mercoledì 14 agosto 2013

La notte delle stelle cadenti (nuove considerazioni sulla Giunta Frattura)

Le nomine decise alle 24 del 12 scorso, nel mezzo della notte delle stelle cadenti, dal Consiglio Regionale del Molise impongono un aggiornamento delle considerazioni sulla Giunta Frattura del mio post precedente.
Non mi pronuncio sulle persone. Ne conosco solo alcune, non ho elementi per giudicarli. E' però sotto gli occhi di tutti come il metodo sia stato quello classico della spartizione, nella totale mancanza di trasparenza.
Nessuno vieta alle forze politiche di promuovere candidature. Non sarebbe una lottizzazione se si lasciasse spazio a autocandidature, se si rendessero pubblici i cv dei candidati, se si fissassero preventivamente i criteri e se le decisioni finali discendessero da questa procedura, che il programma di centro-sinistra aveva promesso di adottare.
Ma non è questa l'unica inadempienza rispetto a quel programma. I posti da ricoprire erano (e sono adesso, nella procedura affidata ad acta, a norma di Statuto, al Presidente Niro) tutti quelli dello status quo ante. Sarà cambiato quello stato, come da programma? Quando?

Ecco, ciò che più preoccupa, e sconcerta, e fa incazzare (per aggiungere anche un tocco di linguaggio specialistico) è che nessuno degli elettori ha una risposta a queste domande. Perché a nessuno è dato sapere quale sia il programma della Giunta Frattura. E il motivo sta nel modo in cui si è dato vita alla coalizione elettorale a seguito della trattativa condotta dal Presidente e dal Segretario del PD con le forze provenienti dalla coalizione di centro-destra. Per inciso: trattativa le cui conclusioni sono state accettate (con quale animo è del tutto irrilevante in sede politica) da tutti gli altri partiti di centro-sinistra.
Il programma, torno a dire, non è stato mai oggetto di trattativa. Erano dunque lecite entrambe le supposizioni: che la coalizione fosse un cartello di forze disomogenee, ciascuna con un suo programma, ovvero che l'ingresso delle formazioni provenienti dal centro-destra presupponesse tacitamente la loro adesione al programma elaborato dal centro-sinistra nel 2011 e aggiornato dal candidato Presidente prima dell'accordo.
Gli elettori hanno comunque premiato col voto la coalizione “facendosi una ragione” di questa ambiguità. Che, all'atto della formazione della Giunta, andava sciolta. O, quanto meno, all'atto delle dichiarazioni programmatiche di inizio consiliatura. O, se proprio si doveva andare per le lunghe, nell'arco dei primi cento giorni. Troppo poco tempo per l'adozione dei primi provvedimenti? Ma sarebbe bastato l'annuncio delle priorità, delle scadenze, delle emergenze: quel “progetto esecutivo” che avrebbe dovuto guidare la realizzazione del programma di massima.

Niente di tutto questo. Il fatto è che, come ho già avuto modo di affermare, gli avvenimenti nazionali hanno gettato una luce a ritroso su quelli molisani. Le “larghe intese preventive” raggiunte con singolare preveggenza in Molise erano parenti strette di quelle che nel Parlamento nazionale erano scaturite da un (asserito) stato di necessità. Da un fato, a cui aveva dato una mano “pesante” il sabotaggio dell'elezione di Prodi come Capo dello Stato, cui non era stato fatto mancare l'apporto del vertice del PD molisano. La Giunta Frattura si regge dunque, come il governo Letta, sul compromesso continuo (al di là di dichiarazioni verbali che, nella misura in cui “volant”, di programmatico non possono avere gran che), continuamente soggetto ai ricatti e ai condizionamenti delle forze con cui si è stabilita un'intesa.
Che in Molise sia stata stabilita preventivamente, in mancanza di un qualunque stato di necessità, non solo non è un'attenuante, per il vertice del PD che le ha volute e per il Presidente Frattura che ora le interpreta. E' anzi un'aggravante. Perché il Governo nazionale ha, almeno sulla carta, un termine definito, collegato a un compito di emergenza, mentre quello molisano dovrebbe, almeno in teoria, perpetuare questo stato di cose, che rappresenta una degenerazione della politica, bella e buona, per un intero mandato quinquennale.

E' questo che vuole la maggioranza di centro-sinistra, in tutte le sue espressioni? E' questo che vuole il Presidente Frattura? Personalmente sono curioso di saperlo, ma soprattutto credo sia giusto fare appello agli elettori perché facciano sapere in modo chiaro cosa ne pensano.

Intanto, c'è una parte consistente (checché se ne pensi) che è chiamata a pronunciarsi nell'imminente congresso del PD. Oltre ad essere numericamente consistente, ha un peso decisivo se si considera che il governo regionale del Molise è a (turbo-)trazione PD.

Ai militanti molisani del PD rimasti fedeli allo statuto e ai valori fondanti del PD e a quanti si sono riconosciuti nel progetto di Italia Bene Comune si offrono due alternative.
1) Vergognarsi e abbandonare il partito a chi lo sta guidando oggi.
2) Vergognarsi, incazzarsi e organizzarsi, pancia a terra, per un congresso che sostituisca il gruppo dirigente attuale con quadri nuovi che credano nel programma del PD, nel suo popolo e in se stessi e portino avanti il progetto di unità a sinistra che era alla base di Italia Bene Comune, praticandolo nei fatti anche nella campagna congressuale.

Capisco che la seconda alternativa è un po' troppo radicale e estremista rispetto alla prima, ma mi sento di caldeggiarla. Perché mai come in questo caso il moderatismo può uccidere la politica.

venerdì 9 agosto 2013

Considerazioni sulla Giunta Frattura. A 150 giorni dalle elezioni

A centocinquanta giorni dalle elezioni regionali in Molise sento di dover tornare ancora su un bilancio, aggiornandolo alla luce dei primi atti di Giunta, con qualche considerazione per il prosieguo. In politica c'è sempre un dopo.

Ho già avuto modo, su sollecitazione di amici molisani, di chiarire (su FB il 26/7) che non mi riconosco in molti degli atti salienti della Giunta Frattura. E che non per questo mi dichiaro pentito di aver dato un contributo (per quel che può aver pesato) alla sua elezione. Ma l'apparente contraddizione ha bisogno di una spiegazione politica. Che prende le mosse dall'elezione del 2011.

Non ripercorrerò ancora una volta gli antefatti, su cui ho espresso il mio giudizio in un post precedente. Se non per insistere sul fatto che la carica innovativa di Paolo Di Laura Frattura e l'entusiasmo di sostenitori attratti dall'idea di un cambiamento radicale aveva portato nel 2011 a una vittoria (al di là dei numeri ufficiali, poi riconosciuti privi di valore dal Consiglio di Stato) contro il “satrapo” Iorio. Il quale, fino all'ultimo momento, era stato dato per imbattibile non solo dai suoi sostenitori ma da tutto l'apparato del centro-sinistra (moderato o radicale che fosse). Apparato che si sarebbe comodamente accontentato di una sconfitta in cui avesse visto confermato uno scranno di opposizione.
La paura per la vittoria, pur negata in prima istanza e dunque solo sfiorata, è stata tale da paralizzare maggioranza e opposizione (di comodo), che hanno passato i dodici mesi tra il voto e il pronunciamento del Consiglio di Stato, anziché a governare e a fare opposizione (sia pure per finta), a studiare ogni genere di mosse tattiche e “larghe intese”, per lo più indicibili e spesso irrealizzabili, con il solo scopo di impedire che quella ventata di novità tornasse a imporsi, in via definitiva.

Aggiungo, se mai questo concetto si fosse un po' smarrito, che la crisi dello “iorismo” non era dovuta a motivi contingenti o esogeni: l'economia della regione arrancava e aveva perso contatto con l'andamento dell'area centrale del paese, a cui si era faticosamente avvicinata fino agli anni Novanta, ed era ripiombata nelle performance (negative) tipiche del Mezzogiorno. Tessuto industriale in crisi, brusco stop ai processi di ammodernamento del settore terziario, incapacità di investire localmente il risparmio. Occupazione in drastica caduta, mentre disagio sociale e povertà (anche assoluta) si diffondevano. Sprechi, corruzione e clientelismo dilaganti nella vita pubblica, in stretto connubio, anche affaristico, con una politica autoreferenziale. 
Ma proprio qui, come abbiamo visto, stava il punto. Non ci si poteva aspettare che dall'interno di questa politica autoreferenziale potesse venire una spinta sufficiente per imboccare la strada della svolta radicale. E i vertici del centro-sinistra, non solo del PD, che della stagione passata erano stati non tanto spettatori quanto attori diligenti, benché in un ruolo marginale, di quella svolta non sarebbero mai stati i protagonisti. Sarebbero stati semmai scavalcati e posti ai margini.

Ecco spiegate le ragioni di un fatto altrimenti incomprensibile. La trattativa con i pezzi in fuga dal centro-destra (in sé non solo lecita ma perfino augurabile) non ha mai, in nessun momento, neppure fugace, neanche in pubblico (per salvare la faccia), dico proprio mai toccato questioni di merito. E non ha mai, ripeto, mai preso in considerazione l'ipotesi che comportasse l'adesione al programma politico della coalizione di cui si entrava a far parte. Ad un programma che, tanto per ricordarlo, era stato elaborato in un percorso condiviso e presentato all'elettorato, appena un anno prima, come alternativo rispetto sia alla persona di Iorio che al suo modello di gestione politica.

Così nasce la Giunta di cui stiamo parlando.
E' per questo, a questo punto del discorso, che ho considerato necessario inquadrare queste vicende locali in quelle nazionali. Perché, insisterò fino alla noia su questa affermazione, la gestione del dopo-elezioni (nazionali) che ha portato al governo delle larghe intese, fino alla sua attuale, incombente, evoluzione tragica, trova nei fatti accaduti nella più piccola regione (ordinaria) d'Italia un prologo illuminante.
La politica senza qualità, gestione del potere a fini di arricchimento personale, è riuscita ad avere il sopravvento in Molise, nel momento in cui gli elettori stavano lanciando un segnale diverso e sembravano credere in un'alternativa possibile. Come è riuscita? Con il travisamento e con la sopraffazione, innanzi tutto. Ma anche grazie all'incapacità di quel fronte elettorale alternativo di darsi un'espressione politica compiuta, unita, organizzata, credibile.
Allo stesso modo, il travisamento e la sopraffazione hanno portato a bocciare la candidatura di Prodi al Quirinale, a impedire un governo alternativo capace di interpretare e dare risposte alla domanda di cambiamento che l'84,4% dell'elettorato aveva espresso. Espresso, ahimé, in forme disorganiche, disorganizzate, inconcludenti, nelle elezioni di febbraio. Senza che emergesse, mi ripeto, un'espressione politica alternativa compiuta, unita, organizzata, credibile.

Che cosa ha fatto in questo contesto il Presidente Frattura? Ben poco. Poteva e potrebbe fare di più? Direi proprio di sì e non c'è dubbio che abbia commesso errori, nemmeno secondari, anche agli occhi di chi gli era più vicino e lo sosteneva con più convinzione sulla strada del cambiamento. Ma si sa che il segreto non sta nel non commettere errori (a tutti, anzi, deve essere concesso di sbagliare) ma nel riflettere ed apprendere dagli errori commessi. Perché ciò avvenga però, oltre alle qualità personali, occorre un contesto favorevole all'apprendimento. In quale contesto si trova Frattura? Sfavorevole come non mai. Chi può fare qualcosa per cambiarlo e come?

E' questa la domanda su cui (continuare a) lavorare adesso. Personalmente mi auguro che Paolo Di Laura Frattura trovi il modo di fare la sua parte anche in questa direzione, senza preoccuparsi troppo delle conseguenze che possono derivare dalla scelta di esporsi in una battaglia squisitamente politica. Ma nessuno pensi che la soluzione stia sulle spalle del classico “uomo solo/donna sola al comando”. Le due tornate elettorali regionali e il successivo turno amministrativo hanno fatto emergere un folto gruppo di persone che la strada dell'alternativa hanno mostrato di saperla percorrere e di voler andare avanti. Saranno abbastanza uniti, organizzati, credibili (scusate la ripetizione)? Non so dirlo, me lo auguro. Ma ho anche maturato la convinzione che la partita molisana difficilmente potrà risolversi nel solo spazio politico molisano e che è necessario che il cambiamento prevalga sul piano nazionale.
Il cuore del problema sta nel PD. Lo dice, a mio parere con grande chiarezza, Pippo Civati rivolgendosi a Rodotà, Zagrebelsky e Landini. Battersi nel Congresso del Pd è “l’unico modo per non consegnare alla destra (perché questo stiamo facendo) e all’indistinto, tutto il patrimonio di passioni, esperienze, anime (belle, anzi bellissime) che hanno formato una storia preziosa, da Dossetti a Berlinguer, da Pertini ai ventenni di oggi, che ci guardano con speranza e smarrimento, ma che sono giovani davvero”.

Raccolgo qui di nuovo, per comodità del lettore, i link che ho proposto:

Mie note su FB e post su questo blog:

sabato 3 agosto 2013

LA DITTATURA DEL 15,6% E PIPPO CIVATI

La nomenclatura PDL dopo la condanna di Berlusconi si sta agitando in modo scomposto. Provoca uno sconquasso istituzionale, ma i cittadini italiani non sembrano scuotersi più di tanto. Sfibrati e delusi, assistono all'ennesima rappresentazione della compagnia al seguito di Silvio.
Alcuni senza più sperare in un cambiamento radicale e in un nuovo inizio. Altri, senza più riuscire a credere a chi promette miracoli nuovi di zecca … purché si impedisca al nuovo di prevalere.

Per gli uni e per gli altri Berlusconi è il problema e non la soluzione. Ma per gli uni e per gli altri la soluzione non è in vista.
Gli uni e gli altri fanno, insieme, l'84,4% dell'elettorato attivo. 39,5 milioni di persone rispetto ai 7,5 che hanno votato Berlusconi nel mese di febbraio.
Le masse in trepida attesa a Palazzo Grazioli
Quando si dice che Berlusconi è stato sconfitto per via giudiziaria anziché politicamente si dice una mezza balla.
Il suo partito, il PDL, ha perso tra il 2008 e il 2013 quasi metà dei consensi, 6,3 milioni su 13,6. La sua coalizione ha perso più di 9 milioni di voti rispetto al 2006, quando aveva fatto il pieno raccogliendo il suo massimo storico (18,98 milioni di voti) nello scontro (perso) contro Prodi. E ne perde 7,15 rispetto al 2008 quando, pur calando, aveva distaccato di 3,4 milioni di voti la coalizione PD-IDV di Veltroni, che si era fermata a 5,3 milioni di elettori in meno rispetto a due anni prima.

Ma quando si dice che Berlusconi non è stato sconfitto politicamente nonostante i guai giudiziari si dice una mezza verità.
Come è possibile che una formazione che raccoglie consensi in meno di un sesto dell'elettorato (il 15,6%!!!) detti ancora legge? Che il suo leader, pregiudicato, con giudizi pendenti (e condanne) per ogni sorta di reati, ponga condizioni e minacci a destra e a manca tutti i poteri costituiti?
Come è possibile che la stragrande maggioranza del corpo elettorale non trovi una proposta politica convincente e soddisfacente per mettere finalmente fuori gioco questa forza eversiva, che ha portato il Paese ai margini del mondo civile dopo averlo lasciato andare alla deriva?

E' evidente che la responsabilità principale di questo stato di cose, di questa dittatura del 15,6% - una colpa imperdonabile -, ricade sulla formazione che ha la maggiore consistenza elettorale in quel vasto 84,4% di elettori. Sul PD.
E' evidente a tutti, ma non a chi ha guidato il PD in questa disfatta. Si può capire. Ma è chiaro che se nel PD non riuscirà a prevalere una diverso gruppo dirigente, espressione di una maggioranza alternativa, in grado di offrire una risposta politica all'elettorato che attende di uscire dall'incubo presente, il destino del PD è segnato.

Contro i riti bizantini, da Prima Repubblica, del dibattito nel PD, hanno affermato per primi questa verità, tradotta nella parola d'ordine provocatoria ma efficace della “rottamazione”, Matteo Renzi e Pippo Civati. Per dire, con questa espressione, che era il momento di cambiare il partito anziché cambiare partito, come faceva, nei riti dell'era passata, chi era in disaccordo.
Dopo la prima uscita pubblica, alla Leopolda, hanno preso strade diverse: Renzi ha occupato con grande efficacia la scena mediatica e si è esposto coraggiosamente nelle primarie contro Bersani, che pure aveva scommesso il suo futuro politico sul cambiamento, del partito e del Paese.
Civati ha dato credito a Bersani, fino al momento drammatico (la congiura dei 101) in cui il segretario che non aveva vinto le elezioni che non poteva perdere ha deposto le armi ai piedi dell'apparato che intendeva rinnovare. Civati ce l'ha messa tutta per impedire che il PD tenesse ancora in vita quella dittatura. Da allora sta combattendo tenacemente la sua battaglia, avendo per primo avanzato la sua candidatura a segretario del PD nel prossimo congresso.

La mia idea, per quel che può valere, è che meriti di essere appoggiato perché ha ... tre meriti che da soli basterebbero (e che non ritrovo in Renzi).
Non si limita a dire che si deve cambiare ma si sforza di entrare nel merito, ad ogni tornante della vita politica, del cosa del perché e del come. L'ultimo suo atto di accusa contro la gestione attuale del PD è di una chiarezza esemplare.
Non affronta i problemi e non cerca le soluzioni nel chiuso di una elaborazione “tecnica” riservata a chi possiede le competenze ma si sforza di seguire ogni volta un percorso condiviso, aperto, ritrovandosi così con l'intuizione della “mobilitazione cognitiva” di cui parlano Revelli e Barca.

Non si ingegna di trovare la migliore mossa tattica nel rapporto con l'apparato, scegliendo tra il conflitto e l'accordo in base alle convenienze, ma si sforza di far emergere attraverso il confronto a viso aperto i margini di convergenza, marcando con chiarezza i dissensi.
E' per questo che ha anticipato tutti, prima di qualsiasi mossa tattica di altri, candidandosi. Senza alcuno sponsor se non quel mondo di persone che ha deciso che valga la pena di provarci insieme a lui. Quorum et ego. Senza timori, senza illusioni, ma convinto.


Per liberarci dalla dittatura del 15,6%.

mercoledì 31 luglio 2013

NON SI FERMANO

Non si sono fermati.
Il Partito Democratico, chiamato ad un appuntamento storico per ricostruire il futuro in un Paese alla deriva e per ritrovare in ciò le ragioni della sua esistenza, mostra di voler andare avanti senza una guida e senza un progetto. Che non sia quello di garantire la sopravvivenza della sua burocrazia di comando.

Il gruppo dirigente nazionale,stretto attorno al suo segretario “traghettatore” conferma di voler essere traghettato verso il nulla. O, meglio, di voler restare al suo posto senza nulla mutare.
Nella direzione chiamata a decidere data e regolamento del congresso (il n.3, non il primo, dove si rischia e si sperimenta) solleva, come tema su cui concentrare il dibattito, quello della platea dei votanti nel passaggio finale, le primarie per l’elezione del segretario nazionale.
Un tema del tutto privo di sostanza, così come era del tutto privo di sostanza il tema discusso in precedenza, del rapporto tra candidato segretario e candidato premier.

Quel primo tema non aveva ragione di esistere, dopo che, meno di un anno fa, si era stabilito che il segretario non fosse il solo ad aver diritto a candidarsi a premier e una volta relegato nel regno dell’assurdo il divieto per il segretario, unico fra tutti gli iscritti, di candidarsi a premier. Aveva invece senso, e grande importanza, una discussione approfondita sulla questione sottostante, la confusione di ruoli tra partito e istituzioni, di cui al documento di Fabrizio Barca: un argomento cruciale,che affronterà infine il congresso, che lo voglia o no l'attuale burocrazia di vertice.

Il nuovo tema su cui si è inteso spostare il baricentro della discussione non ha, di nuovo, ragione di esistere.Anche qui però c'è una questione sottostante, che chiama in causa l'esistenza stessa del PD.
Fermiamoci allora, almeno noi, a ragionare. Almeno noi che l'esistenza del PD non la consideriamo una questione marginale.

Tutto il partito è d'accordo che debba votare una platea più ampia possibile. E che la partecipazione al voto debba presupporre un interesse genuino e non un intento di boicottaggio o di inquinamento. In che cosa consiste e come si verifica la genuinità?
In un contributo economico:commisurato ai costi della vita del partito, o ai costi di organizzazione delle primarie?
In una firma su un atto formale:la sottoscrizione di una tessera, o l'adesione a un documento di intenti?
Il buon senso dice che, se la platea deve essere più ampia, sono giuste le seconde risposte: garantiscono la genuinità della partecipazione, senza porre come condizione ulteriore quella di riconoscersi nel partito quale oggi si presenta.
Ecco che invece si apre un dibattito surreale: devono votare solo gli iscritti, anzi no, gli“aderenti”, diversi dagli iscritti ma anche dai simpatizzanti (???). L'adesione comporta la tessera? Sembra di no, sembra possa avvenire ai gazebo. Ma si deve sottoscrivere la carta d'intenti. Gli elettori però potrebbero non aver dimenticato che la carta di intenti delle ultime primarie (per il candidato premier) è stata “rottamata”. Ce ne sarà quindi una diversa? Una che contempla l'alleanza col PdL? anche se si raggiunge il 51%, come si disse per l'alleanza con Monti? Altrimenti, come si fa a chiedere di sottoscrivere qualcosa che risulta vincolante per chi vota ma non per chi è eletto?
Il buon senso dice che sarebbe stato meglio sorvolare su questi dettagli e riproporre le regole già adottate in passato. Invece si scava e, più si scava, più si sollevano miasmi maleodoranti. Perché?

Credo di dover ripartire, per rispondere a questa domanda, da quella che avevo sollevato nell'ultimo postChi è alla guida del PD? Nessuno. E' un partito senza guida,sballottato tra le opinioni, e gli umori, dei vari leader, gli equilibrismi del segretario, la ragion di stato del premier in carica e la “moral suasion” del Presidente. Sempre più sordo alla voce degli elettori che lo hanno abbandonato a febbraio e di quelli che si stanno via via disamorando.

Ma il vertice di questo partito concepisce una sola soluzione al progressivo declino. Prendere tempo e aspettare che passi la nottata. Sono davvero convinti che l'elettorato non soffra che di un po’ di mal di pancia, che si tratti di una sfuriata passeggera,dovuta a circostanze avverse. Del resto, è vero o non è vero che il PD è l'unico partito in circolazione degno di questo nome? Non una formazione costruita attorno a un leader! Il tempo farà giustizia, la ragione politica trionferà sull'emotività!
Così la pensa, la nomenclatura. Il congresso è dunque vissuto solo come una iattura, un inciampo. Per amore dei formalismi, facendo violenza alla ragione politica, lo si invoca come un totem da adorare.
Poiché però non si può gettare benzina sul fuoco dell'emotività, lo si manderà alle calende greche ... senza dirlo.
Sono profondamente convinto che non ci sia nessun'altra ragione che motivi il dibattito surreale che si è innescato. Penso che si tratti solo, mi si perdoni il richiamo infantile, della classica ricerca dell'albero di Bertoldo. Intanto si rinvia tutto all'assemblea di settembre, poi, scavallato l'anno, chi vivrà vedrà.

C'è però, come ho detto, una questione seria, addirittura vitale, che si nasconde tra le pieghe di questo dibattito dilatorio fondato sul nulla. Quella già accennata a proposito della carta d'intenti: a chi appartiene il partito?
A un gruppo dirigente che elabora un progetto su cui gli elettori sono chiamati a pronunciarsi? O non piuttosto a un corpo elettorale, a un popolo nel popolo, identificato da comunanza di ideali di fondo e di valori? Che individua i suoi rappresentanti e delega loro la guida e l'organizzazione dell'iniziativa comune nei confronti delle istituzioni e della società nella sua generalità e vastità.
Qualcuno che la sa più lunga potrebbe cavarsela affermando che la domanda è mal posta perché la relazione è biunivoca o, come si diceva un tempo, dialettica. Ma attenti perché fa il furbo. Non parliamo dell'uovo e della gallina, qui è in ballo la questione da cui tutta la politica prende le mosse: chi detiene il potere? Chi è il sovrano?
Anche a questa domanda temo che un PD allo sbando non intenda dare una risposta, mentre la sinistra, da 250 anni o poco meno, una risposta l'ha data.
Ma per la burocrazia di comando del PD attuale è una risposta scomoda, su cui al più alimentare un po' di ammuina.
Torno a invocare che si trovi la forza di rompere l’incantesimo, prima che sia troppo tardi.

Che si prenda l'unica decisione ragionevole per arrestare la caduta: un congresso subito.
Sciogliendo il dilemma sull'”adesione” nel modo più semplice e onesto. Sottoponendo agli “aderenti”che si recano ai gazebo la stessa carta di intenti di un anno fa. Con un preambolo.

“Ne abbiamo fatto carta straccia. Inginocchiandoci umilmente davanti ai nostri elettori chiediamo scusa e vi chiediamo di scegliere chi secondo voi può meglio rappresentarci per intraprendere finalmente quel cammino mai iniziato.”

sabato 20 luglio 2013

FERMATEVI!

Per carità di patria, fermatevi! Per amore del popolo italiano, in nome delle responsabilità che avete assunto candidandovi a rappresentarlo, fermatevi!
Ne va non solo del futuro della sinistra in Italia, ma del futuro dei nostri figli e nipoti, se non vogliamo costringerli all’esilio, lontano da un paese inospitale.
La politica sta dando un’immagine di sé sconsolante. Non da oggi. Ma scende sempre più in basso, lungo un piano inclinato che sembra non avere fine. Fermatevi!

La responsabilità più grande ricade sul Partito Democratico. Ne era consapevole Bersani, quando dichiarava, solennemente: “porteremo sulle nostre spalle il peso della guida del Paese in questo momento così difficile”. E’ proprio così: sul PD ricade non solo il peso di rappresentare i propri iscritti, o gli elettori che ancora lo seguono con interesse, se non proprio con simpatia. Né solo quello di tenere in vita un’idea - una speranza! - di sinistra nel nostro Paese. Il PD è il partito che ha la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e la più numerosa delegazione di partito in Senato, oltre ad avere espresso dalle sue file il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica. Non può sfuggire alle sue responsabilità.

Può il Partito Democratico, chiamato a questo appuntamento con la storia, restare privo di guida e lasciare andare il Paese alla deriva?

E’ stato scelto un segretario “traghettatore” a cui è stato affidato il compito di arrivare rapidamente al congresso. Per quanto possa essere abile manovriero e navigato mediatore, non ci si può aspettare che riassuma in sé la guida in un simile frangente.
La segreteria, prescindendo dalle qualità dei singoli componenti, non conta. Ed è stata costituita perché non conti. Una segreteria di 10 persone è difficilmente gestibile, se si superano le 20 si cade nel ridicolo. A meno che non si tratti, come è in questo caso, di uno staff di direzione, magari ottimo ma pur sempre … senza direzione.
I dirigenti del partito, quelli che orientano, che hanno prestigio, che si cimentano in valutazioni e indicazioni di prospettiva generale, sono fuori dalle sedi decisionali di vertice e parlano agli iscritti, agli elettori, al popolo … attraverso la stampa e la televisione. La sintesi non solo non esiste ma non è neppure ricercata.
Non solo! La voce dei dirigenti di partito si mescola, confondendosi, a quella degli esponenti che, provenienti dal partito, hanno assunto incarichi di governo. E spesso finisce per esserne oscurata (o, più raramente, per oscurarla). La confusione di ruoli tra partito e istituzioni è totale. Ne ha fatto motivo di grande allarme Fabrizio Barca, in un documento ponderato e ispirato, che il corpo del partito sta accogliendo con grande interesse e con grande favore. I dirigenti invece, dopo averlo commissionato, fanno finta che non sia mai stato scritto. Accade così che, proprio mentre il fenomeno viene portato all’attenzione e alla valutazione politica, anziché essere contrastato assume dimensioni inaudite, inedite e clamorose.

Chi è alla guida del PD? Questa è la domanda senza risposta. Il segretario? Il premier? Qualcuno degli autorevoli esponenti che quotidianamente sono interrogati dai giornalisti italiani e stranieri? O il Presidente della Repubblica?
E, a proposito del Presidente della Repubblica, è qui che si sta toccando il fondo della degenerazione istituzionale. Lo si sta facendo apparire come un eversore dell’ordine costituzionale per unica e imperdonabile responsabilità di un gruppo dirigente di partito che non sa esprimere una direzione politica.

Si possono non condividere le prese di posizione squisitamente politiche del Presidente Napolitano. Essendo squisitamente politiche è anzi fisiologico che siano opinabili, e dunque contestabili. Ma come si può impedire a una personalità con la storia, l’esperienza e l’autorevolezza del Presidente della Repubblica di dire la sua in una situazione in cui manca una qualunque guida, proprio nel partito in cui ha militato per una vita?
Intervenire nella dialettica politica esorbita dalle prerogative di un Presidente secondo la nostra Costituzione repubblicana. Ma risolvere il problema imponendogli di tacere di fronte al silenzio e all’inazione della politica sarebbe un affronto sia alla ragione che alla democrazia. Questo va detto, per quanto si possano ritenere sbagliate e dannose le esternazioni del Presidente Napolitano! E farsene scudo per sfuggire alle responsabilità di una scelta non è un omaggio al Presidente ma un oltraggio, significa prendere in giro le sue reprimende e le sue esortazioni, come si è dovuto clamorosamente constatare in occasione degli applausi scroscianti che hanno accolto la severissima requisitoria svolta contro le Camere in seduta congiunta in occasione del discorso di insediamento. Insomma, se stravolgimento degli equilibri si sta verificando, lo si deve, con tutta evidenza, a chi si sottrae alle proprie responsabilità.

E’ addirittura impressionante, per i comuni cittadini, lo spettacolo di assemblee rappresentative che anziché decidere nel merito, in base a valori e opzioni politiche, si orientano in base alle valutazioni contingenti dettate dalle schermaglie di schieramento. Di rappresentanti eletti alle più alte cariche che chiedono al popolo italiano di essere apprezzati … per il solo merito di riuscire a restare in carica nei ruoli attualmente ricoperti. Di esponenti politici collocati ai vertici dello Stato che collezionano figuracce imbarazzanti in tutti i campi e accusano di tradimento della Patria chi li censura … in quanto getterebbe discredito sul Paese! Berlusconi ha davvero fatto scuola. E che dire, quanto al Partito Democratico, di quei dirigenti, autorevolissimi, che dichiarano apertamente di orientarsi nelle decisioni in base alla valutazione degli effetti che potrebbero avere sul consenso di questo o quel candidato, anche solo potenziale, in lizza per il Congresso?

Fermatevi a riflettere, dunque!
Non c’è che una scelta: celebrare il congresso in tempi rapidissimi, senza perdere un giorno di più, per dare al Partito Democratico una guida politicamente chiara.
Nel frattempo forse sarebbe il caso che la segreteria “funzionariale” fosse sostituita da una segreteria politica in cui tutti i leader - i candidati alla segreteria e i capi corrente (quelli che non hanno ruoli di governo) - possano far valere le loro ragioni, confrontarsi, perfino insultarsi e dileggiarsi, ma alla fine, se non convincersi, almeno decidere, nel rispetto reciproco, nell’ossequio alle regole democratiche e, soprattutto, nella piena consapevolezza delle responsabilità che comporta, ora, in questo drammatico momento storico, la guida del Partito Democratico. Responsabilità di cui il popolo chiederà conto. Responsabilità che la storia registrerà implacabilmente nei successi e negli insuccessi, ben oltre le miserie dei “trionfi” nelle scaramucce quotidiane in un palazzo.

Prima che un partito senza guida sia abbandonato dagli elettori, che non lo hanno votato perché imboccasse una rotta che porta al naufragio. Una rotta di cui - se mai non dovesse essere corretta per tempo - non si dovrà attribuire la responsabilità ad un qualche Schettino incosciente quanto piuttosto ad un equipaggio irresponsabile che ha abbandonato i posti di comando per godersi le soddisfazioni di una vita agiata.

Fermatevi a riflettere. Riacquistate capacità di raziocinio e lucidità, tornate ad ascoltare il mondo che vi circonda e che dimostrate ogni giorno di più di ignorare o di disprezzare, chiusi nella vostra torre di avorio. Rompete l’incantesimo.

Prima che sia troppo tardi. 

mercoledì 10 luglio 2013

Congresso PD. Le idee di Barca sul partito e le realtà locali

Riprendo il tema del dibattito surreale che sta accompagnando la partenza del percorso congressuale del PD.
Sul tema del rapporto segretario – premier, la soluzione di cui parlavo nel precedente post sembra stia finalmente prendendo corpo. Era la sola possibile, ma il tema ha comunque fatto da palestra per tenzoni di grande spessore politico. Merita però di ritornare sulla questione vera che si nasconde dietro la diatriba, che a mio avviso è quella che è stata sollevata da Barca nel suo documento sul “Partito Nuovo”: il rapporto tra partiti e istituzioni.
E’ una questione che non può essere confinata nel problema specifico di una singola persona, o carica. Senza nulla togliere alla dimensione del problema che si pone per il vertice (soprattutto in quanto si riflette sul futuro del governo in carica), ridurla a questo aspetto serve però solo a rimuovere il problema reale e così a difendere lo status quo.
Il tema va invece affrontato alla radice, secondo la mia opinione. Ciò significa che occorre partire dai circoli e dal loro rapporto con il territorio e con le istituzioni locali, passando attraverso i livelli intermedi, regionali e provinciali. Per inciso, sulla abolizione di queste ultime è finalmente arrivato da parte del governo Letta un atto formale che tuttavia, dopo un balletto e una tattica del rinvio miope e arrogante, che la Consulta ha finito giustamente per censurare, azzera la questione, la riporta ai nastri di partenza e mette in moto un percorso legislativo che non sarà breve né semplice.

Affrontare il tema della commistione impropria di ruoli tra partito e istituzioni a livello locale e intermedio è l’unico modo per sperare di imprimere un cambio di direzione anche a livello statale.
Ne abbiamo sotto gli occhi una controprova che dovrebbe apparirci evidente e facciamo invece fatica a vedere. Da due anni le tornate amministrative premiano regolarmente il centrosinistra ma sempre grazie a candidati che non provengono da incarichi di partito.
Le eccezioni si contano davvero sulle dita di una mano e hanno in genere spiegazioni particolari. In ogni caso nessun presidente di regione o sindaco di comuni capoluogo proviene dai ranghi di partito. Dunque a tutti i livelli intermedi il problema che tanto appassiona quando si tratta del vertice nazionale neppure si pone. L’idea di candidare ai vertici istituzionali di livello intermedio il segretario del livello corrispondente non viene, di norma, neppure presa in considerazione e nei pochi casi in cui accade si rischiano sonore sconfitte.

Nonostante questo, il carrierismo nei livelli intermedi continua ad essere un fenomeno impressionante.
Trova però soddisfazione attraverso altri meccanismi ed altri percorsi. Che non passano per nessuna verifica elettorale e sono anzi tenuti rigorosamente al riparo dal giudizio degli elettori. Si va dalla nomina negli organismi esecutivi (giunte) agli incarichi di nomina politica nella costellazione degli enti e società partecipate, fino alla poltrona-premio che il Porcellum permette di concedere benignamente agli apparati locali.
Le primarie-parlamentarie, al di là delle intenzioni di alcuni di quelli che le hanno sostenute (ma quelli in buona fede supplicavano di adottare una ben diversa tempistica), sono state il veicolo e la foglia di fico al tempo stesso. Non che non sia accaduto che abbiano fatto emergere qualche personaggio locale apprezzato per meriti specifici pur senza avere l’appoggio dell’apparato. Ma nel complesso sono state il trionfo delle burocrazie locali. “Apparatarie”, più che parlamentarie.
Il Molise non ha fatto eccezione.
Questa distorsione è stata pagata a caro prezzo. Basterebbe andare a vedere, caso per caso, regione per regione, dove e in che misura si è verificato il travaso da “Italia Bene Comune” a M5S nelle settimane prima del voto, dopo la diffusione delle liste dei candidati, e metterlo in relazione con il profilo degli “estratti” dalle primarie. Se ne avrebbe una controprova inconfutabile.
Per inciso, le burocrazie che hanno vinto le “apparatarie” sono le stesse che hanno infoltito la schiera dei cospiratori che hanno tramato per rottamare, con Prodi, ogni residua speranza (o pericolo?) di governo di cambiamento. Ha forse fatto eccezione il Molise? Non è dato saperlo, anche se non si sono udite parole particolarmente sdegnate per il tradimento consumato nella notte fatale (quanto ai generici abbinamenti del caso Prodi al caso Marini, come se aver agito alla luce del sole o nell’ombra non rappresentasse la differenza decisiva, autorizzano qualsiasi dubbio…)  

Di questo non si parla. Ma di questo dovrà parlare il congresso. Cominciare o no dai circoli? Certo che sì, ma ha senso solo se si pensa di farne il motore del cambiamento e il terminale di un rinnovato rapporto tra partito e società (e dunque tra politica e cittadini). Altrimenti sono solo alchimie tattiche per allungare il brodo e eludere i temi cruciali del confronto congressuale.

A questo proposito, fa pensare l’accoglienza riservata al documento di Barca, che su questi temi offre un ragionamento di grande spessore, ricco di spunti felici. Oltre all’ironia sui termini adottati e sulla corposità e difficoltà di lettura del documento (come se uno studente di matematica si lamentasse di dover leggere pagine piene di numeri e formule), niente. O, meglio, l’uso spregiudicato per sostenere l’incompatibilità tra segretario e candidato premier.
A ben vedere, è una dimostrazione del rigore e della lucidità dell’analisi di Barca. Il suo documento si è dimostrato, in senso popperiano, falsificabile e ha retto alla prova (ahimé!). “L’esistenza della fratellanza siamese e del catoblepismo ci dice che ogni tentativo di cambiamento troverà – come ha trovato finora – una forte resistenza nelle elite, che vedranno messo in discussione il proprio potere.” Come volevasi dimostrare. Sul suo documento è scattata la congiura del silenzio, mentre circoli e federazioni tempestano Barca di richieste di presenze a dibattiti, sempre molto partecipati e appassionati: ma la sua agenda è quella che è …

Ma non finisce qui.

martedì 2 luglio 2013

Congresso PD. Se il buon giorno si vede dal mattino ... E il Molise ha fatto scuola

A giudicare da quello di cui si sta discutendo in questi giorni, e da quello di cui si tace, il congresso del PD comincia sotto pessimi auspici.
Si discute solo di Renzi. Si scopre, che novità!, che nutre l’ambizione di guidare il governo del Paese. Si insinua che sceglie le regole in base alla convenienza: dopo aver fatto fuoco e fiamme per contrapporsi al segretario del partito, con tanto di deroga allo statuto, nelle primarie di coalizione, ora vorrebbe tornare alla figura unica.
Certo, Renzi pone le questioni attraverso la stampa tedesca e evita di argomentarle, come è nel suo stile. Ma i suoi interlocutori si guardano bene dall’affrontarle nel merito. Insomma, l’incarico di segretario sarà incompatibile con la candidatura a premier?
Perché c'è chi lo sostiene, ribaltando a 180 gradi l'impostazione originaria su cui è stato fondato il PD. Non è scandaloso, ma gli argomenti lasciano un po' a desiderare. “E’ il segno di un’ambizione sfrenata!” Come quella, dunque, di un Veltroni o di un Bersani. “Il partito è così mal ridotto che serve qualcuno che ci si dedichi a tempo pieno” (come se Veltroni, Franceschini e Bersani lo avessero fatto a tempo perso).
In effetti, se si tratta di questo, e di questi argomenti, basta e avanza il puro e semplice buon senso, il richiamo all'ovvio in cui è maestro D'Alema, non a caso pronto a dire la sua. Resterà lo statuto vigente con la deroga introdotta per Renzi. Chi avrà i numeri per farlo, potrà candidarsi alla guida della coalizione anche se non è il segretario. Ma sarebbe bizzarro fissare per statuto una norma che faccia divieto al segretario nazionale, unico tra tutti i tesserati, di candidarsi alle primarie di coalizione per la presidenza del consiglio.
Insomma, una discussione attorno al niente, utile solo a evitare che si discuta in modo aperto della durata di questo governo e del come superarlo (visto che non è quello che il suo stesso premier vorrebbe …), dei tempi del congresso (in funzione del rilancio e della ricostruzione del partito o delle esigenze del governo) e, perché no, del dualismo Letta-Renzi.

Intanto la questione di cui si dovrebbe discutere, quella che Fabrizio Barca ha sollevato con dovizia di argomenti nel suo documento sul “Partito nuovo”, il tema cruciale del rapporto tra partito e istituzioni, sembra cassata dall'ordine del giorno. Sulla necessità di stabilire una chiara divisione di ruoli, sulla doppia degenerazione – l’occupazione delle istituzioni da parte dei partiti e la riduzione del loro ruolo a pure “infrastrutture di servizio” delle istituzioni – si stende una cortina di silenzio.

Il Molise insegna, ha addirittura fatto scuola. Per tutto ciò che odora di politica, quella vera, gli ordini di scuderia sono chiari: “alla larga!”. E quanto alla partecipazione, non c'è nemmeno bisogno di caminetti: basta qualche telefonata. Nei momenti topici, una nottata intorno a un tavolo. E, alle prime luci dell'alba, un comunicato.

martedì 4 giugno 2013

Le elezioni amministrative in Molise e i travagli della sinistra

Anche in Molise dalla primavera del 2011 (quella di Milano, Napoli, Cagliari e poi dei Beni Comuni) il vento del cambiamento si è fatto sentire. Un fenomeno politico che sta conquistando la scena politica. Non solo in Italia. Non solo in Molise. Ma il percorso avviato è ancora ben lontano dal traguardo. C'è un congresso PD da celebrare e anche in Molise si deve creare un solido agglomerato, che assicuri persistenza e resistenza. Benché unire sia spesso più complicato che dividere e isolare.

Come ho fatto nel post precedente per il voto del 25 febbraio, anche per il voto amministrativo del 26-27 maggio in Molise credo si possa proporre una lettura inquadrata nel contesto nazionale. Con una differenza non secondaria: se il voto politico nazionale poteva aiutare a interpretare quanto avvenuto su scale locale, per quello amministrativo sono gli avvenimenti locali che aiutano a decifrare meglio le dinamiche nazionali.

Con quello che era successo in Italia, nel voto precedente e soprattutto dopo il voto, era lecito attendersi da questa tornata qualche segnale e qualche insegnamento. Tanto più dove a febbraio si era votato anche per la Regione: un voto, per le sue caratteristiche, meglio confrontabile con quello amministrativo.
In Molise, inoltre, se la quota di abitanti coinvolti, poco meno di un quinto del totale, era in linea con quella nazionale, si votava però in uno dei due capoluoghi di provincia, Isernia, in uno dei tre centri oltre i 10.000 abitanti, Venafro, e in due degli altri sei con oltre 5.000, Larino e Guglionesi. Il test era dunque di un certo peso relativo.


Potremmo limitarci a rilevare che solo uno dei sindaci eletti nei centri principali è collocabile nel centrodestra, versione molisana (UDC). Si rientrerebbe quindi nell'ordinario rispetto al quadro nazionale, senza significative particolarità. Analizzando meglio si possono però trarre, come ho anticipato, elementi di giudizio utili per un discorso generale. In particolare, attorno al dibattito che si è aperto nel campo della sinistra in seguito al voto amministrativo, concentrato, detto in sintesi, sulla frase della Serracchiani “abbiamo vinto nonostante il PD”.
Da una parte vi è chi (molti degli attuali dirigenti del PD) si è ribellato a questa interpretazione, considerata offensiva e perfino irriconoscente, vantando il grande impegno del PD a sostegno dei candidati vincenti, con particolare riguardo a Marino.
Dall'altra vi sono coloro che, pur non ritenendo, ovviamente, che il PD abbia agito per ostacolare la vittoria dei candidati espressi dalle coalizioni di cui era parte integrante, vogliono però affermare che, ciò nondimeno, il voto abbia premiato soprattutto quei candidati che esprimono una forte critica alle scelte compiute dal PD dopo il voto politico. Quelli che si sono impegnati a percorrere una via alternativa, radicalmente alternativa, a quella che il PD sta percorrendo in Parlamento e a rappresentare le aspirazioni, i valori e, perché no, gli interessi di quei settori della società che quella via alternativa reclamano.
Per quello che riguarda il voto a Roma mi sono già espresso in altra sede per questa seconda tesi. Il voto molisano - un campione più ristretto - mi offre l'opportunità, ritenendo di conoscere in modo più ravvicinato persone e dinamiche in atto, di portare argomenti ulteriori.
Considero a parte il voto di Isernia, che pure è quello numericamente più importante. Non intendo sminuirne l'importanza: segna il crollo della roccaforte dell'insediamento della coalizione di destra che ha “imperato” in Molise negli ultimi dodici anni (se non, fatta salva la parentesi “interrotta” di Veneziale, negli ultimi quattro-cinque lustri, una generazione). Il candidato vincente, Brasiello, ha inoltre ai miei occhi il merito (che lo accomuna per questo a Frattura) di aver guidato la sede di raccordo dei soggetti economici territoriali, la Camera di Commercio. Potrei far valere anche per lui l'argomento che non è un candidato del PD, né può essere assimilato a quella area politica e che dunque anche a Isernia, pur annoverando personaggi di sicuro prestigio, il PD ha ritenuto di far ricorso a risorse esterne. Ritengo pur tuttavia che Isernia faccia caso a sé perché sono convinto che il voto abbia inteso soprattutto punire lo schieramento avversario.


Lo si è detto anche per Roma (e non sminuisce la vittoria di Marino), ma a Isernia comunque non si tratta della sconfessione di un sindaco che ha fatto un flop clamoroso. L'avversario, D'Apollonio, godeva di notevole stima e non può essere accusato di portare responsabilità di disastri amministrativi, il più eclatante di tutti essendo, credo di poterlo dire anche per l'eco nazionale che ha avuto, l'Auditorium come mega monumento allo spreco. Il voto esprimeva però la liberazione dal giogo clientelare dello iorismo e l'aspirazione a voltare pagina rispetto a tutto un sistema di potere che con la scelta del rappresentante sperava di compiere un lifting convincente, senza tuttavia riuscirci minimamente. Il gioco era troppo scoperto, i personaggi troppo conosciuti.

Di tutt'altro genere invece la partita che si è giocata negli altri comuni principali. E di tutt'altro genere i candidati vincenti. Parlo di Antonio Sorbo, a Venafro, di Vincenzo Notarangelo a Larino, di Luigi Valente a Vinchiaturo.
Nessuno di loro può essere tacciato di ostilità nei confronti della sinistra; nessuno di loro può essere annoverato tra gli esponenti della sinistra massimalista o ideologica, che in Molise non manca di far sentire la sua voce e la sua presenza. E però nessuno di loro è del PD.
Nel caso di Venafro, Antonio Sorbo si è anzi trovato il PD a contrastarlo. Ha messo in piedi una coalizione trasversale, a fronte di una coalizione altrettanto trasversale dall'altra parte. Il suo avversario, Pietracupa, ha avuto un ruolo importante, se non determinante, nella vittoria di Frattura alle regionali avendo lasciato clamorosamente Iorio, dopo esser stato Presidente del Consiglio, fondando una nuova formazione politica. Non si era candidato alla Regione, pur sicuro di essere eletto, per una scelta rispettabile di “sobrietà”. Del resto non aveva ritenuto di compiere alcun “passaggio di campo” sul piano politico generale, lasciando anzi che il suo movimento, con singolare disinvoltura, si accreditasse come “ispirato” dall'eurodeputato PdL del posto, Patriciello.
Questo gioco di trasversalità incrociate poteva creare qualche confusione. I due contendenti erano accomunati dall'appoggio al nuovo Presidente della Regione ma separati dalla visione del “bene” locale e, in definitiva, dalla storia personale e dal curriculum. Non mi esprimo sulla scelta del PD regionale a favore di Pietracupa: hanno però scelto gli elettori a favore di Antonio Sorbo la cui storia è saldamente a sinistra.


A Larino Notarangelo, giovane avvocato di SEL (un passato nel PD), ha dovuto sudare sette camice per essere candidato utilizzando come argomento principale la richiesta (minaccia?) di passare per le primarie. Qualcuno al termine delle estenuanti trattative, nel cedere, ha lasciato trapelare la convinzione che sarebbe “andato a sfracellarsi”. Ha vinto largamente.
A Vinchiaturo poi la giunta era stata eletta solo due anni fa e Valente era stato sconfitto per 8 voti. E' seguita una diaspora dalla maggioranza che ha portato allo scioglimento del comune. Nel voto, ripetuto a breve distanza contro il medesimo candidato, Luigi Valente si è imposto con un notevole distacco (15 punti).


Aggiungiamo qualcosa anche sugli altri due comuni di un certo peso, Guglionesi e Colletorto.
Il candidato PD (ce n'era uno in lizza, dunque!) ha perso al comune di Guglionesi: una persona, Bellocchio, con un passato politico di rilievo alle spalle, già sindaco, conosciuto ed apprezzato. Ha pagato, mi sentirei di dire, proprio il suo percorso, rispettabile ma “interno” all'apparato di partito. Non ha fatto presa. E sì che il comune era stato commissariato per il passaggio all'opposizione di quattro consiglieri della maggioranza che appoggiava il sindaco uscente, ora rieletto. Esponente UDC, ascrivibile a Iorio. C'erano tutte le premesse come a Vinchiaturo, dunque. Ma non sempre basta. Da notare le felicitazioni del M5S locale al vincente: “per non tradire la fiducia di tutti coloro che si aspettano importanti cambiamenti” (dalla riconferma!!!).
Colletorto, infine. Il sindaco uscente, Tosto, UDEUR, era appoggiato dal PD e da Frattura. E' stato sconfitto da un giovane esponente di una lista civica, collocato a sinistra, appoggiato dalla sinistra. Ha condotto una campagna all'insegna della partecipazione, della condivisione dei programmi, ha utilizzato il web, ha composto una lista giovane. Vi dice niente?


Verrei, a questo punto, alle conclusioni di questo excursus, già abbastanza lungo.
La prima è che ormai è incontestabile il fatto che in Molise dalla primavera del 2011 (quella di Milano e Napoli e poi dei Beni Comuni) il vento del cambiamento si è fatto sentire. Prima la mezza vittoria di Frattura, poi la definitiva messa a riposo di Iorio, poi, sempre più chiaro, sempre più netto, un segnale in direzione di un'altra politica, che premia la sinistra. Non una sinistra indefinita. Non il centro-sinistra (il trattino è ironico). Non la sinistra ideologica parolaia e conservatrice. Una sinistra che ha una fisionomia sempre più chiara, che convince gli elettori, che fa appello a valori forti, ben radicati nella cultura progressista di questo paese. E' una sinistra elitaria? No, vince le elezioni. E' parolaia? No, le vince su proposte molto concrete. E' rissosa e individualista? No, vive di partecipazione, condivisione, spirito di servizio. Abbiate pazienza, descrivo in termini banali un fenomeno che meriterebbe approfondimenti ben più rigorosi. Ma avverto l'esigenza di descrivere, di farmi capire anche da chi è riluttante a dare un contorno definito e comprensibile al fenomeno politico che, piaccia o no, sta conquistando la scena politica. Non solo in Italia. Non solo in Molise.

La seconda è che il percorso è avviato ma è ben lontano ancora dal traguardo. Parlo dell'Italia. C'è un congresso PD da celebrare, si deve andare alla verifica dei numeri, alla misurazione del consenso, nel partito e tra gli elettori. Si devono dare le investiture necessarie ai rappresentanti, leader o portavoce che li si voglia definire. Parlo però anche del Molise. Perché si deve creare un solido agglomerato, una struttura, a rete, che assicuri persistenza e resistenza. Con snodi aperti ma resistenti e funzionanti. E in Molise, per tante ragioni dalle origini lontane, unire è molto più complicato che dividere e isolare.

E' un messaggio che vorrei rivolgere anche all'amico Frattura. Annoverava sostenitori tra chi ha vinto e tra chi ha perso. In un caso, a Venafro, li aveva da entrambe le parti. Sappia distinguere chi ha vinto da chi ha perso e ne tragga la forza necessaria per scegliere, rompendo gli indugi. Non lo danneggerà. L'ho sempre considerato, per cultura e per indole, persona adatta a interpretare e rappresentare i valori, le aspirazioni e, perché no, gli interessi (mi sto ripetendo, se non ve ne siete accorti) del popolo che sta costruendo una nuova sinistra, all'altezza delle sfide del tempo. Lo aspetto alla prova, anche se non sarà facile (come sta constatando).