mercoledì 31 luglio 2013

NON SI FERMANO

Non si sono fermati.
Il Partito Democratico, chiamato ad un appuntamento storico per ricostruire il futuro in un Paese alla deriva e per ritrovare in ciò le ragioni della sua esistenza, mostra di voler andare avanti senza una guida e senza un progetto. Che non sia quello di garantire la sopravvivenza della sua burocrazia di comando.

Il gruppo dirigente nazionale,stretto attorno al suo segretario “traghettatore” conferma di voler essere traghettato verso il nulla. O, meglio, di voler restare al suo posto senza nulla mutare.
Nella direzione chiamata a decidere data e regolamento del congresso (il n.3, non il primo, dove si rischia e si sperimenta) solleva, come tema su cui concentrare il dibattito, quello della platea dei votanti nel passaggio finale, le primarie per l’elezione del segretario nazionale.
Un tema del tutto privo di sostanza, così come era del tutto privo di sostanza il tema discusso in precedenza, del rapporto tra candidato segretario e candidato premier.

Quel primo tema non aveva ragione di esistere, dopo che, meno di un anno fa, si era stabilito che il segretario non fosse il solo ad aver diritto a candidarsi a premier e una volta relegato nel regno dell’assurdo il divieto per il segretario, unico fra tutti gli iscritti, di candidarsi a premier. Aveva invece senso, e grande importanza, una discussione approfondita sulla questione sottostante, la confusione di ruoli tra partito e istituzioni, di cui al documento di Fabrizio Barca: un argomento cruciale,che affronterà infine il congresso, che lo voglia o no l'attuale burocrazia di vertice.

Il nuovo tema su cui si è inteso spostare il baricentro della discussione non ha, di nuovo, ragione di esistere.Anche qui però c'è una questione sottostante, che chiama in causa l'esistenza stessa del PD.
Fermiamoci allora, almeno noi, a ragionare. Almeno noi che l'esistenza del PD non la consideriamo una questione marginale.

Tutto il partito è d'accordo che debba votare una platea più ampia possibile. E che la partecipazione al voto debba presupporre un interesse genuino e non un intento di boicottaggio o di inquinamento. In che cosa consiste e come si verifica la genuinità?
In un contributo economico:commisurato ai costi della vita del partito, o ai costi di organizzazione delle primarie?
In una firma su un atto formale:la sottoscrizione di una tessera, o l'adesione a un documento di intenti?
Il buon senso dice che, se la platea deve essere più ampia, sono giuste le seconde risposte: garantiscono la genuinità della partecipazione, senza porre come condizione ulteriore quella di riconoscersi nel partito quale oggi si presenta.
Ecco che invece si apre un dibattito surreale: devono votare solo gli iscritti, anzi no, gli“aderenti”, diversi dagli iscritti ma anche dai simpatizzanti (???). L'adesione comporta la tessera? Sembra di no, sembra possa avvenire ai gazebo. Ma si deve sottoscrivere la carta d'intenti. Gli elettori però potrebbero non aver dimenticato che la carta di intenti delle ultime primarie (per il candidato premier) è stata “rottamata”. Ce ne sarà quindi una diversa? Una che contempla l'alleanza col PdL? anche se si raggiunge il 51%, come si disse per l'alleanza con Monti? Altrimenti, come si fa a chiedere di sottoscrivere qualcosa che risulta vincolante per chi vota ma non per chi è eletto?
Il buon senso dice che sarebbe stato meglio sorvolare su questi dettagli e riproporre le regole già adottate in passato. Invece si scava e, più si scava, più si sollevano miasmi maleodoranti. Perché?

Credo di dover ripartire, per rispondere a questa domanda, da quella che avevo sollevato nell'ultimo postChi è alla guida del PD? Nessuno. E' un partito senza guida,sballottato tra le opinioni, e gli umori, dei vari leader, gli equilibrismi del segretario, la ragion di stato del premier in carica e la “moral suasion” del Presidente. Sempre più sordo alla voce degli elettori che lo hanno abbandonato a febbraio e di quelli che si stanno via via disamorando.

Ma il vertice di questo partito concepisce una sola soluzione al progressivo declino. Prendere tempo e aspettare che passi la nottata. Sono davvero convinti che l'elettorato non soffra che di un po’ di mal di pancia, che si tratti di una sfuriata passeggera,dovuta a circostanze avverse. Del resto, è vero o non è vero che il PD è l'unico partito in circolazione degno di questo nome? Non una formazione costruita attorno a un leader! Il tempo farà giustizia, la ragione politica trionferà sull'emotività!
Così la pensa, la nomenclatura. Il congresso è dunque vissuto solo come una iattura, un inciampo. Per amore dei formalismi, facendo violenza alla ragione politica, lo si invoca come un totem da adorare.
Poiché però non si può gettare benzina sul fuoco dell'emotività, lo si manderà alle calende greche ... senza dirlo.
Sono profondamente convinto che non ci sia nessun'altra ragione che motivi il dibattito surreale che si è innescato. Penso che si tratti solo, mi si perdoni il richiamo infantile, della classica ricerca dell'albero di Bertoldo. Intanto si rinvia tutto all'assemblea di settembre, poi, scavallato l'anno, chi vivrà vedrà.

C'è però, come ho detto, una questione seria, addirittura vitale, che si nasconde tra le pieghe di questo dibattito dilatorio fondato sul nulla. Quella già accennata a proposito della carta d'intenti: a chi appartiene il partito?
A un gruppo dirigente che elabora un progetto su cui gli elettori sono chiamati a pronunciarsi? O non piuttosto a un corpo elettorale, a un popolo nel popolo, identificato da comunanza di ideali di fondo e di valori? Che individua i suoi rappresentanti e delega loro la guida e l'organizzazione dell'iniziativa comune nei confronti delle istituzioni e della società nella sua generalità e vastità.
Qualcuno che la sa più lunga potrebbe cavarsela affermando che la domanda è mal posta perché la relazione è biunivoca o, come si diceva un tempo, dialettica. Ma attenti perché fa il furbo. Non parliamo dell'uovo e della gallina, qui è in ballo la questione da cui tutta la politica prende le mosse: chi detiene il potere? Chi è il sovrano?
Anche a questa domanda temo che un PD allo sbando non intenda dare una risposta, mentre la sinistra, da 250 anni o poco meno, una risposta l'ha data.
Ma per la burocrazia di comando del PD attuale è una risposta scomoda, su cui al più alimentare un po' di ammuina.
Torno a invocare che si trovi la forza di rompere l’incantesimo, prima che sia troppo tardi.

Che si prenda l'unica decisione ragionevole per arrestare la caduta: un congresso subito.
Sciogliendo il dilemma sull'”adesione” nel modo più semplice e onesto. Sottoponendo agli “aderenti”che si recano ai gazebo la stessa carta di intenti di un anno fa. Con un preambolo.

“Ne abbiamo fatto carta straccia. Inginocchiandoci umilmente davanti ai nostri elettori chiediamo scusa e vi chiediamo di scegliere chi secondo voi può meglio rappresentarci per intraprendere finalmente quel cammino mai iniziato.”

sabato 20 luglio 2013

FERMATEVI!

Per carità di patria, fermatevi! Per amore del popolo italiano, in nome delle responsabilità che avete assunto candidandovi a rappresentarlo, fermatevi!
Ne va non solo del futuro della sinistra in Italia, ma del futuro dei nostri figli e nipoti, se non vogliamo costringerli all’esilio, lontano da un paese inospitale.
La politica sta dando un’immagine di sé sconsolante. Non da oggi. Ma scende sempre più in basso, lungo un piano inclinato che sembra non avere fine. Fermatevi!

La responsabilità più grande ricade sul Partito Democratico. Ne era consapevole Bersani, quando dichiarava, solennemente: “porteremo sulle nostre spalle il peso della guida del Paese in questo momento così difficile”. E’ proprio così: sul PD ricade non solo il peso di rappresentare i propri iscritti, o gli elettori che ancora lo seguono con interesse, se non proprio con simpatia. Né solo quello di tenere in vita un’idea - una speranza! - di sinistra nel nostro Paese. Il PD è il partito che ha la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e la più numerosa delegazione di partito in Senato, oltre ad avere espresso dalle sue file il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica. Non può sfuggire alle sue responsabilità.

Può il Partito Democratico, chiamato a questo appuntamento con la storia, restare privo di guida e lasciare andare il Paese alla deriva?

E’ stato scelto un segretario “traghettatore” a cui è stato affidato il compito di arrivare rapidamente al congresso. Per quanto possa essere abile manovriero e navigato mediatore, non ci si può aspettare che riassuma in sé la guida in un simile frangente.
La segreteria, prescindendo dalle qualità dei singoli componenti, non conta. Ed è stata costituita perché non conti. Una segreteria di 10 persone è difficilmente gestibile, se si superano le 20 si cade nel ridicolo. A meno che non si tratti, come è in questo caso, di uno staff di direzione, magari ottimo ma pur sempre … senza direzione.
I dirigenti del partito, quelli che orientano, che hanno prestigio, che si cimentano in valutazioni e indicazioni di prospettiva generale, sono fuori dalle sedi decisionali di vertice e parlano agli iscritti, agli elettori, al popolo … attraverso la stampa e la televisione. La sintesi non solo non esiste ma non è neppure ricercata.
Non solo! La voce dei dirigenti di partito si mescola, confondendosi, a quella degli esponenti che, provenienti dal partito, hanno assunto incarichi di governo. E spesso finisce per esserne oscurata (o, più raramente, per oscurarla). La confusione di ruoli tra partito e istituzioni è totale. Ne ha fatto motivo di grande allarme Fabrizio Barca, in un documento ponderato e ispirato, che il corpo del partito sta accogliendo con grande interesse e con grande favore. I dirigenti invece, dopo averlo commissionato, fanno finta che non sia mai stato scritto. Accade così che, proprio mentre il fenomeno viene portato all’attenzione e alla valutazione politica, anziché essere contrastato assume dimensioni inaudite, inedite e clamorose.

Chi è alla guida del PD? Questa è la domanda senza risposta. Il segretario? Il premier? Qualcuno degli autorevoli esponenti che quotidianamente sono interrogati dai giornalisti italiani e stranieri? O il Presidente della Repubblica?
E, a proposito del Presidente della Repubblica, è qui che si sta toccando il fondo della degenerazione istituzionale. Lo si sta facendo apparire come un eversore dell’ordine costituzionale per unica e imperdonabile responsabilità di un gruppo dirigente di partito che non sa esprimere una direzione politica.

Si possono non condividere le prese di posizione squisitamente politiche del Presidente Napolitano. Essendo squisitamente politiche è anzi fisiologico che siano opinabili, e dunque contestabili. Ma come si può impedire a una personalità con la storia, l’esperienza e l’autorevolezza del Presidente della Repubblica di dire la sua in una situazione in cui manca una qualunque guida, proprio nel partito in cui ha militato per una vita?
Intervenire nella dialettica politica esorbita dalle prerogative di un Presidente secondo la nostra Costituzione repubblicana. Ma risolvere il problema imponendogli di tacere di fronte al silenzio e all’inazione della politica sarebbe un affronto sia alla ragione che alla democrazia. Questo va detto, per quanto si possano ritenere sbagliate e dannose le esternazioni del Presidente Napolitano! E farsene scudo per sfuggire alle responsabilità di una scelta non è un omaggio al Presidente ma un oltraggio, significa prendere in giro le sue reprimende e le sue esortazioni, come si è dovuto clamorosamente constatare in occasione degli applausi scroscianti che hanno accolto la severissima requisitoria svolta contro le Camere in seduta congiunta in occasione del discorso di insediamento. Insomma, se stravolgimento degli equilibri si sta verificando, lo si deve, con tutta evidenza, a chi si sottrae alle proprie responsabilità.

E’ addirittura impressionante, per i comuni cittadini, lo spettacolo di assemblee rappresentative che anziché decidere nel merito, in base a valori e opzioni politiche, si orientano in base alle valutazioni contingenti dettate dalle schermaglie di schieramento. Di rappresentanti eletti alle più alte cariche che chiedono al popolo italiano di essere apprezzati … per il solo merito di riuscire a restare in carica nei ruoli attualmente ricoperti. Di esponenti politici collocati ai vertici dello Stato che collezionano figuracce imbarazzanti in tutti i campi e accusano di tradimento della Patria chi li censura … in quanto getterebbe discredito sul Paese! Berlusconi ha davvero fatto scuola. E che dire, quanto al Partito Democratico, di quei dirigenti, autorevolissimi, che dichiarano apertamente di orientarsi nelle decisioni in base alla valutazione degli effetti che potrebbero avere sul consenso di questo o quel candidato, anche solo potenziale, in lizza per il Congresso?

Fermatevi a riflettere, dunque!
Non c’è che una scelta: celebrare il congresso in tempi rapidissimi, senza perdere un giorno di più, per dare al Partito Democratico una guida politicamente chiara.
Nel frattempo forse sarebbe il caso che la segreteria “funzionariale” fosse sostituita da una segreteria politica in cui tutti i leader - i candidati alla segreteria e i capi corrente (quelli che non hanno ruoli di governo) - possano far valere le loro ragioni, confrontarsi, perfino insultarsi e dileggiarsi, ma alla fine, se non convincersi, almeno decidere, nel rispetto reciproco, nell’ossequio alle regole democratiche e, soprattutto, nella piena consapevolezza delle responsabilità che comporta, ora, in questo drammatico momento storico, la guida del Partito Democratico. Responsabilità di cui il popolo chiederà conto. Responsabilità che la storia registrerà implacabilmente nei successi e negli insuccessi, ben oltre le miserie dei “trionfi” nelle scaramucce quotidiane in un palazzo.

Prima che un partito senza guida sia abbandonato dagli elettori, che non lo hanno votato perché imboccasse una rotta che porta al naufragio. Una rotta di cui - se mai non dovesse essere corretta per tempo - non si dovrà attribuire la responsabilità ad un qualche Schettino incosciente quanto piuttosto ad un equipaggio irresponsabile che ha abbandonato i posti di comando per godersi le soddisfazioni di una vita agiata.

Fermatevi a riflettere. Riacquistate capacità di raziocinio e lucidità, tornate ad ascoltare il mondo che vi circonda e che dimostrate ogni giorno di più di ignorare o di disprezzare, chiusi nella vostra torre di avorio. Rompete l’incantesimo.

Prima che sia troppo tardi. 

mercoledì 10 luglio 2013

Congresso PD. Le idee di Barca sul partito e le realtà locali

Riprendo il tema del dibattito surreale che sta accompagnando la partenza del percorso congressuale del PD.
Sul tema del rapporto segretario – premier, la soluzione di cui parlavo nel precedente post sembra stia finalmente prendendo corpo. Era la sola possibile, ma il tema ha comunque fatto da palestra per tenzoni di grande spessore politico. Merita però di ritornare sulla questione vera che si nasconde dietro la diatriba, che a mio avviso è quella che è stata sollevata da Barca nel suo documento sul “Partito Nuovo”: il rapporto tra partiti e istituzioni.
E’ una questione che non può essere confinata nel problema specifico di una singola persona, o carica. Senza nulla togliere alla dimensione del problema che si pone per il vertice (soprattutto in quanto si riflette sul futuro del governo in carica), ridurla a questo aspetto serve però solo a rimuovere il problema reale e così a difendere lo status quo.
Il tema va invece affrontato alla radice, secondo la mia opinione. Ciò significa che occorre partire dai circoli e dal loro rapporto con il territorio e con le istituzioni locali, passando attraverso i livelli intermedi, regionali e provinciali. Per inciso, sulla abolizione di queste ultime è finalmente arrivato da parte del governo Letta un atto formale che tuttavia, dopo un balletto e una tattica del rinvio miope e arrogante, che la Consulta ha finito giustamente per censurare, azzera la questione, la riporta ai nastri di partenza e mette in moto un percorso legislativo che non sarà breve né semplice.

Affrontare il tema della commistione impropria di ruoli tra partito e istituzioni a livello locale e intermedio è l’unico modo per sperare di imprimere un cambio di direzione anche a livello statale.
Ne abbiamo sotto gli occhi una controprova che dovrebbe apparirci evidente e facciamo invece fatica a vedere. Da due anni le tornate amministrative premiano regolarmente il centrosinistra ma sempre grazie a candidati che non provengono da incarichi di partito.
Le eccezioni si contano davvero sulle dita di una mano e hanno in genere spiegazioni particolari. In ogni caso nessun presidente di regione o sindaco di comuni capoluogo proviene dai ranghi di partito. Dunque a tutti i livelli intermedi il problema che tanto appassiona quando si tratta del vertice nazionale neppure si pone. L’idea di candidare ai vertici istituzionali di livello intermedio il segretario del livello corrispondente non viene, di norma, neppure presa in considerazione e nei pochi casi in cui accade si rischiano sonore sconfitte.

Nonostante questo, il carrierismo nei livelli intermedi continua ad essere un fenomeno impressionante.
Trova però soddisfazione attraverso altri meccanismi ed altri percorsi. Che non passano per nessuna verifica elettorale e sono anzi tenuti rigorosamente al riparo dal giudizio degli elettori. Si va dalla nomina negli organismi esecutivi (giunte) agli incarichi di nomina politica nella costellazione degli enti e società partecipate, fino alla poltrona-premio che il Porcellum permette di concedere benignamente agli apparati locali.
Le primarie-parlamentarie, al di là delle intenzioni di alcuni di quelli che le hanno sostenute (ma quelli in buona fede supplicavano di adottare una ben diversa tempistica), sono state il veicolo e la foglia di fico al tempo stesso. Non che non sia accaduto che abbiano fatto emergere qualche personaggio locale apprezzato per meriti specifici pur senza avere l’appoggio dell’apparato. Ma nel complesso sono state il trionfo delle burocrazie locali. “Apparatarie”, più che parlamentarie.
Il Molise non ha fatto eccezione.
Questa distorsione è stata pagata a caro prezzo. Basterebbe andare a vedere, caso per caso, regione per regione, dove e in che misura si è verificato il travaso da “Italia Bene Comune” a M5S nelle settimane prima del voto, dopo la diffusione delle liste dei candidati, e metterlo in relazione con il profilo degli “estratti” dalle primarie. Se ne avrebbe una controprova inconfutabile.
Per inciso, le burocrazie che hanno vinto le “apparatarie” sono le stesse che hanno infoltito la schiera dei cospiratori che hanno tramato per rottamare, con Prodi, ogni residua speranza (o pericolo?) di governo di cambiamento. Ha forse fatto eccezione il Molise? Non è dato saperlo, anche se non si sono udite parole particolarmente sdegnate per il tradimento consumato nella notte fatale (quanto ai generici abbinamenti del caso Prodi al caso Marini, come se aver agito alla luce del sole o nell’ombra non rappresentasse la differenza decisiva, autorizzano qualsiasi dubbio…)  

Di questo non si parla. Ma di questo dovrà parlare il congresso. Cominciare o no dai circoli? Certo che sì, ma ha senso solo se si pensa di farne il motore del cambiamento e il terminale di un rinnovato rapporto tra partito e società (e dunque tra politica e cittadini). Altrimenti sono solo alchimie tattiche per allungare il brodo e eludere i temi cruciali del confronto congressuale.

A questo proposito, fa pensare l’accoglienza riservata al documento di Barca, che su questi temi offre un ragionamento di grande spessore, ricco di spunti felici. Oltre all’ironia sui termini adottati e sulla corposità e difficoltà di lettura del documento (come se uno studente di matematica si lamentasse di dover leggere pagine piene di numeri e formule), niente. O, meglio, l’uso spregiudicato per sostenere l’incompatibilità tra segretario e candidato premier.
A ben vedere, è una dimostrazione del rigore e della lucidità dell’analisi di Barca. Il suo documento si è dimostrato, in senso popperiano, falsificabile e ha retto alla prova (ahimé!). “L’esistenza della fratellanza siamese e del catoblepismo ci dice che ogni tentativo di cambiamento troverà – come ha trovato finora – una forte resistenza nelle elite, che vedranno messo in discussione il proprio potere.” Come volevasi dimostrare. Sul suo documento è scattata la congiura del silenzio, mentre circoli e federazioni tempestano Barca di richieste di presenze a dibattiti, sempre molto partecipati e appassionati: ma la sua agenda è quella che è …

Ma non finisce qui.

martedì 2 luglio 2013

Congresso PD. Se il buon giorno si vede dal mattino ... E il Molise ha fatto scuola

A giudicare da quello di cui si sta discutendo in questi giorni, e da quello di cui si tace, il congresso del PD comincia sotto pessimi auspici.
Si discute solo di Renzi. Si scopre, che novità!, che nutre l’ambizione di guidare il governo del Paese. Si insinua che sceglie le regole in base alla convenienza: dopo aver fatto fuoco e fiamme per contrapporsi al segretario del partito, con tanto di deroga allo statuto, nelle primarie di coalizione, ora vorrebbe tornare alla figura unica.
Certo, Renzi pone le questioni attraverso la stampa tedesca e evita di argomentarle, come è nel suo stile. Ma i suoi interlocutori si guardano bene dall’affrontarle nel merito. Insomma, l’incarico di segretario sarà incompatibile con la candidatura a premier?
Perché c'è chi lo sostiene, ribaltando a 180 gradi l'impostazione originaria su cui è stato fondato il PD. Non è scandaloso, ma gli argomenti lasciano un po' a desiderare. “E’ il segno di un’ambizione sfrenata!” Come quella, dunque, di un Veltroni o di un Bersani. “Il partito è così mal ridotto che serve qualcuno che ci si dedichi a tempo pieno” (come se Veltroni, Franceschini e Bersani lo avessero fatto a tempo perso).
In effetti, se si tratta di questo, e di questi argomenti, basta e avanza il puro e semplice buon senso, il richiamo all'ovvio in cui è maestro D'Alema, non a caso pronto a dire la sua. Resterà lo statuto vigente con la deroga introdotta per Renzi. Chi avrà i numeri per farlo, potrà candidarsi alla guida della coalizione anche se non è il segretario. Ma sarebbe bizzarro fissare per statuto una norma che faccia divieto al segretario nazionale, unico tra tutti i tesserati, di candidarsi alle primarie di coalizione per la presidenza del consiglio.
Insomma, una discussione attorno al niente, utile solo a evitare che si discuta in modo aperto della durata di questo governo e del come superarlo (visto che non è quello che il suo stesso premier vorrebbe …), dei tempi del congresso (in funzione del rilancio e della ricostruzione del partito o delle esigenze del governo) e, perché no, del dualismo Letta-Renzi.

Intanto la questione di cui si dovrebbe discutere, quella che Fabrizio Barca ha sollevato con dovizia di argomenti nel suo documento sul “Partito nuovo”, il tema cruciale del rapporto tra partito e istituzioni, sembra cassata dall'ordine del giorno. Sulla necessità di stabilire una chiara divisione di ruoli, sulla doppia degenerazione – l’occupazione delle istituzioni da parte dei partiti e la riduzione del loro ruolo a pure “infrastrutture di servizio” delle istituzioni – si stende una cortina di silenzio.

Il Molise insegna, ha addirittura fatto scuola. Per tutto ciò che odora di politica, quella vera, gli ordini di scuderia sono chiari: “alla larga!”. E quanto alla partecipazione, non c'è nemmeno bisogno di caminetti: basta qualche telefonata. Nei momenti topici, una nottata intorno a un tavolo. E, alle prime luci dell'alba, un comunicato.

martedì 4 giugno 2013

Le elezioni amministrative in Molise e i travagli della sinistra

Anche in Molise dalla primavera del 2011 (quella di Milano, Napoli, Cagliari e poi dei Beni Comuni) il vento del cambiamento si è fatto sentire. Un fenomeno politico che sta conquistando la scena politica. Non solo in Italia. Non solo in Molise. Ma il percorso avviato è ancora ben lontano dal traguardo. C'è un congresso PD da celebrare e anche in Molise si deve creare un solido agglomerato, che assicuri persistenza e resistenza. Benché unire sia spesso più complicato che dividere e isolare.

Come ho fatto nel post precedente per il voto del 25 febbraio, anche per il voto amministrativo del 26-27 maggio in Molise credo si possa proporre una lettura inquadrata nel contesto nazionale. Con una differenza non secondaria: se il voto politico nazionale poteva aiutare a interpretare quanto avvenuto su scale locale, per quello amministrativo sono gli avvenimenti locali che aiutano a decifrare meglio le dinamiche nazionali.

Con quello che era successo in Italia, nel voto precedente e soprattutto dopo il voto, era lecito attendersi da questa tornata qualche segnale e qualche insegnamento. Tanto più dove a febbraio si era votato anche per la Regione: un voto, per le sue caratteristiche, meglio confrontabile con quello amministrativo.
In Molise, inoltre, se la quota di abitanti coinvolti, poco meno di un quinto del totale, era in linea con quella nazionale, si votava però in uno dei due capoluoghi di provincia, Isernia, in uno dei tre centri oltre i 10.000 abitanti, Venafro, e in due degli altri sei con oltre 5.000, Larino e Guglionesi. Il test era dunque di un certo peso relativo.


Potremmo limitarci a rilevare che solo uno dei sindaci eletti nei centri principali è collocabile nel centrodestra, versione molisana (UDC). Si rientrerebbe quindi nell'ordinario rispetto al quadro nazionale, senza significative particolarità. Analizzando meglio si possono però trarre, come ho anticipato, elementi di giudizio utili per un discorso generale. In particolare, attorno al dibattito che si è aperto nel campo della sinistra in seguito al voto amministrativo, concentrato, detto in sintesi, sulla frase della Serracchiani “abbiamo vinto nonostante il PD”.
Da una parte vi è chi (molti degli attuali dirigenti del PD) si è ribellato a questa interpretazione, considerata offensiva e perfino irriconoscente, vantando il grande impegno del PD a sostegno dei candidati vincenti, con particolare riguardo a Marino.
Dall'altra vi sono coloro che, pur non ritenendo, ovviamente, che il PD abbia agito per ostacolare la vittoria dei candidati espressi dalle coalizioni di cui era parte integrante, vogliono però affermare che, ciò nondimeno, il voto abbia premiato soprattutto quei candidati che esprimono una forte critica alle scelte compiute dal PD dopo il voto politico. Quelli che si sono impegnati a percorrere una via alternativa, radicalmente alternativa, a quella che il PD sta percorrendo in Parlamento e a rappresentare le aspirazioni, i valori e, perché no, gli interessi di quei settori della società che quella via alternativa reclamano.
Per quello che riguarda il voto a Roma mi sono già espresso in altra sede per questa seconda tesi. Il voto molisano - un campione più ristretto - mi offre l'opportunità, ritenendo di conoscere in modo più ravvicinato persone e dinamiche in atto, di portare argomenti ulteriori.
Considero a parte il voto di Isernia, che pure è quello numericamente più importante. Non intendo sminuirne l'importanza: segna il crollo della roccaforte dell'insediamento della coalizione di destra che ha “imperato” in Molise negli ultimi dodici anni (se non, fatta salva la parentesi “interrotta” di Veneziale, negli ultimi quattro-cinque lustri, una generazione). Il candidato vincente, Brasiello, ha inoltre ai miei occhi il merito (che lo accomuna per questo a Frattura) di aver guidato la sede di raccordo dei soggetti economici territoriali, la Camera di Commercio. Potrei far valere anche per lui l'argomento che non è un candidato del PD, né può essere assimilato a quella area politica e che dunque anche a Isernia, pur annoverando personaggi di sicuro prestigio, il PD ha ritenuto di far ricorso a risorse esterne. Ritengo pur tuttavia che Isernia faccia caso a sé perché sono convinto che il voto abbia inteso soprattutto punire lo schieramento avversario.


Lo si è detto anche per Roma (e non sminuisce la vittoria di Marino), ma a Isernia comunque non si tratta della sconfessione di un sindaco che ha fatto un flop clamoroso. L'avversario, D'Apollonio, godeva di notevole stima e non può essere accusato di portare responsabilità di disastri amministrativi, il più eclatante di tutti essendo, credo di poterlo dire anche per l'eco nazionale che ha avuto, l'Auditorium come mega monumento allo spreco. Il voto esprimeva però la liberazione dal giogo clientelare dello iorismo e l'aspirazione a voltare pagina rispetto a tutto un sistema di potere che con la scelta del rappresentante sperava di compiere un lifting convincente, senza tuttavia riuscirci minimamente. Il gioco era troppo scoperto, i personaggi troppo conosciuti.

Di tutt'altro genere invece la partita che si è giocata negli altri comuni principali. E di tutt'altro genere i candidati vincenti. Parlo di Antonio Sorbo, a Venafro, di Vincenzo Notarangelo a Larino, di Luigi Valente a Vinchiaturo.
Nessuno di loro può essere tacciato di ostilità nei confronti della sinistra; nessuno di loro può essere annoverato tra gli esponenti della sinistra massimalista o ideologica, che in Molise non manca di far sentire la sua voce e la sua presenza. E però nessuno di loro è del PD.
Nel caso di Venafro, Antonio Sorbo si è anzi trovato il PD a contrastarlo. Ha messo in piedi una coalizione trasversale, a fronte di una coalizione altrettanto trasversale dall'altra parte. Il suo avversario, Pietracupa, ha avuto un ruolo importante, se non determinante, nella vittoria di Frattura alle regionali avendo lasciato clamorosamente Iorio, dopo esser stato Presidente del Consiglio, fondando una nuova formazione politica. Non si era candidato alla Regione, pur sicuro di essere eletto, per una scelta rispettabile di “sobrietà”. Del resto non aveva ritenuto di compiere alcun “passaggio di campo” sul piano politico generale, lasciando anzi che il suo movimento, con singolare disinvoltura, si accreditasse come “ispirato” dall'eurodeputato PdL del posto, Patriciello.
Questo gioco di trasversalità incrociate poteva creare qualche confusione. I due contendenti erano accomunati dall'appoggio al nuovo Presidente della Regione ma separati dalla visione del “bene” locale e, in definitiva, dalla storia personale e dal curriculum. Non mi esprimo sulla scelta del PD regionale a favore di Pietracupa: hanno però scelto gli elettori a favore di Antonio Sorbo la cui storia è saldamente a sinistra.


A Larino Notarangelo, giovane avvocato di SEL (un passato nel PD), ha dovuto sudare sette camice per essere candidato utilizzando come argomento principale la richiesta (minaccia?) di passare per le primarie. Qualcuno al termine delle estenuanti trattative, nel cedere, ha lasciato trapelare la convinzione che sarebbe “andato a sfracellarsi”. Ha vinto largamente.
A Vinchiaturo poi la giunta era stata eletta solo due anni fa e Valente era stato sconfitto per 8 voti. E' seguita una diaspora dalla maggioranza che ha portato allo scioglimento del comune. Nel voto, ripetuto a breve distanza contro il medesimo candidato, Luigi Valente si è imposto con un notevole distacco (15 punti).


Aggiungiamo qualcosa anche sugli altri due comuni di un certo peso, Guglionesi e Colletorto.
Il candidato PD (ce n'era uno in lizza, dunque!) ha perso al comune di Guglionesi: una persona, Bellocchio, con un passato politico di rilievo alle spalle, già sindaco, conosciuto ed apprezzato. Ha pagato, mi sentirei di dire, proprio il suo percorso, rispettabile ma “interno” all'apparato di partito. Non ha fatto presa. E sì che il comune era stato commissariato per il passaggio all'opposizione di quattro consiglieri della maggioranza che appoggiava il sindaco uscente, ora rieletto. Esponente UDC, ascrivibile a Iorio. C'erano tutte le premesse come a Vinchiaturo, dunque. Ma non sempre basta. Da notare le felicitazioni del M5S locale al vincente: “per non tradire la fiducia di tutti coloro che si aspettano importanti cambiamenti” (dalla riconferma!!!).
Colletorto, infine. Il sindaco uscente, Tosto, UDEUR, era appoggiato dal PD e da Frattura. E' stato sconfitto da un giovane esponente di una lista civica, collocato a sinistra, appoggiato dalla sinistra. Ha condotto una campagna all'insegna della partecipazione, della condivisione dei programmi, ha utilizzato il web, ha composto una lista giovane. Vi dice niente?


Verrei, a questo punto, alle conclusioni di questo excursus, già abbastanza lungo.
La prima è che ormai è incontestabile il fatto che in Molise dalla primavera del 2011 (quella di Milano e Napoli e poi dei Beni Comuni) il vento del cambiamento si è fatto sentire. Prima la mezza vittoria di Frattura, poi la definitiva messa a riposo di Iorio, poi, sempre più chiaro, sempre più netto, un segnale in direzione di un'altra politica, che premia la sinistra. Non una sinistra indefinita. Non il centro-sinistra (il trattino è ironico). Non la sinistra ideologica parolaia e conservatrice. Una sinistra che ha una fisionomia sempre più chiara, che convince gli elettori, che fa appello a valori forti, ben radicati nella cultura progressista di questo paese. E' una sinistra elitaria? No, vince le elezioni. E' parolaia? No, le vince su proposte molto concrete. E' rissosa e individualista? No, vive di partecipazione, condivisione, spirito di servizio. Abbiate pazienza, descrivo in termini banali un fenomeno che meriterebbe approfondimenti ben più rigorosi. Ma avverto l'esigenza di descrivere, di farmi capire anche da chi è riluttante a dare un contorno definito e comprensibile al fenomeno politico che, piaccia o no, sta conquistando la scena politica. Non solo in Italia. Non solo in Molise.

La seconda è che il percorso è avviato ma è ben lontano ancora dal traguardo. Parlo dell'Italia. C'è un congresso PD da celebrare, si deve andare alla verifica dei numeri, alla misurazione del consenso, nel partito e tra gli elettori. Si devono dare le investiture necessarie ai rappresentanti, leader o portavoce che li si voglia definire. Parlo però anche del Molise. Perché si deve creare un solido agglomerato, una struttura, a rete, che assicuri persistenza e resistenza. Con snodi aperti ma resistenti e funzionanti. E in Molise, per tante ragioni dalle origini lontane, unire è molto più complicato che dividere e isolare.

E' un messaggio che vorrei rivolgere anche all'amico Frattura. Annoverava sostenitori tra chi ha vinto e tra chi ha perso. In un caso, a Venafro, li aveva da entrambe le parti. Sappia distinguere chi ha vinto da chi ha perso e ne tragga la forza necessaria per scegliere, rompendo gli indugi. Non lo danneggerà. L'ho sempre considerato, per cultura e per indole, persona adatta a interpretare e rappresentare i valori, le aspirazioni e, perché no, gli interessi (mi sto ripetendo, se non ve ne siete accorti) del popolo che sta costruendo una nuova sinistra, all'altezza delle sfide del tempo. Lo aspetto alla prova, anche se non sarà facile (come sta constatando).

domenica 28 aprile 2013

Le elezioni molisane rilette alla luce dei fatti politici nazionali. Appendice alle considerazioni finali.


Mi sono deciso a tornare sulle considerazioni finali di questo blog. Ero stato esortato da qualche amico, che ha avuto la costanza di seguire nel tempo i miei post, perché non mi astenessi da un bilancio. Ma più che altro mi sono convinto ritenendo che ora sia possibile una lettura più completa e più argomentata delle elezioni regionali molisane alla luce dei fatti che sono accaduti nelle ultime settimane nella politica nazionale, in particolare il terremoto nel PD. Forse una riflessione sul microcosmo molisano, sulle zone d'ombra e le tare emerse nella campagna per la Regione, può aiutare a diagnosticare con maggiore chiarezza il male – apparentemente oscuro – che affligge il PD e la politica nazionale. Le stesse dinamiche si ritrovano infatti anche lì, ampliate di scala e con conseguenze, ahimè, assai più gravi.


Qualche parola, in premessa, sul Presidente eletto. Per dire che sono convinto, come lo ero due anni fa quando l'ho conosciuto per la prima volta, che Paolo Di Laura Frattura abbia, oltre ad un solido orientamento per i valori costituzionali e per la cultura della solidarietà (che distingue la sinistra), tutte le qualità morali e caratteriali per operare bene al servizio dei molisani, nonostante la sua scarsa dimestichezza con la politica “professionale”. E' un tratto che può sorprendere considerata la discendenza paterna (ma ha preferito coltivare un proprio percorso culturale e di vita che lo ha portato ad essere soprattutto un imprenditore) e comunque non è di per sé un demerito nella la posizione che riveste. Personalmente non solo non mi sento di criticarlo, ma penso possa risultare perfino un titolo di merito. Credo che molti elettori l'abbiano colto come un dato positivo, che ha giovato alla sua affidabilità e lo ha collocato sul versante della novità e del cambiamento, a cui i molisani in grande maggioranza aspiravano. E dirò, per inciso, che l'errore più grave commesso da Massimo Romano, per lui stesso letale, mi sembra sia stato proprio quello che, anziché indirizzare le critiche verso le dinamiche prodotte dai politici professionali, le abbia invece concentrate, con un veto sulla persona, sul candidato Presidente, che agli elettori appariva quello che meno le meritava.
Questo tratto è pur vero che potrà rappresentare un handicap ogni qualvolta si porranno scelte di natura squisitamente politica: un Presidente di Regione riveste tuttavia un ruolo istituzionale rispetto al quale la politica dovrebbe avere, nella fisiologia delle relazioni, un ruolo ancillare. Solo quando prevalgono fenomeni “patologici” di sconfinamento dei partiti (“catoblepismo”, direbbe Barca) come malauguratamente è già accaduto, viene chiamato a un ruolo politico, che non gli compete e non gli si attaglia, e l'esito si fa incerto. Non posso che augurarmi, per il bene non solo suo ma dei molisani in genere, che ciò non avvenga.


Passando al bilancio politico delle elezioni e più in particolare del ruolo che vi ha svolto il PD, il cuore del problema della crisi della politica in Molise come in Italia, potrei partire dalle critiche che ho già avuto modo di esprimere sulla conduzione della partita-regionali da parte del vertice del PD (Ruta-Leva) nel periodo tra l'ufficializzazione della candidatura Frattura e la presentazione delle liste. Se riavvolgiamo il film, occorre però partire da due mesi prima, dal momento del definitivo annullamento delle elezioni del 2011.
Sul momento era sembrato si potesse sorvolare su quella fase, dato il “lieto fine”, ma ora se ne coglie meglio la gravità, che impone di pronunciarsi con chiarezza. Ricordiamo i fatti: è stata rinviata di due mesi la riconferma del candidato che aveva stravinto le primarie un anno prima, per tessere una lunga, estenuante trattativa, tenuta rigorosamente nascosta non solo all'opinione pubblica ma al gruppo dirigente del PD e agli alleati del 2011. L'idea era di offrire la candidatura a Massimo Romano attorno a un'ipotesi di convergenza con l'UDC e di rottura con il fronte sinistro dello schieramento. Il ritorno (o ripiego?) su Frattura si è imposto quando quell'ipotesi si è rivelata impercorribile, non perché respinta dal PD stesso (i cui organismi non erano stati neppure informati), ma per indisponibilità degli interlocutori. Ebbene, a che cosa assomiglia questa vicenda se non alle trame oscure che hanno portato ad impallinare il Presidente fondatore del Partito Democratico, l'unico che aveva sconfitto per ben due volte Berlusconi davanti al corpo elettorale?
Non è andata a finire così, non è stato impallinato Frattura (forse gli interlocutori molisani a differenza di quelli nazionali non hanno valutato appieno le chance offerte) ma l'esito poteva essere non molto dissimile da quello verso cui ci sta portando l'opposizione sorda e “immorale” a Bersani (e a Prodi) in nome di un'intesa di regime con il PDL.

A livello nazionale, il rischio concreto paventato da molti al momento della nascita del governo Letta, è che si apra un'autostrada di fronte a Berlusconi, che concepisce la politica come una campagna elettorale permanente. Resuscitato dal voto per il Quirinale, può aspirare ad essere eletto Presidente della Repubblica da un Parlamento scaturito da una nuova, probabile, tornata elettorale in cui sente di poter vincere a mani basse. Analogamente, se il disegno di Leva e Ruta fosse andato in porto, con l'inevitabile rottura a sinistra (che ne era parte integrante), avrebbe riportato al centro della scena Iorio permettendogli un terzo mandato pieno. E' pur vero che Frattura avrebbe potuto tener duro sulla sua candidatura come alternativa, con qualche speranza di vittoria, ma ovviamente si sarebbe trattato di una mossa ad alto rischio.
Che partito è quello (parlo del PD molisano) in cui un segretario può chiedere un mandato per confermare lo schieramento dell'anno precedente (“allargando al centro”, si intende) e poi gestirlo, senza alcun rapporto né con la “base” né con l'insieme del gruppo dirigente, per rompere a sinistra e cercare un'intesa funzionale solo a garantire comodi posti di opposizione in una Regione riconsegnata alla destra (e un lasciapassare per il Parlamento)? Su quali obiettivi, su quale visione della società molisana, poggiava quel disegno? In quali valori, politici ma prima ancora etici, affonda le radici quel gruppo dirigente? Negli stessi valori, credo, in cui affonda le radici l'apparato, inquadrato in cordate, che, trasferito attraverso le Primarie di Capodanno in Parlamento, ha negato il voto al candidato acclamato poche ore prima in un un pubblico teatro.
E' un caso che ben tre dei quattro parlamentari molisani (a eccezione della Venittelli) abbia evitato di pronunciare una condanna chiara e inequivocabile del comportamento di quelli che Bersani stesso ha definito “traditori”? Piuttosto, sulla sua bacheca FB Totaro si guarda bene dal prendere le distanze da chi definisce il voto a Prodi come un'inaccettabile imposizione.
Quel disegno è andato avanti anche dopo la candidatura di Frattura ed è solo così che si spiega l'accordo notturno (la luce del sole nuoce evidentemente alle capacità di manovra politica dei vertici del PD molisano) per l'alleanza con Udeur e con Rialzati Molise. Non ci sarebbe stata, è evidente, nessuna controindicazione se fosse stato condiviso con gli alleati, valutato con il gruppo dirigente e, soprattutto, poggiato su solide intese programmatiche: non abiure, inutili da chi aveva abbandonato Iorio, ma chiarezza sui punti del programma di centro-sinistra su cui vi fossero riserve e su eventuali ulteriori proposte. Questa, la carta di intenti da firmare, non imbarazzanti papielli, da affidare al notaio, sulle poltrone: invece, si continuava nel solco dei due mesi precedenti.
Di nuovo, che partito era mai quello? Con quali valori e quale cultura si presentava agli elettori? Come non vedere le sconsolanti analogie con il modo in cui il vertice nazionale del PD si è presentato ai suoi elettori in campagna elettorale? Mai qualche proposta trainante, emblematica, per far capire verso quali lidi si intendeva portare il Paese ma solo il “ragazzi lasciateci lavorare”, “fidatevi di noi”. Per non dire della mancata scelta di campo, per finire nella scelta opposta a quella dichiarata agli elettori. Fino all'ultimo, nella formazione del governo, senza far capire ai cittadini quali fossero i punti prioritari del programma, su cui si sarebbe misurata la fattibilità di un'intesa, mentre Berlusconi poneva condizioni, di persone e di misure irrinunciabili (IMU e giustizia).

Ebbene sì, il Molise è stato anticipatore e rivelatore di quello che sarebbe accaduto nel Paese. Nel piccolo, ma con maggiore chiarezza ed evidenza, ha portato alla luce le tare che hanno, nel grande, provocato il disastro. Ma in Molise, obietterà qualcuno, si è vinto. Perché non ritenere che possa succedere anche col governo Letta, perché drammatizzare? Ebbene, se guardiamo ai numeri, ci dicono che in Molise il PD non arriva al 15%. Raccoglie dunque una percentuale tipicamente da terza forza (oltretutto se la coalizione di Iorio coincide con il PdL, quella di Frattura non è il PD). Per dire, su scala nazionale è la percentuale del PSI di Craxi, o quella a cui si stava avvicinando Monti, prima del ritorno di Berlusconi. Con la differenza fondamentale che in Molise l'offerta politica non contempla, oltre a un centro-destra e una terza forza, una formazione di sinistra. Moderna, europea, riformista, di governo, non velleitaria né ideologica, ma di SINISTRA. O meglio, se ne offrono varie, disperse e senza sufficiente credibilità elettorale, anche per l'equivoco indotto dal PD attuale.

Mi fermo qui. Il seguito è nelle mani, da una parte, degli iscritti del PD che si misureranno in un congresso di svolta, storico, dall'altra di quanti, elettori o militanti politici, dovranno trovare il modo di partecipare attivamente alla costituzione di una formazione politica di sinistra forte e rappresentativa, in Molise come in Italia. Attorno a un PD che abbia risolto la sua crisi di identità, mi auguro. Non dipende dal fato, ognuno faccia la sua parte.

mercoledì 27 marzo 2013

Molise 2013. OBIETTIVO CENTRATO. Considerazioni finali


A un mese di distanza dal voto possiamo considerare archiviate le elezioni, nazionali e regionali.
Il tempo trascorso ha dato modo di consolidare un bilancio, anche se è tutt'altro che chiaro il futuro che ci attende.
Questo blog è nato con un tema, le elezioni regionali in Molise, ed uno scopo, contribuire all'affermazione del centro-sinistra. Aveva perciò una scadenza.
Quella iniziale, l'autunno 2011, si è protratta fino alla primavera del 2013 per le irregolarità che hanno portato a ripetere la prova. Inoltre il tema si è ampliato, per la concomitanza con le elezioni nazionali, inevitabilmente destinate a condizionare fortemente le dinamiche locali.
Ma ora il traguardo è raggiunto: OBIETTIVO CENTRATO! In Molise ha vinto il centro sinistra. Per poco, o pochissimo, che abbia contribuito, il blog esaurisce con questo la sua funzione.
Non posso tuttavia distaccarmi dai miei amici lettori senza proporre un'ultima riflessione a consuntivo sulle elezioni, cercando di cogliere punti di contatto e differenze tra quanto è accaduto a livello nazionale e in Molise.

Il punto di contatto più forte credo sia rappresentato dal crollo di consensi del centro-destra, che aveva esercitato un'egemonia nel corso degli ultimi dodici anni in entrambi i contesti.
Le dimensioni quantitative, nel raffronto con le ultime elezioni, presentano una notevole analogia: nel voto alla Camera la coalizione di Silvio Berlusconi scende dal 46,81 (2008) al 29,18, alla Regione Molise la coalizione di Michele Iorio scende dal 46,96 (2011) al 25,8. Può essere considerato un aspetto banale, in quanto mero riflesso su scala locale di un fenomeno di portata nazionale, ma sappiamo che si sono verificate differenze significative tra le aree del Paese e che in particolare nel Mezzogiorno la coalizione di centro-destra ha mostrato una tenuta maggiore, al di sopra delle previsioni della vigilia.

Per converso, la differenza principale consiste nel fatto che a livello nazionale il crollo dei consensi del centro-destra non ha premiato il centro-sinistra, rimasto non soltanto al di sotto delle aspettative ma anche molto lontano, di otto punti, rispetto alle precedenti elezioni, mentre in Molise ha invece aperto la strada a una vittoria netta della coalizione di centro-sinistra che ha mantenuto il consenso guadagnato nel 2011.

Per analizzare meglio questa differenza, possiamo partire dalle ragioni della mancata conquista dei consensi in fuga dal centro-destra da parte del centro-sinistra a livello nazionale.
I commenti hanno messo a fuoco essenzialmente due fattori: da un lato, la mancata indicazione di concrete proposte, in positivo, che dessero agli elettori il senso degli obiettivi che la coalizione si sarebbe posta una volta al governo, per migliorare la condizione dei cittadini chiamati al voto; dall'altro, non aver convinto gli elettori che la promessa di un cambiamento di rotta, posta al centro della campagna elettorale della coalizione, sarebbe stata accompagnata anche da un rinnovamento delle persone che di quel cambiamento sarebbero state protagoniste.
E' stato osservato, acutamente a mio avviso, che gli otto punti lanciati da Bersani per la costruzione del governo e l'indicazione di due figure largamente apprezzate, oltre che di prima nomina, per presiedere Camera e Senato, sarebbero state due mosse chiave per la campagna elettorale … se non fossero giunte, purtroppo, dopo il voto.

Nelle elezioni regionali in Molise il voto degli scontenti del centro-destra è stato viceversa intercettato stringendo accordi con gli esponenti politici che di quello scontento di erano fatti interpreti in modo aperto e, in particolare, con due formazioni che nella scorsa legislatura erano collocate organicamente nella coalizione di centro-destra. Il risultato ha premiato l'operazione, nel senso che l'afflusso di voti provenienti dal centro-destra ha compensato il deflusso che, in misura analoga a quanto avvenuto su scala nazionale, si è diretto verso il Movimento 5 Stelle (nel caso molisano, in parte dirottato verso una formazione locale con forti analogie, di collocazione e ispirazione politica, con il M5S).

Si tratta, con tutta evidenza, di una differenza rilevante. Non deve tuttavia fare velo ad una profonda analogia che merita molta attenzione. Non ci si può infatti nascondere che la coalizione di centro-sinistra non ha compiuto neanche in Molise quelle due mosse che, si è detto, sarebbero state necessarie per conquistare il consenso potenziale su scala nazionale. Gli accordi con le formazioni e gli esponenti di centro-destra si sono fondati molto più su un'aspirazione “a voltare pagina” rispetto a un'esperienza di gestione che si è rivelata fallimentare che non su un'adesione, “positiva”, ad un programma alternativo, su obiettivi definiti ed esigibili. Gli elettori sono stati perciò chiamati a scegliere tra i candidati più che tra le proposte. Quanto alle persone, sarebbe stato obiettivamente difficile l'emergere di volti nuovi, sia per il meccanismo elettorale sia per le dimensioni del bacino di votanti, paragonabile a una città di media grandezza, ovvero a uno dei venti Municipi in cui è divisa Roma, anche se il candidato presidente aveva quanto meno, dalla sua, il vantaggio di non provenire dagli apparati e di essere nuovo alla politica, un vantaggio che si è tradotto in un consenso specifico per la persona e per la lista del presidente.

In una certa misura, a ben vedere, vi sono insomma analogie non banali tra la sfida che sta affrontando Bersani e il centro-sinistra PD-SEL a livello nazionale e quella che attende Di Laura Frattura. Nel primo caso, attorno alle proposte e agli obiettivi da perseguire, nonché ai profili di chi dovrà assumere un tale onere, si giocano le chance di comporre una maggioranza politica in grado di sostenere un governo. Nel secondo caso, attorno alle medesime questioni si gioca la possibilità di dare un'impronta pienamente politica a una maggioranza che rischia altrimenti di non garantire né l'operatività né l'unità. Condizioni necessarie, entrambe, per realizzare il cambiamento atteso e per rispondere alle aspettative che l'elettorato molisano ha largamente manifestato, non solo nel voto al centro-sinistra ma anche nel consenso rivolto alle formazioni “anti-sistema”, se mi si passa questo termine sintetico.
L'analogia tra le sfide si ferma qui e non si estende agli scenari alternativi. Un insuccesso della coalizione di centro-sinistra sulla linea che sta tentando Bersani porterebbe presumibilmente (azzardo una previsione senza pretendere di avere doti divinatorie) a nuove elezioni. Una prospettiva che non si pone nella situazione molisana. 
Per quel che può valere, partecipo con grande emozione, e non poca apprensione, ad entrambe le vicende stringendo in un abbraccio ideale due persone sulle cui spalle pesa una grande responsabilità, ciascuno per il suo ambito.
Con questi sentimenti e con questi auguri prendo commiato dai lettori di questo blog che ringrazio per l'attenzione (che so di aver messo frequentemente a dura prova). Se proprio lo vorranno, potranno ancora leggermi in altre sedi. Mi riesce difficile perdere il vizio ...