martedì 20 maggio 2014

Le elezioni in Molise, viste da fuori

Non riesco più a seguire come prima la politica molisana ma cerco di dare una mano agli amici. Qualche giorno fa sono stato all'”Incubatore” di CB, su invito di Bibiana Chierchia, a parlare di Jobs Act e del ruolo dei Comuni nella politica del lavoro. Mi è servito anche per aggiornarmi.
La mattina dopo, tornando verso Roma, sono stato raggiunto dalla telefonata di un amico che pensava di doversi scusare per la sua assenza del giorno prima. Era uno di quelli che nel 2011 si sono impegnati in prima linea per l'elezione di Paolo Frattura: nel 2013 lo ha votato ancora, ma senza slancio e senza partecipare alla campagna.
Ripensando al contenuto di quella telefonata, ho pensato potesse essere utile trascriverlo. Mi sembrava riassumesse molti degli scambi di idee, dei dubbi, delle riflessioni, dell'ultimo anno con gli amici del Molise. Non registro le telefonate (c'è chi lo fa) ma ne ho un ricordo nitido. Tralascio i preamboli.


AMICOPerò l'abbiamo fatto grosso il guaio
IO – Paolo Frattura?
A - Certo! Ricordi quando il nostro comune amico, alla sala della Provincia, davanti a Barca, gli ha detto che sembrano dilettanti allo sbaraglio?
I - Come no, perfettamente
A. - Beh, oggi molti si domandano se siano dilettanti allo sbaraglio o professionisti dell'imbroglio
I - Azz. Ma, se ricordi, ho sempre cercato di darne una spiegazione politica, già dalla campagna elettorale. Quando ha preferito accordarsi con il vecchio gruppo dirigente del PD e insieme a loro ha lavorato per l'accordo con i transfughi del centro-destra, senza nessuna base programmatica ma solo come spartizione di poltrone
A – Beato te che la butti in politica. Qui siamo molto più in basso e per chi, come me, aveva sperato nel cambiamento la delusione è forte
I – Ti credo! Ma il mio dubbio è sempre lo stesso, in chiave politica (perdonami la deformazione). Possiamo pensare che nella società molisana non siano mature le condizioni del cambiamento (reale, quindi radicale) e che quindi possono cambiare le persone, magari un po' più presentabili, ma non le dinamiche di fondo. Che perciò sia meglio chiamarci fuori e lavorare sui tempi lunghi, sul retroterra culturale, con la denuncia e il proselitismo: strumenti chiave per la politica, non sono la politica, così facendo la lasciamo agli altri. Oppure pensiamo che nella società le condizioni non sono un dato a se stante, ma si creano in base alle risposte che dà la politica, e allora si deve lavorare per creare le condizioni e dare le risposte, alla parte di società che chiede il cambiamento o che comunque ne ha un bisogno vitale. Per cultura, scelgo la seconda soluzione, di default. Dunque, considero l'assetto politico di adesso, in Regione, una fase di passaggio, da superare: prima possibile, certo, purché sia un superamento e non un ritorno indietro.
A – Caro mio, oggi l'idea è che si debba superare e basta, succeda quel che deve succedere.
I – Non accontentarti di questa lettura! Lo scontento ha sempre due facce, anzi tre
A – Non la fare complicata
I – Attento che chi la fa semplice in politica se non è un idiota è un imbroglione
A – Sarà, ma intanto aumenta l'astensione e chi vota va sempre più da un'altra parte
I – Chiaro, e ce ne accorgeremo il 25 maggio. Ma c'è chi è scontento perché pensa che stavamo meglio quando stavamo peggio, e quelli li convinci solo se c'è un cambiamento, che porti qualche vantaggio, se no tirano per il ritorno indietro. E poi c'è chi è scontento e non ne può più
A – E la terza faccia?
I – Chi è scontento e si impegna per studiare il modo per cambiare
A – Furbo! Non basta studiare, bisogna convincere! E gli scontenti sono sempre di più, e non votano manco più a sinistra, votano Grillo
I – Lo so, e sono proprio quelli il vero problema, e l'atto d'accusa più severo per noi di sinistra
A – Infatti quelli sono in gran parte di sinistra
I – Quelli che votano, hai ragione, ma non lo è certo la proposta politica per cui votano
A – La fai complicata. Li votano perché pensano che magari faranno qualcosa di sinistra
I – Non direi, penso piuttosto che li votano per vedere l'effetto che fa. Ma poi molti (non tutti) li votano anche dopo aver visto che non fa nessun effetto. Questo è il vero problema.
A – Ma si impegnano, fanno proposte, parlano con la gente


I – E' così per molti di loro, certo. Ma anche tu guardi alle buone intenzioni e non ai fatti! E' il grande inganno della politica degli imbonitori. Quelli che hanno fatto qualcosa, perché erano costretti a farlo, per il loro ruolo, si sono comportati come un discreto amministratore di centro-sinistra. Vedi Pizzarotti. E' molto probabile che il candidato del centro-sinistra, vecchio ceto politico, avrebbe fatto peggio, ma a pochi chilometri di distanza, a Reggio, una buona amministrazione di centro-sinistra, con l'assessore all'ambiente civatiano, Mirko Tutino, ha spento l'inceneritore che a Parma, nonostante le promesse, è entrato in funzione. E ora Grillo scomunica Pizzarotti per questo. Che comunque abbia fatto meglio di quelli di prima non gli interessa e anzi lo fa incazzare.
A – Ma Parma è un caso, una città non fa storia
I – Mi stai diventando grillino.
A - La tentazione è forte.
I – Ma, se guardiamo alla politica nazionale, i fatti sono ancora più negativi. Ora dicono che, se saranno il primo partito, il governo dovrà andare a casa e governeranno loro [ora che scrivo, la linea è un po' cambiata, andranno da Napolitano a chiedere una verifica del quadro politico]. Ma erano il primo partito anche dopo le politiche e hai visto come è andata: “nessun accordo con questi partiti-zombie, finché non avremo i numeri per governare da soli”. Dalla sceneggiata con Bersani in poi è stato tutto un lasciare campo libero alle larghe intese, per poter continuare a sparare sempre più forte i loro proclami di protesta. Sarà lo stesso anche dopo le europee.
A - Alle europee infatti non penso di votare loro, ma Tsipras.
I – Beh, almeno … Ma anche qui, torniamo al discorso di prima. A me farà molto piacere se in Grecia la sua lista avrà la maggioranza, significa che la Grecia farà pesare questo fatto nel confronto con i popolari guidati dalla Merkel condizionando i socialisti rappresentati da Schultz. Perché l'obiettivo dichiarato di Tsipras è quello: spostare a sinistra l'asse della politica europea facendola finita con la linea dell'austerità (per i deboli) a traino tedesco-popolare. E sa che la strada per riuscirci passa per uno spostamento a sinistra dei socialisti europei (che sono, piaccia o no, la sinistra europea). Per questo obiettivo peserà la sua vittoria in Grecia: quanto pensi che invece peserà l'eventuale quorum, al 4%, della lista italiana? Per non dire quanto peserà negativamente se non riusciranno nemmeno a raggiungerlo. Ho grande stima per persone come la Spinelli o Viale, rispetto la loro scelta intransigente, ma forse non è un caso che non siano - e non si considerino nemmeno – due politici. E molti dei politici che appoggiano quella lista (non tutti, intendiamoci, ma molti) mi guarderei bene (e ti guarderesti anche tu) dal votarli in Italia. Non vedo perché votarli in Europa: per concedere una chance di riciclaggio?


A – Perché, secondo te sono presentabili i candidati nelle liste PD? Ci vuole stomaco per votarli!
I – Lo so anch'io che nelle liste PD ci sono molti che voterebbero (o hanno già votato) contro la mozione Estrela. Ma altri, come la Elena Gentile da voi, e in genere i civatiani, conoscendoli personalmente, posso dirti che quanto a coerenza e impegno a sinistra danno tutte le garanzie.
A – Ci penserò, ma intanto a Campobasso … Battista non è il nuovo che avanza, sappiamo tutti a quale cordata è legato, che razza di cambiamento sarebbe? Capisci perché sono tentato di votare il grillino (che manco conosco...)
I – Non mi far ripetere su Grillo e Pizzarotti … Battista, a parte le caratteristiche personali (che il suo impegno politico sia genuino glielo riconoscono un po' tutti), ha un pregio: è passato per un vaglio democratico e ha vinto le primarie. Avrei preferito che le vincesse Bibiana ma le sono mancati un po' di voti (ci sarebbe molto da dire sul perché ma lasciamo perdere..., il cambiamento fa paura anche a sinistra). Immagino che non ti passi per la testa di votare per Scasserra. Senza disperdere il voto su liste improbabili e senza scegliere candidati poco convincenti, o del tutto inaffidabili, io sceglierei la lista PD e voterei Bibiana, l'hai conosciuta, almeno sai che si farà valere, se vince il centro-sinistra e se viene eletta.
A – La conosco, mi piace, la stimo, ma devo fare i conti con il mio stomaco. Non so...
I – Si dice che gli americani votano guardando al portafoglio, da noi molti votano guardando allo stomaco, non farlo pure tu, che una testa ce l'hai e ti funziona!
A – Vabbe', sarà il mio stomaco che non funziona, a metà mattinata ho già fame. Ne riparliamo il 26.
I – Certo. E vedrai che i nostri amici civatiani del Molise si faranno sentire sulla questione di cui abbiamo parlato all'inizio!
A – Ci conto. E, se sarà, sono pronto a dare una mano.


Cominciata poco dopo San Vittore, la telefonata è finita verso Colleferro.

Pericoloso, sull'autostrada? No, guidava mio suocero.

martedì 8 aprile 2014

C'era una volta il Jobs Act...

Ricordate, all’inizio dell’anno, l’annuncio di Matteo Renzi sul JOBS act? “Ci stiamo lavorando, sarà presto legge”. Ne anticipava il contenuto in un documento che definiva “aperto, politico, che diventerà entro un mese un vero e proprio documento tecnico, con l’obiettivo di creare posti di lavoro, rendendo semplice il sistema, incentivando voglia di investire dei nostri imprenditori, attraendo capitali stranieri”.
Ora il disegno di legge è depositato. Lasciamo perdere alcuni impegni sul metodo (“sarà inviato ai circoli, agli addetti ai lavori per chiedere osservazioni, critiche, integrazioni”, “lo discuteremo nella direzione del PD del 16 gennaio”, che non si è mai tenuta) e sui tempi (“un nuovo codice del lavoro entro otto mesi”): non si deve mai impiccare un politico alle sue parole, neanche quando ne fa un uso, diciamo così, un po’ smodato. Si tratta di una legge delega, passeranno circa nove mesi dalla sua approvazione in Parlamento prima che la legge vera e propria, “concreta”, operativa”, sia in Gazzetta Ufficiale: primavera-estate 2015. Andiamo però al sodo e esaminiamo il contenuto della legge alla luce di quel documento, che cosa rimane, che cosa è coerente e cosa non lo è.
Il documento era diviso in tre parti: azioni di sistema (per semplificare), politiche di settore (per creare posti di lavoro), interventi sulle regole (non è detto esplicitamente ma il fine sembra quello di rendere attraente l'investimento, in particolare per gli stranieri).

La prima parte, quella che riguarda il SISTEMA prevedeva una serie di azioni (8) di cui 6 non sono ancora messe in cantiere, mentre quelle per ridurre il cuneo fiscale (80 euro in busta paga per i lavoratori e riduzione IRAP per le imprese) saranno oggetto del prossimo DEF
1
Energia: -10% costo per le aziende
-
2
Tasse: - 10% IRAP per le aziende
-> DEF
3
Revisione spesa: ogni risparmio a -fisco x lavoratori
-> DEF
4
Agenda digitale: fatturazione e pagamenti elettronici
-
5
Camere di Commercio: via obbligo di iscrizione
-
6
Dirigenti pubblici: no tempo indeterminato
-
7
Burocrazia: semplificazione amministrativa
-
8
Obbligo di trasparenza: PP.AA., partiti, sindacati
-

La seconda parte, riguardante i NUOVI POSTI DI LAVORO annunciava a breve la stesura di un piano industriale, con indicazione di azioni operative concrete. per creare posti di lavoro nei settori indicati in tabella. Per ora non se ne parla.
1Cultura, turismo, agricoltura e cibo-
2Made in Italy-
3
ICT 
-
4
Green Economy 
-
5
Nuovo Welfare 
-
6Edilizia -
7Manifattura-

La terza parte, riguardante le REGOLE, è quella di cui si occupa ora il Jobsact. Teniamo presente che la premessa del documento di partenza era che “non sono i provvedimenti di legge che creano lavoro, ma gli imprenditori”

1Semplificazione delle norme: entro otto mesi codice del lavoro che racchiuda e semplifichi tutte le regole attuali, ben comprensibile anche all’estero
→ art. 3
- semplificazione procedure (specie se oggetto di contenzioso), dimezzare atti di gestione x medesimo rapporto di lavoro, unificare comunicazioni (in via telematica)
2Riduzione delle forme contrattuali, oltre 40, spezzatino insostenibile. Processo verso contratto di inserimento a tempo indeterminato a tutele crescenti
→ art. 4
- individuare, analizzare forme contrattuali in vigore per (eventuale) semplificazione (delle medesime) in testo organico (anche) per introduzione (eventuale, sperimentale) di (ulteriori) tipologie rivolte all’inserimento nel lavoro, con tutele crescenti
- estensione lavoro accessorio (voucher)
3Assegno universale per chi perde il lavoro, anche chi oggi non ne ha, con obbligo di formazione e di non rifiutare più di una proposta di lavoro.
→ art. 1
- CIG: no in caso di cessazione; riduzione orario prioritaria, semplificazione procedure, compartecipazione imprese utilizzatrici
- disoccupazione: unica x ordinaria e breve, aumento durata max, estensione a cococo, massimali x contribuz. figurativa, sussidio a bassi redditi (ISEE) senza contributi    figurativi disoccupazione non vale più x accesso welfare
- per tutti, coinvolgimento beneficiari in attività locali(non enti ma comunità)
4Obbligo rendicontazione online per agenzie formazione finanziate dal pubblico, valutazione e cancellazione in caso di mancato rispetto standard- NO
5Agenzia Unica Federale che coordini e indirizzi centri per l’impiego, formazione, erogazione degli ammortizzatori sociali.
→ art. 2
- razionalizzazione incentivi
- Agenzia Unica (servizi impiego, politiche attive,AspI) senza oneri, con parti sociali x indirizzi, valorizzazione del sistema informativo, utilizzo tecnologie informatiche
- rafforzamento monitoraggio/ valutazione
6Legge su rappresentatività sindacale e presenza dei rappresentanti dei lavoratori in CDA grandi aziende. - NO
-ex novo
eventuale, sperimentale, introduzione del compenso orario minimo per lavoro subordinato, consultando parti sociali
occupazione femminile: indennità maternità a tutte le categorie (graduale), garanzia per parasubordinate anche se non versati contributi, tax credit, incentivazione accordi su orari flessibili e conciliazione, promozione utilizzo ottimale servizi per l’infanzia, revisione congedi (+ flessibilità) per conciliare vita/lavoro, estensione se compatibili (senza maggiori oneri) ai dipendenti pubblici
Tiriamo, sinteticamente, qualche somma (algebrica).
Sistema. C'è ancora poco. La parte demandata al DEF è però significativa, sia per i tagli (se vanno contro le corporazioni e le rendite) che per la destinazione (riduzione del cuneo fiscale con destinazione principale ai redditi da lavoro). Andrà giudicata, nei prossimi giorni, in base ai testi e all'andamento dell'iter parlamentare. Sull'obbligo di trasparenza per PP.AA., partiti, sindacati il silenzio non trova giustificazioni.
Piano industriale per i settori. La mancanza è eclatante, segno di una difficoltà che va fatta risalire all'intero impianto concettuale. L'appello alla “voglia di buttarsi, di investire, di innovare” degli imprenditori nasconde un'idea che è parente stretta di quella secondo cui “la concertazione si fa con le famiglie” (piuttosto che con i sindacati e le associazioni padronali), insieme a quell'altra che esalta la figura del sindaco come delegato al “problem solving” dalle comunità locali, che da solo le interpreta e le riassume.
Predisporre piani industriali chiavi in mano, da fornire all'imprenditore eroico, ammesso che sia possibile, è inutile. Pensare che ciò basti per indurlo a investire sull'innovazione e sull'inventiva e raggiungere così un'elevata competitività basata sull'originalità e l'appetibilità dei prodotti e l'efficacia e la razionalità dei processi, è semplicemente sbagliato, illusorio (e, diciamolo pure, di destra). A parte il fatto che occorrerebbe quanto meno assicurare, in aggiunta, sblocco del credito e sburocratizzazione, il punto chiave è che le storie di successo reali, quelle che sono andate avanti e si sono imposte al mondo, senza piani industriali costruiti a tavolino da esperti di palazzo (e senza denaro facile procurato dagli affaristi incistati nel sistema politico), piantano salde radici nella comunità. Se il Giappone si è fatto ammirare per la capacità di incorporare sapere dei produttori nei prodotti (il “toyotismo”), l'Italia è (stata) studiata dal mondo intero per la capacità di valorizzare il capitale sociale (e per i confronti interni che mettono in evidenza quanto pesi, negativamente, il “familismo amorale”, il corporativismo, l'individualismo, la criminalità “territoriale” mafiosa). E' un tema che meriterebbe tutt'altra attenzione da un leader della sinistra1 mentre viene piuttosto rilanciato dagli imprenditori, che ne fanno oggetto di rapporti e convegni2 (si parla dei loro “ufficio studi”, ma è pur sempre indicativo).
Non è dunque un caso, venendo al capitolo delle regole, se le due dimenticanze riguardano proprio le organizzazioni di rappresentanza. Respinti sull'uscio, escluso qualunque processo di “co-decisione” con gli apparati burocratici centrali di quelle associazioni, trovano tuttavia allettanti contropartite (specie quelle di matrice cattolica). Viene archiviata la regolamentazione della loro rappresentatività (“non è una priorità”). Si dimentica del tutto il proposito di far sentire il fiato sul collo alle agenzie formative, loro emanazione. Proprio mentre il renziano “più votato di Italia alle parlamentarie” viene arrestato a Messina per i reati commessi in questo campo. Quanto all'obbligo di trasparenza (vedi sopra), l'attuazione della Costituzione per sindacati e partiti (artt. 39 e 49), dopo una settantina d'anni può pazientare ancora un po'.
Non riuscire a stabilire il confine tra corporativismo e coesione sociale (che del primo è, semmai, l'antidoto più potente), ovvero tra familismo e senso civico, è grave perché impedisce una lettura adeguata delle origini della crisi, del persistente deficit di sviluppo della società italiana, dei profondi divari territoriali, e condanna dunque a perpetuare le cause di fondo di questi mali. Se è vero che non sono le leggi che creano lavoro ma la capacità delle persone, non si deve però perdere di vista la dimensione degli individui associati, pena la rinuncia a molto del contributo - foss'anche poco – che le leggi possono dare a chi avrebbe “voglia di buttarsi” per creare occupazione.
L'altro aspetto, dell'impianto concettuale, che deve preoccupare è quello che emerge con evidenza lungo tutto il capitolo delle regole, riguardante la precarietà e la qualità del lavoro. Se ne era avuta una anticipazione con il decreto Poletti3. L'idea è che semplificare e rendere attraente l'investimento e la creazione di posti di lavoro significhi consentire l'elusione dei vincoli elementari di un rapporto di lavoro. Pagare meno del minimo vitale (non ci vuole molta fantasia a immaginare che il ventilato salario orario minimo sarà inferiore ai minimi contrattuali già in vigore e che non andrà oltre i confini del lavoro subordinato lasciando immutato il far west retributivo dell'area dell'atipicità), togliere qualunque stabilità, abolire ogni genere di garanzia per il futuro, rendere così ricattabili i lavoratori e insindacabile il potere dispositivo del padrone (termine che tornerebbe di grande attualità), non rende più competitive le imprese. Consente loro di restare sul mercato anche se non sono competitive, e si somma alla tolleranza per il lavoro nero, al proliferare di norme pro-elusione, all'inefficacia della lotta all'evasione (fenomeni su cui si innesta e prospera la corruzione negli apparati di controllo).
La delusione rispetto alle premesse (e alle promesse) di gennaio per questi aspetti è cocente. Lo “spezzatino insostenibile” delle forme contrattuali via via introdotte viene timidamente “individuato e analizzato”, per semplificare quelle medesime forme, non per abrogarle o renderle più civili (che significa spesso “meno semplici”). Anzi, dopo aver liberalizzato il tempo determinato a scapito di tutte le altre forme più stabili (il tempo indeterminato) o più costose (la somministrazione) o più formative (l'apprendistato, posto che non vada in porto il tentativo di sgravarlo dagli obblighi formativi), si amplia anche il ricorso ai voucher, lavoro accessorio per lavoratori resi accessori essi stessi. Il tanto sbandierato (nei dintorni delle primarie) “contratto unico a tutele crescenti” evapora in una “eventuale sperimentazione” aggiungendosi come quarantunesima tipologia (altro che unico). Non è difficile immaginare l'imbarazzo dell'imprenditore a caccia della soluzione che permette di tagliare di più sui compensi ai lavoratori: ricorrerà a consulenti ben pagati che sapranno garantirgli che la scelta non abbia alternative, nel ricco menù a disposizione, ancora più vantaggiose
Quanto agli ammortizzatori sociali, una “manutenzione conservativa” della riforma Fornero lascia immutati, e irrisolti, tutti i problemi aperti, per l'immediato (vedi esodati, o universalità effettiva e definitiva dei regimi) e per il futuro (contrazione progressiva delle prestazioni per i pensionati di domani e condanna all'impoverimento per l'esercito attuale dei discontinui).
Infine, una nuova tecnostruttura per le politiche attive. L'idea, non nuova, sarebbe buona. A costo zero, però, è ridicola. Che vada coperta da risparmi di spesa in altri campi è un conto (tutta la manovra dovrà esserlo), che non comporti maggiori costi specifici è impensabile. Tanto più se si insiste a strizzare l'occhio, adombrando una “valorizzazione del sistema informativo”, ai colossi informatici che hanno fatto affari d'oro con i mega-progetti per l'incontro domanda-offerta di lavoro, sistematicamente falliti uno dopo l'altro dal 2001 in poi.
Tutto da bocciare? Per carità, la conciliazione vita/lavoro o la tutela della maternità sono segnali importanti. La semplificazione normativa in funzione della riduzione del contenzioso (se non si spostano gli equilibri a danno del lavoro) è sempre benvenuta. Il fatto però, detto in poche parole, è che il verso in cui si procede non è quello giusto. Non solo non è cambiato ma si è accentuato quello inaugurato dal centro-destra nel 2001. La svolta buona sembra ancora lontana. Anzi, più lontana.
...
2Vedi gli atti del recente convegno di Bari del Centro Studi Confindustria, “PEOPLE FIRST Il capitale sociale e umano: la forza del Paese”http://www.confindustria.it/studiric.nsf/e5e343e6b316e614412565c5004180c2/473a76b2f5896fe9c1257cac0054e835/$FILE/Biennale%20CSC%202014.pdf

sabato 22 marzo 2014

Il JOBSACT è decreto: altro che "svolta buona"!

La riforma del lavoro targata Renzi ha mosso i primi passi.
Quando se ne è parlato per la prima volta, all'inizio dell'anno, la nota che conteneva un “sommario di prime azioni concrete” è stata accolta con un certo distacco perché non andava oltre un elenco di titoli. Alcuni suggestivi, altri ermetici, altri ancora, diciamo così, poco promettenti. In ogni caso si aspettava di vederne concretamente gli sviluppi, prendendo in parola Renzi che annunciava, a stretto giro, una riunione della Direzione nazionale specificamente dedicata al tema.
Non se ne è fatto niente. Altre emergenze incombevano. Siamo così costretti a giudicare un fatto compiuto, un decreto che con il consueto l'iter parlamentare dovrà essere convertito in legge.

Ripartiamo dalla nota di gennaio (il “Jobs Act”) per seguire il percorso compiuto sui tre capitoli:
  • azioni di sistema: restano all'ordine del giorno, con qualche aggiornamento; in particolare, punto chiave, la riduzione del carico fiscale per i lavoratori dipendenti, non sarà finanziata da “risparmi derivanti dalla revisione della spesa corrente” se non in piccola parte, ma sarà affidata alla trattativa con l'Europa, che deve autorizzare un aumento netto di .2/.4% del deficit. Non è un cambiamento di poca importanza, il risultato è ancora tutto da verificare: ci si deve augurare che l'obiettivo sia tenuto fermo indipendentemente dalle condizioni che si realizzeranno a Bruxelles.
  • quanto al secondo capitolo, la lista di settori su cui puntare per la creazione di posti di lavoro resta tale e quale, in attesa di essere “ingegnerizzata”
  • resta l'ultimo capitolo, quello delle regole, che come primo punto annunciava proprio una “semplificazione delle ... regole attualmente esistenti che sia ben comprensibile anche all’estero”. Voilà, eccoci serviti, di ciò si occupa il decreto, con una sorpresa non da poco.

La semplificazione che ha preso corpo non riduce il numero dei contratti in essere, non li sfronda per dare nuovamente un ruolo centrale al contratto a tempo indeterminato. Quello che viene reso più semplice è il modo di eludere il ricorso a quel tipo di contratto, definito “normale” dalle direttive europee (tradotte, quelle sì, in tutte le lingue dell'Unione).

1) Viene reso più semplice il modo di godere di sgravi contributivi sui neo-assunti pagandoli il 35% della paga contrattuale. Finora tutto ciò era complicato da un'incombenza molto pesante, una regola incomprensibile all'estero: si doveva erogare formazione al giovane neo-assunto, perfino di tipo teorico, perfino fuori del luogo di lavoro, perfino in base a un piano formale, messo per iscritto.
Questo gravame, definito come apprendistato, è stato finalmente abrogato, se non altro per dimostrare alla Germania, dove ancora vige questo sistema come modo generalizzato di ingresso al lavoro, che sappiamo fare riforme molto più moderne di quelle di cui loro sono capaci.
Quale assurdità rappresenti la controriforma dell'apprendistato in un'ottica di investimento sulle “conoscenze in azione” lo spiega bene Andrea Ranieri in questa nota.

2) Il contratto a termine viene ulteriormente liberalizzato, per tre anni niente causali e proroghe a piacimento. Su questo, basti dire che l'Italia è già ora il Paese in cui il mercato del lavoro è più mobile e meno regolamentato, come dimostra lo studio comparato illustrato da Michele Raitano. Gli effetti negativi non sono solo quelli, del tutto evidenti, di ordine sociale, che tutto il PD, almeno sulla carta, combatte portando avanti la bandiera della lotta alla precarietà. C'è anche un effetto nefasto sulla competitività delle imprese, tenute sul mercato anche quando non raggiungono i livelli marginali di efficienza, grazie al sotto-salario (e all'illegalità). Consentendo loro di non investire, e di non ammodernare processi e prodotti si perpetua il ritardo di una fetta sempre più ampia del nostro sistema produttivo.

C'era chi aspettava questa riforma da anni. Ci aveva provato una dozzina d'anni fa il duo Maroni-Sacconi ma non avevano convinto i sindacati (e il prof. Marco Biagi non era d'accordo). Ci ha riprovato Sacconi da Ministro ma non ha fatto in tempo e alla Fornero è sembrata una mossa troppo azzardata.
Era questa la svolta buona che dovevamo aspettarci?

lunedì 17 marzo 2014

LA SINISTRA ALLA PROVA DELLA POLITICA DI RENZI

La politica di Renzi punta molto sull'effetto di spiazzamento.La ricerca del nuovo, nuove modalità di comunicazione, nuovi paradigmi per definire sinistra e destra, mostra di cogliere impreparata la sinistra tradizionale, intellettualmente pigra e culturalmente statica.Il moto perpetuo, lo spostamento dell'attenzione da un tema all'altro senza nessi di continuità, gli obiettivi in continua evoluzione, sembrano inibire qualunque tentativo di catalogazione, di inquadramento politico o anche solo di analisi metodica su basi razionali.Ma la sospensione del giudizio politico non è ammessa, il vuoto va colmato. Per cogliere i caratteri di fondo della dinamica che Renzi sta mettendo in atto e per disegnare, a partire da lì, un'idea di futuro. Perché la storia non finisce con Renzi e non si esaurisce nella sua avventura, comunque si sviluppi.Ragionare presente e sulla prospettiva è la ricetta. E farlo insieme, aprendo un discorso collettivo, è anche la risposta all'esaltazione dell'individuo che sta accompagnando l'impresa di Renzi. Per aiutarlo a farcela, pensano in molti. Ma è lecito il dubbio che si tratti davvero di un aiuto.Le considerazioni che seguono sono proposte con l'intento di contribuire ad imbastire questo discorso collettivo di cui si sente l'esigenza.


Premessa.E' la grande occasione di Renzi, ma non l'ultima spiaggia. Se sbaglia non ci sarà la fine del mondo ma un'altra sinistra


Lo show di Renzi, il suo “mercoledì da leone” ha fatto colpo. Aveva promesso che si sarebbe scatenato e lo ha fatto.
L'Italia lo guarda col fiato sospeso e anche l'Europa sta studiando con molto interesse le sue mosse.

Quella che gli viene riconosciuta unanimemente è la notevole capacità comunicativa. In genere, si dà anche poco peso al fatto che non sia rivolta né a spiegare, rendendo chiare le sue mosse e i suoi obiettivi, né a persuadere della loro bontà, ma serva principalmente ad alimentare aspettative e consenso per la sua persona indipendentemente, per quanto possibile, da una valutazione razionale e informata sui risultati effettivi del suo operato.
La manovra più di sinistra che sia mai stata fatta in Italia. Una rivoluzione. Questo l'annuncio, che non ha però riscontro in alcun fatto concreto. I (pochi) provvedimenti adottati dal Consiglio dei Ministri vanno anzi in direzione opposta.
Con uno dei due decreti approvati si rende il contratto a termine la forma basilare (se non unica) di assunzione (non incentivata), relegando a pura eccezione, per imprenditori compassionevoli, il contratto a tempo indeterminato, con buona pace delle chiacchiere sul contratto unico.
Quanto alla forma incentivata, riservata ai giovani, l'apprendistato, con l'altro decreto approvato se ne rende ancora più evanescente di quanto non sia già ora il contenuto formativo, tanto per scommettere sulla conoscenza e sulla formazione.
Infine si ritira il decreto sulla voluntary disclosure, ovvero lo strumento per portare allo scoperto i capitali che si sono ammassati nelle casseforti estere (e in particolare nella Svizzera con cui si va cercando, o minacciando, un accordo), cancellando così con un solo colpo anche l'emendamento, che sembrava raccogliere un'ampia maggioranza, sull'introduzione del reato di auto-riciclaggio.

L'attenzione su questi atti è però ai minimi termini. Che le misure sul lavoro fossero il pallino, una vera e propria fissazione, del centro-destra di Sacconi, che non era riuscito finora a farli passare, resta in ombra, le obiezioni degli ex dirigenti del PD (Fassina, Damiano) o della CGIL appaiono quasi di circostanza per quanto sono remissive (“diminuiremo il numero di proroghe concesse per i contratti a termine”).
Inevitabilmente, ciò su cui si fa un gran parlare sono i “10 miliardi per 10 milioni di lavoratori”. Difficile restare indifferenti quando viene promessa una redistribuzione significativa del reddito a favore di quelli (medio-bassi) da lavoro dipendente. Tanto più che ci si gioca la reputazione: “se non sarà effettiva entro 50 giorni - la distanza dalle europee - sarò un buffone.” Non resta che attendere.

Lo stesso schema lo ritroviamo per le riforme istituzionali. “Se non sarà superato il bicameralismo perfetto considererò conclusa la mia esperienza politica”. Svanisce dunque la scadenza per l'approvazione della riforma elettorale, prima fissata per gennaio (subito dopo la nomina a segretario), poi spostata a febbraio (da premier), poi ancora a marzo, e solo in prima lettura. Ora che è subordinata alla riforma costituzionale, è materialmente impossibile che arrivi prima del 2015. In compenso cambia il gioco e si alza la posta: se va male sul Senato vi trovate un altro premier.

Insomma, misurare Renzi sui fatti è fatica inutile. Del resto, è trascorso troppo poco tempo, occorre aspettare, lo dicono tutti. Eppure, a ben vedere, i messaggi sono fatti concreti e si può partire da lì per un giudizio. Anzi, da Mcluhan in poi, il medium è il messaggio. Se poi un leader politico si propone proprio per la modalità comunicativa e in certo qual modo ci si identifica, parlarne non è solo un ricamo, una nota di colore, ma una necessità sul piano squisitamente politico.

Nel proporre un'analisi dei significati politici del messaggio di Renzi, si affaccia la seguente ipotesi di lavoro, che merita di essere esplicitata in partenza: che il messaggio contiene un'intuizione che può essere feconda e che ha radici nel pensiero di sinistra più attuale; che però resti racchiusa in una modalità comunicativa che ne distorce il senso e conduce a effetti che vanno in direzione contraria, difficilmente riconducibile alla sinistra. Fino a collocarsi nello stesso solco in cui si è mossa la destra (o, se si preferisce una connotazione più ampia e più comprensiva, il potere costituito) negli anni post guerra fredda, portando la nostra società nella situazione in cui si trova e da cui ora lo stesso Renzi dichiara di volerla far uscire.
Le caratteristiche specifiche della comunicazione di Renzi, se queste ipotesi si dimostrano vere, non solo non vanno esaltate, ma neppure prese come una sua peculiarità personale, a se stante rispetto alla posizione politica. E con quelle caratteristiche occorre misurarsi, proponendo alternative. Fino a costruire un'alternativa.
Non solo perché può rendersi necessario costruirla. Ma anche perché sia chiaro, ora come in ogni momento, che un'alternativa è sempre possibile. Che in politica l'ultima spiaggia non esiste (o, semmai, è sempre la penultima). Che, per uno che vuole cambiare verso perché sia la svolta buona, il ritornello della mancanza di alternative dovrebbe essere indigeribile. E se lo propongono in coro proprio quelli che lo sostengono con maggiore entusiasmo, la circostanza dovrebbe, anziché inorgoglire, suscitare qualche serio sospetto.
  1. L'attenzione di Renzi (e di Berlusconi) per gli aspetti extra-economici dello sviluppo. Un'intuizione da prendere sul serio


Partiamo dallo show cui abbiamo assistito con la conferenza stampa del “mercoledì da leone”. Il paragone con Berlusconi, con la sua irruzione nel '94, ci sta tutto e, alla prova dei fatti, per quel che di negativo il Cavaliere ha prodotto per gli italiani, non è affatto lusinghiero.
Il suo atteggiamento baldanzoso, che lo porta, mentre suona la carica da trascinatore, ad alimentare illusioni sulle sue capacità di uomo solo al comando, risolutive, se non miracolistiche, presta il fianco a critiche largamente giustificate. Gli va però riconosciuta, come a Berlusconi prima di lui, un'intuizione che merita una valutazione più attenta, non condizionata dalle critiche che si merita per le modalità con cui procede. Si tratta dell'idea che non sono solo le variabili economiche a muovere l'economia, ovvero che anche i fattori definiti come extra-economici hanno un peso nel condizionare le dinamiche economiche.

Tra i due modi di tradurre quella intuizione le differenze sono notevoli. Berlusconi che invitava gli italiani a farsi coraggio e a spendere, per reagire alla crisi, ricorda il piazzista che convince a spendere per qualcosa che fin lì non si era mai pensato di comprare. Roba ancora attuale ma di un altro secolo. Renzi procede invece con annunci a raffica per dare l'idea di una scossa (“mercoledì ci scateniamo”, “vi sorprenderemo”, “mi gioco l'osso del collo”). Il messaggio è: se io mi metto in gioco e rischio è il caso che seguiate il mio esempio, rompete gli indugi anche voi. Con il suo martellare con promesse sempre nuove, per tenere desta l'attenzione, è di questo secolo, è cresciuto nella rete, quella 2.0. Interattiva, sì, ma veloce, un refresh continuo, che non lascia spazio alla verifica delle fonti, all'esame dei dati di base, al dialogo ragionato.
L'uno è seduttivo, diretto, parlantina da intrattenitore, barzellettiere. L'altro è un illusionista, l'abitudine al multitasking lo aiuta nell'arte di sviare e di svicolare, parla per metafore, battutista.

Ricondotti a fattore comune, al di là del tempo che li separa, sono entrambi persuasori. Nella comunicazione si collocano entrambi nella stessa posizione all'interno del medesimo diagramma. Sono la fonte, di un messaggio unidirezionale. Il feed-back è dato dai sondaggi, oppure dal numero di follower e di like. Rifuggono entrambi dai confronti all'americana, non sono il loro forte. Le platee le amano fanatizzate e irregimentate.
Serve insistere su questi tratti comuni, come vedremo, per distinguere ciò che nell'intuizione è potenzialmente fertile, per la ricostruzione di un discorso politico che latita ormai da tempo, da ciò che invece si pone in continuità con una deriva che ha snaturato e infiacchito le basi stesse del processo democratico nel nostro paese.

  1. Il pensiero di sinistra degli anni recenti ha dato grande importanza al ruolo del capitale umano, inteso come capitale sociale


Non so quanto dell'attenzione di Renzi e Berlusconi ai fattori extra-economici nasca da una riflessione attorno alle teorie più recenti in tema di sviluppo economico e di democrazia piuttosto che dalla sensibilità acuta che va riconosciuta a entrambi per ciò che si muove nella società che li circonda. Nel caso di Renzi, è plausibile che le idee di Amartya Sen sul capitale umano, come quelle di Joseph Stiglitz sulla disuguaglianza e sulla società divisa non gli siano estranee. L'ispirazione che guida le sue mosse tuttavia ha a che vedere con l'attenzione per i fattori motivazionali e socio-culturali, più che per quelli etici, o istituzionali e sembra ispirata soprattutto all'osservazione (ragionata o intuitiva che sia) delle peculiarità storiche del nostro paese.

La formula che racchiude l'ispirazione dei messaggi che Renzi invia al paese - “occorre suscitare energie positive” - nella sua semplicità quasi banale (mentalista, direbbe Crozza), traduce in slogan di facile comprensione una questione storica che ha radici lontane nel tempo. Se ne sono occupati, in pagine che hanno segnato un punto di riferimento per la cultura nazionale, i maggiori pensatori del nostro paese (oltre che stranieri, si può citare Putnam per tutti). La questione è quella del capitale umano, inteso come capitale sociale. Delle sue alterne vicende, nel tempo, e della sua ineguale distribuzione geografica, nello spazio, che hanno pesantemente condizionato lo sviluppo economico e sociale del nostro paese.

Nella fase che stiamo attraversando quel patrimonio immateriale è ai minimi e la sua latenza impedisce di rimettere in moto la dinamica sociale. La disuguaglianza è il suo frutto avvelenato e al tempo stesso è il volano che ne accentua la mancanza in un circolo vizioso che sembra sempre più difficile da spezzare. Ma di tutto ciò, nel messaggio di Renzi, non si coglie alcuna consapevolezza, anzi, è questa la sua lacuna più vistosa. E ciò che non vi è contenuto è, classicamente, rivelato dal mezzo, dalla modalità della comunicazione: unidirezionale e verticale, come abbiamo visto.
Quello che Renzi non esplicita è se le energie che intende suscitare hanno una dimensione collettiva o solo individuale. Perché il capitale sociale poggia sulle energie che trovano alimento e si esplicano nella socialità. Ovvero, sulla coesione sociale, per usare un altro termine che dagli anni Novanta fino all'inizio di questo secolo ha tenuto banco in tutta la sterminata produzione letteraria degli uffici di Bruxelles per cadere nell'oblio con l'esplodere della crisi degli ultimi anni.

  1. L'esaltazione delle energie individuali (e degli animal spirits) pone in secondo piano l'aspetto, decisivo, della socialità


L'imprenditore coraggioso, innovativo, schumpeteriano, è un individuo, si dirà. Vero, in genere. Ma il mito degli animal spirits, dell'imprenditore, creatore solitario, eroe titanico - che Renzi, come Berlusconi, corteggia e, insieme, aspira a riprodurre nel suo agire – tiene in ombra le energie collettive e, trascurandole, alimenta un'idea fuorviante e insinua una convinzione sbagliata.
Non si tratta di indulgere alle “derive comunitariste” che preoccupano i fautori di una sinistra moderna, liberata dalle “vecchie formule” dettate dalle ipoteche ideologiche novecentesche (al cui influsso Renzi mostra di essere particolarmente sensibile). Il richiamo alla centralità della dimensione sociale, collettiva non trova le sue ragioni in una propensione per la “cristallizzazione dei ruoli sociali” o in una fiducia ottusa nella capacità di raggiungere la piena occupazione per via normativa (o, peggio, giudiziaria). Le ragioni per cui le energie individuali possono sprigionarsi compiutamente solo se trovano riscontro nella dimensione sociale sono ampiamente analizzate e difficilmente confutabili.
- Perché nella generalità dei casi l'energia creatrice dell'individuo di cui parliamo non nasce dal nulla ma ha bisogno di un humus fertile in cui germogliare e svilupparsi: vale per i pionieri dell'ITC nella Silicon Valley tanto quanto per gli scarpari del distretto marchigiano.
- Perché per traferire le sue energie creatrici in un'impresa che porti a risultati concreti ha bisogno di coltivare a sua volta quell'humus, per allargare e consolidare le radici, e di raccogliere intorno a se un collettivo che lo accompagni e che lo aiuti a crescere nel tempo. Un vero leader non è mai circondato da persone mediocri mentre questo rischio lo corrono facilmente i bravi comunicatori che si propongono come leader: perché il profilo delle persone che ne esaltano meglio le doti comunicative (personaggi di spalla, imitatori, una claque che faccia da amplificatore) è agli antipodi rispetto al profilo dei collaboratori di cui ha bisogno per produrre risultati. I migliori associano entrambe le doti e si circondano degli uni come degli altri, ma in quei casi devono avere la dote ulteriore di saper mediare i conflitti interni tra le due componenti.
- Perché infine grandi imprese nascono, molto più spesso di quanto non racconti l'iconografia prevalente, ad opera di energie collettive, plurime e plurali, sin dal momento della fondazione o grazie all'intervento di energie collettive che forniscono un sostegno sin dalla nascita ed accompagnano passo passo le fasi dello sviluppo.

Si spiega allora perché Il modello basato sul messaggio dall'uno ai molti è sbagliato. Parla agli individui, nella loro singolarità, esalta le energie interiori, come è giusto, senza spronare a metterle in comune. Si rivolge a ciascuno con i suoi problemi, che sono comuni nel senso che sono uguali a quelli di chiunque altro, ma non perché sia possibile mettere in comune la ricerca di una soluzione. E, perché sia chiaro il senso del messaggio, quello che si propone come esempio è il proprio io: “uomo del fare” titanico, individualistico.

  1. Riscoprire il partito come luogo di incontro e di valorizzazione di energie collettive


Il rapporto con il partito ne è una riprova ulteriore. L'idiosincrasia per l'organizzazione e per il collettivo, l'insofferenza per il confronto delle idee sono un sintomo eloquente. Fa parte di una sana competizione politica anche volersi dimostrare il migliore, ma non è provata l'equazione secondo cui chi si afferma come persona migliore sia necessariamente portatore dei migliori argomenti.
Parimenti, la logica della maggioranza, che ha in quanto tale il potere di deliberare quando vuole (anche con notevole frequenza) ciò che vuole, non è detto che garantisca i risultati ottimali. Né la minoranza può essere considerata solo come inutile ornamento: già da qualche secolo si è affermata l'idea che il bilanciamento dei poteri non sia un doveroso ossequio al formalismo delle convenzioni democratiche ma la garanzia più solida di un funzionamento efficiente delle sedi decisionali.

Al di là delle critiche che si possono muovere alle modalità di gestione dei rapporti politici all'interno del PD, quello che più colpisce di Renzi è che non mostri di voler curare minimamente il potenziale che il partito rappresenta proprio in quanto comunità. Mezzo milione di iscritti, tre milioni di persone che non solo hanno votato ma hanno accettato di registrarsi nell'albo delle primarie, sono un patrimonio incalcolabile. O meglio, se se ne dovesse calcolare il valore in base ai parametri con cui vengono trattati database di queste dimensioni, parleremmo di cifre di tutto rispetto: con la differenza, enorme, che non si tratta solo di un target, di potenziali terminali di una comunicazione unidirezionale, ma di un soggetto collettivo che ha agito, votando, e si dichiara disponibile ad agire nell'arena politica.  

Si fa un gran parlare dei metodi utilizzati da Obama nelle sue campagne vittoriose per arrivare, da un database di elettori potenziali, a una rete di rapporti personali, nel mondo fisico, non solo in quello virtuale, fino agli interventi porta a porta. Ma dobbiamo considerare che agiva in una società in cui la vita di un partito politico non contempla i momenti di incontro che, almeno sulla carta, caratterizzano il nostro modello. Dunque, se il contatto fisico, interpersonale, è stato un'idea vincente in quel caso, perché mai non cogliere le opportunità offerte da una disponibilità alla partecipazione attiva di centinaia di migliaia di persone? Perché non farle oggetto non tanto e non solo di campagne di comunicazione basate su tweet, newsletter e video quanto di inviti a costruire reti, a interagire orizzontalmente e non solo verticalmente?
Si ripresenta qui la questione economica da cui siamo partiti, del come rilanciare lo sviluppo nel nostro paese. Quanto potrebbe incidere una mobilitazione delle persone che si raccolgono intorno al partito per ovviare al deficit di capitale sociale di cui soffre oggi il nostro Paese? Quanto potrebbero agire da catalizzatore di processi di aggregazione sul territorio le sedi di partito, del PD, se si aprissero al mondo esterno, non solo agli individui ma alle locali associazioni di rappresentanza e ai movimenti di scopo? Se si proponessero come luogo di costruzione di progetti e di imprese collettive (anche a costo di rinunciare a qualche insegna a cui siamo affezionati per la nostra identità comune)? Se aprissero una interlocuzione con i poteri locali per spronarli a svolgere un ruolo attivo di facilitatori, accompagnatori, finanziatori?
Può darsi che tentativi in queste direzioni diano risultati deludenti, specie all'inizio. Ma rinunciare in partenza, non porsi neppure il problema e non mettere in cantiere il minimo progetto, neanche in chiave sperimentale, testimonia una scelta di ordine culturale e politico. Sbagliata.

  1. Il contributo che può provenire dalle parti sociali e il ruolo del territorio


Queste stesse valutazioni stanno anche a giustificare la critica rivolta a Renzi di una scarsa o nulla considerazione per il ruolo delle parti sociali. E sì che che la scelta del Ministro del Lavoro nella persona dell'ex presidente della più grande centrale cooperativa, che è stato tra i principali protagonisti della costituzione sia di un'aggregazione unitaria con le altre maggiori centrali che di una struttura stabile di coordinamento di tutte le rappresentanze associative della piccola impresa (Rete Impresa), sembrava andare esattamente nella direzione di una valorizzazione dei cosiddetti corpi intermedi. Ma non è ancora affatto chiaro quale ruolo il Ministro del Lavoro si propone di svolgere nella strategia per rimettere in moto l'economia. Per non dire del significato da attribuire alla scelta di sopprimere il Ministro per la coesione territoriale, che peraltro nel governo Letta era affidato alla massima autorità italiana in materia di capitale sociale, Carlo Trigilia, l'interlocutore storico del già citato Putnam.

Muovere queste critiche non significa automaticamente, per proprietà transitiva, condividere la richiesta avanzata soprattutto dalla segretaria CGIL Susanna Camusso di ripristinare il metodo della concertazione. Dopo l'esperienza dell'accordo del 1993, che ha permesso all'Italia di agganciare il treno dell'euro, e del patto per il lavoro, quegli incontri trilaterali hanno assunto via via un carattere sempre più rituale, burocratico. Il Patto di Natale del 1998, con le decine e decine di associazioni raccolte a fare da cornice a una rappresentazione vuota di sostanza, ha segnato (salvo che per la costituzione dei fondi per la formazione continua) il punto di svolta, in negativo. Ma la ragione profonda dello svuotamento di quelle sedi sta nel processo che ha portato le parti sociali a uniformarsi al medesimo modello che ha preso il sopravvento in politica, basato sulla personalizzazione e sull'autoreferenzialità, e quindi a trascurare del tutto gli aspetti dell'organizzazione diffusa, della circolazione delle idee, della mobilitazione cognitiva.

Attenzione alle rappresentanze collettive significa dunque valorizzazione del ruolo che possono svolgere sul territorio. E significa dover fare tesoro dei limiti evidenziati nell'esperienza della contrattazione territoriale degli anni Novanta (Patti territoriali e Contratti d'Area) non per seppellire ogni velleità di dar luogo a processi di mobilitazione dal basso ma per adottare le giuste contromisure così da impedire che l'ipoteca burocratica ne riduca l'efficacia fino a svuotarli di significato, come allora è avvenuto.
E' evidente che le dinamiche locali quanto più si rivelano promettenti e danno luogo a risultati, tanto più fanno gola agli apparati politico-amministrativi in cerca di legittimazione e di consenso. E che il loro innesto, con gli interessi specifici di cui sono portatori, non è quasi mai senza conseguenze negative sulla vitalità di quei processi. Ma le contromisure non sono difficili da concepire e da mettere in atto, solo che si preveda di assicurare la guida dei processi in via esclusiva ai protagonisti reali, ossia a chi si assumerà l'onere di realizzare i progetti.

  1. Il nesso tra battaglia per lo sviluppo e battaglia per la democrazia


L'insieme delle considerazioni sviluppate fin qui porta ad affermare che un nesso profondo, troppo spesso trascurato, lega tra loro la battaglia per lo sviluppo e quella per la democrazia.
Questo assunto, la cui validità in sede teorica trova numerose conferme nelle dinamiche storiche recenti su grande scala, dovrebbe essere colto in tutta la sua importanza nelle dinamiche micro e in sede di progettazione e proposta politica.

Per concludere, a questo proposito, con un richiamo a temi di attualità, anche la scelta IRPEF – IRAP di cui si è tanto discusso nelle ultime settimane dovrebbe essere inquadrata in una valutazione di carattere non esclusivamente economico (né solo politico).
Una misura che serva a ridurre le disuguaglianze è anche una misura per accorciare le distanze che separano gli individui e i gruppi sociali tra loro e per aumentare così la coesione (il capitale sociale). Ha dunque un rilevante effetto economico ma non può essere decisa in termini puramente economici: occorre mettere in conto gli effetti che la scelta può produrre sui fattori extra-economici. Una decisione politica che vada in direzione della democrazia, riducendo le disparità nella distribuzione dei redditi e quindi nella condizione di vita delle persone, è giusta, oltre che in sé, anche perché produce sviluppo.
Se poi, senza volersi addentrare troppo nelle tecnicalità, si trovasse il modo per fare arrivare un po' di denaro fin nelle tasche di chi sta peggio, risultato che non si ottiene né abbassando le aliquote più basse (per l'alta percentuale di evasori incalliti che vi si incontrano), né aumentando le detrazioni, (perché non si porta beneficio a chi è già a zero tasse e quindi “incapiente) ma, ad esempio, fiscalizzando i contributi previdenziali a carico dei lavoratori, sarebbe ancora meglio.

Ma per questo aspetto, al momento di stendere queste note non definito, occorrerà attendere gli atti ufficiali, a partire dal DEF, che ci diranno molto sul tema qui affrontato.