non si sono fatte o si sono fatte male (e occorre correggere).
Andiamo avanti a esaminare, dopo il tema delle pensioni, le cose da correggere tra quelle fatte in base all’agenda Monti in materia di lavoro.

Su questo tema, di assoluto rilievo, è diffusa l’idea di dover rimettere mano alla riforma Fornero. So di dare una delusione a quanti vorrebbero riaprire il dossier articolo 18, ma ritengo che sarebbe un errore non molto diverso da quello compiuto da Monti.
Il parere su quella parte della riforma è negativo, si intende: ho avuto modo di esprimermi anche su questo blog. Ma il motivo principale di dissenso, che voglio qui ribadire, sta nell’aver attribuito a una modifica, in senso “deregolatorio”, del regime dei licenziamenti individuali un qualche effetto positivo sulla dinamica dell’occupazione.
Un falso, confutato da tutte le evidenze empiriche. Al contrario, se fosse stato indebolito il principio della nullità dei licenziamenti discriminatori l’effetto sarebbe stato di segno tutto negativo. E sarebbero state deleterie le conseguenze sul sistema dei diritti e delle libertà elementari dei cittadini.


Ora, è pur vero che quel principio è stato messo in discussione, con soave leggerezza professorale, all’inizio della vicenda. Ma la reazione decisa del PD ha impedito che si andasse avanti (neanche la voce dissonante di Ichino ha concesso spazi a Monti su questo punto). Le nuove procedure sono però pasticciate e arzigogolate e finiscono per andare in direzione contraria rispetto a quello che tutti unanimemente si aspettavano, sindacati e imprenditori, perché non risolvono il problema di una giustizia lenta e incerta ma ampliano il potere discrezionale dei magistrati.
Sarebbe dunque il caso di imboccare con decisione la strada opposta. Ma il problema è che di tutto abbiamo bisogno meno che di una nuova guerra atomica sull’articolo 18. Una manutenzione sarà necessaria, ma non è prioritaria. Altri sono i problemi più scottanti da affrontare per primi.

A differenza di quanto teorizzato da Monti nella sua agenda, si dovrà intervenire sulla gestione: attivare politiche efficaci. Si dovranno ripensare le sedi, i soggetti e le modalità di intervento, tornando a dare un ruolo protagonista alle parti sociali e restituendo loro piena autonomia.
Un tempo la legge interveniva per aiutare le parti a trovare intese più larghe e più rappresentative possibili (mettendoci anche, se necessario, risorse economiche oltre a quelle cosiddette politiche) e per suggellare infine gli accordi tra le parti con un riconoscimento giuridico che li rendeva efficaci verso tutti . Poi è arrivata la furia demolitrice della destra fanatica e ideologica, condizionata dall’egoismo miope delle componenti più retrive e meno competitive del sistema produttivo.
Non quelle proiettate sul mercato estero. Quelle sceglievano di delocalizzare in regioni più avanzate (la  Carinzia è il caso più eclatante, invasa dai piccoli del Nord-Est) dove norme e condizioni salariali erano anche più onerose (e più favorevoli per i lavoratori) ma in compenso burocrazia, fisco e servizi fornivano un contesto molto più propizio per l’impresa. Piuttosto, era preso a riferimento chi vagheggiava condizioni cinesi (perdendo così inesorabilmente terreno di fronte ai concorrenti, cinesi in primis).

 

Ritornare alla concertazione (o al dialogo sociale di tipo europeo, opposto esatto di quello praticato da Sacconi & co.) deve andare di pari passo con la riscoperta di una politica industriale, dopo lunghi anni in cui è stata totalmente assente. Ciò significa favorire la buona occupazione, quella basata sulla capacità di collocarsi all’avanguardia dei processi (con una grande attenzione alla sostenibilità) e sull’eccellenza dei prodotti. Quando queste condizioni si verificano può anche esserci flessibilità ma mai precarietà. Se di flessibilità ci sarà bisogno, sarà nella dose necessaria, compensata da contropartite economiche e normative. Perciò costerà più del lavoro stabile (e di intensità costante), come da tempo sostiene il PD.

 

Su queste basi si potrà allora costruire un sistema di servizi all’altezza delle esigenze. Il pubblico, a livello decentrato, sotto la responsabilità delle Regioni, dovrà garantire che siano aperti - e non ostruiti come oggi spesso accade - i canali di ingresso del lavoro (qualificato e specializzato in particolare) all’interno dei processi produttivi. E farà sì che le esigenze straordinarie di flessibilità, per riconvertire, per far fronte alle dinamiche dei mercati nel mondo o alle novità tecnologiche, siano rese compatibili con le esigenze di continuità di reddito dei lavoratori coinvolti. Potrà così garantire dal lato delle imprese la disponibilità delle competenze necessarie per l’implementazione delle novità, al presentarsi delle fasi alte del ciclo.

Siamo ancora molto lontani dall’obiettivo. Questo genere di interventi non ha alcuna guida a livello nazionale e le Regioni si arrangiano come possono. In qualche caso prendono a modello gli esempi migliori nel continente (e nel mondo), in altri danno perfino lezione, ma nella maggior parte dei casi restano  drammaticamente al di sotto delle esigenze. Chi avrà la responsabilità di amministrare questo sistema complesso sarà chiamato prima di tutto a promuovere un salto di qualità.
Dipende, dovrebbe essere chiaro, solo in minima parte dalle leggi che saranno varate. Conterà invece, soprattutto, la qualità dell’intervento sul campo, la capacità di aggiustare il tiro fino al particolare, di tarare ogni servizio e ogni singolo ufficio sulle esigenze specifiche, di far circolare le esperienze, di sanzionare le inadempienze, le inefficienze o, peggio, le illegalità.
Di questo immenso campo, il professor Monti e il suo ministro del Lavoro hanno dato l’impressione di non avere neppure colto l’esistenza. Di non averne avuto la percezione. Abbandonato, tanto quanto era stato trascurato (o per molti versi addirittura inquinato) dai suoi predecessori di destra.

Non è un programma minimale. E’ una vera rivoluzione copernicana, anche se non poggia su slogan ad effetto o su ricette miracolose. E’ un processo complesso, da governare.
I grandi principi? Non solo non vengono dimenticati o disattesi, ma sono la stella polare e ancora una volta misureranno, in tutta la sua importanza, la differenza tra destra e sinistra. Tra le agende.

Lottare contro la precarietà, restituire dignità al lavoro, assicurare stabilità di reddito e rafforzare la coesione sociale. Sono questi gli obiettivi di fondo concordemente proclamati a sinistra.
Ebbene, se si mettono in fila gli interventi che ho tratteggiato, sia pure sommariamente, in questi due post penso se ne possa ricavare un quadro d’assieme ispirato a questi obiettivi e alle scelte di principio che sottendono.
-         Politica industriale (investimenti orientati verso processi innovativi per prodotti di eccellenza), oltre che dei servizi e delle “piccole opere”, per rimettere in moto la domanda di lavoro
-         Politica di sostegno alla contrattazione (interconfederale, nazionale, decentrata, sia aziendale che territoriale) per un sistema di tutele del lavoro flessibile (arrivando anche ad un salario minimo interconfederale come misura di ultima istanza per il lavoro disperso), lasciando alla legge il compito di recepire e estendere a tutti (erga omnes) gli accordi raggiunti (con il vincolo di un percorso democratico)
-         Sistema di servizi che accompagnino efficacemente imprese e lavoratori nelle fasi di riconversione (aziendale o territoriale) con un sostegno al reddito strettamente connesso agli interventi di riqualificazione dei soggetti interessati
-         Tutele per il reddito, presente e futuro (attraverso un rafforzamento della contribuzione previdenziale figurativa per scongiurare pensioni indecenti a fine carriera), rivolte anche ai giovani in cerca di prima occupazione che siano impegnati in percorsi di inserimento (reddito minimo garantito su base lavoristica).

Non è tutto. Ma significherebbe un cambiamento di rotta tale da suscitare nuove speranze e nuove energie. Un’agenda di tutto rispetto.