lunedì 27 agosto 2012

L'incursione di Mauro e il pensiero debole della sinistra


L'editoriale del direttore di Repubblica, sulla matrice di destra della protesta anti-sistema, sta suscitando un aspro dibattito, che sfugge però ai temi di fondo che quell'articolo solleva, ai concetti “forti” con cui si rivolge a una sinistra “culturalmente debole e con scarso spirito di battaglia”. Propongo invece al lettore di cogliere l'occasione per prendere di petto quei temi tentando un esercizio di chiarezza, al di là delle forzature e delle semplificazioni.

  
“L'onda anomala del berlusconismo ha spinto nella nostra metà del campo (che noi chiamiamo sinistra) forze, linguaggi, comportamenti e pulsioni che sono oggettivamente di destra... Diversa dal berlusconismo ma sempre destra: zero spirito repubblicano, senso istituzionale sottozero (come se lo Stato fosse nemico), totale insensibilità sociale ai temi del lavoro, della disuguaglianza e dell'emancipazione, delega alle Procure non per la giustizia ma per la redenzione della politica, considerata tutta da buttare, come una cosa sporca ... facendo di ogni erba un fascio in modo da legittimare il lanciafiamme che redima il sistema… Altro che guerra civile a sinistra. Siamo davanti a una nuova destra che insidia il campo "democratico" per la debolezza culturale e lo scarso spirito di battaglia della sinistra italiana … Finché questo equivoco finirà, e dopo la definitiva uscita di scena di Berlusconi la destra starà finalmente con la destra e la sinistra con la sinistra.”


In questi, che ho qui ripreso, ed in altri passaggi dell'editoriale sulla Repubblica del 24 agosto 2012 Ezio Mauro chiama e interroga la sinistra su concetti “forti”. Da cui si deve ammettere che, da qualche tempo, è prevalso l'uso di tenersi a debita distanza (la “debolezza culturale e lo scarso spirito di battaglia” credo alluda anche a questo).
A partire dalla definizione di sinistra, che Mauro azzarda quasi senza dare a vedere, ragionando “a contrario”, indicando ciò che manca alla destra (sensibilità sociale ai temi del lavoro, della disuguaglianza, e dell'emancipazione). Ciò che però dà un senso “forte” al lungo ragionamento è soprattutto l'auspicio conclusivo, che la destra torni a stare con la destra e la sinistra con la sinistra. Senza più quella destra - anti-politica prima che anti-berlusconiana - tracimata nel campo della sinistra. Ma anche senza, sembra di capire, il massimalismo che del riformismo è sempre stato nemico.
In mezzo, di passata, un presa di posizione sull'ontologia professionale di chi ha scelto il suo mestiere. Non deve proporre narrazioni ma dare strumenti per comprendere.

I commenti hanno sorvolato su questi temi “forti”. In genere l'attenzione è rimasta attratta dal dito, la querelle sul ricorso di Napolitano alla Consulta e, al più, salendo appena un po' di livello, il tema–tormentone dei rapporti tra potere politico (esecutivo, ma non solo) e giudiziario. Senza arrivare alla luna. Ed è anche da notare una certa reticenza, se non un silenzio assordante, sul fronte sinistro, che appare in imbarazzo (a parte quelli direttamente chiamati in causa dall'anatema).
Invece, pur non risultando agevole interloquire con un pensiero espresso così in sintesi e con molte ardite semplificazioni, l'occasione non andrebbe buttata via da una sinistra che ha in effetti bisogno di tornare a misurarsi con i grandi temi. Per parte mia tenterei perciò di proporre al lettore un esercizio in questo senso, ispirato soprattutto da un'esigenza di chiarezza, per andare oltre le forzature contenute nell'editoriale di Mauro senza perdere l'occasione per aggredire i nodi di cui tratta.

C'è, nel campo che si oppone alla destra “anomala”, berlusconiana, insieme alla sinistra che lo occupa naturaliter, anche un'area che appartiene, come matrice culturale, alla destra?
Questa tesi, alla base del ragionamento, mi sembra difficilmente confutabile. Se non altro perché nell'area cui si allude si ritrovano personaggi che della loro matrice non hanno mai fatto mistero (ed è per questo che Padellaro dimostra tanta comprensibile ira ma poco acume nel chiedere a Mauro “chi lo autorizza?”). Non mi riferisco solo a Travaglio ma allo stesso Di Pietro (democristiano di destra convinto e mai pentito), a Grillo (“né di destra né di sinistra”, locuzione appartenente al bagaglio tradizionale di un preciso filone della cultura di destra). E che dire del personaggio che meglio riassume quest'area, Scalfaro, i cui ultimi anni di vita sono stati segnati da una contrapposizione senza tentennamenti alla destra berlusconiana (che ne ha fatto un bersaglio-simbolo), dopo che per lungo tempo si era distinto per un conservatorismo collocabile nel lato destro della galassia democristiana?


C'è però un'omissione, tra le tante, nello scritto di Mauro che rende debole la conclusione che viene tratta da questo dato di fatto inconfutabile. Non viene spiegato se alla radice dell'invasione del campo, al di là della convergenza contro il nemico comune, non vi fossero più solide convergenze politico-culturali.
Senza farla troppo complicata, direi che non si è trattato né di una coincidenza né di un travisamento e che possiamo spiegare le ragioni profonde delle convergenze in base a uno schema semplice, classico. L'esercizio delle libertà politiche, poste appena un gradino più in alto di quelle civili, personali, poggia sui capisaldi dello stato di diritto, del consenso informato e del bilanciamento dei poteri. Quando essi sono messi a repentaglio, è negato all'origine l'accesso alla cittadinanza sociale, che è il tema chiave che distingue la sinistra. Ma ne risulta compromessa anche la libertà economica fondamentale per un imprenditore: misurarsi alla pari in un mercato aperto.
Sulla difesa dello stato di diritto e delle altre pre-condizioni della democrazia convergono dunque sia le dottrine politiche che individuano nel mercato il regolatore assoluto (da sottrarre perciò ai condizionamenti della politica), che si possono definire senza alcun dubbio come di destra, sia quelle, di sinistra, che sostengono la necessità di “azioni positive” che modifichino la dinamica spontanea del mercato per assolvere ai fini sociali che non è in grado di assolvere, in quanto ad esso estrinseci.
Se alcuni protagonisti della battaglia per l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (stato di diritto) sono stati reclutati dalla sinistra, o si sono convinti ad impegnarsi al suo fianco, pur dicendosi di destra, non c'è dunque alcuno scandalo, né c'è da pentirsene.
Basterà l'uscita di scena di Berlusconi per porre fine a questa convergenza? La conclusione appare davvero sbrigativa, se è vero che la scarsa considerazione per i principi alla base dello stato di diritto non è stata inoculata da Berlusconi nel corpo elettorale quanto piuttosto “sdoganata” (e solleticata, questo sì), non solo come base di consenso, in un elettorato in cui era assai diffusa, seppur allo stato latente, ma anche come stella polare per l'agire politico.
Dunque le ragioni di una convergenza possono andare oltre la fase contingente. Ma a quali condizioni? E chi deve “dare le carte”, cioè fissarle, come irrinunciabili?
Qui viene la parte più ricca di spunti, a mio parere, dell'editoriale, accompagnata tuttavia da qualche altra importante omissione.
Il tema da non lasciar cadere è quello dell'argine da opporre alla cultura della protesta contro la politica. Perché la sinistra nasce dalla piena affermazione della politica come luogo di risoluzione dei conflitti. Perché il primato della politica non è un'aberrazione tipica dell'armamentario comunista ma un segno distintivo della cultura di sinistra tout court. A quei liberisti che obiettano che per lo stesso marxismo classico è solo sovrastruttura, sottomessa alle regole che presiedono al funzionamento della struttura economico-produttiva che innerva il tessuto sociale, va ricordato che la sinistra moderna nasce proprio dal superamento di questo schema e dall'affermazione del primato della politica, nel momento in cui si prefigge di agire su quella dinamica per indirizzarla al raggiungimento di fini sociali ad essa estrinseci. La sinistra senza il primato della politica scompare e perde di senso.
Qui però si pone un'altra domanda chiave che Mauro elude. Quell'area che si dice “né di destra né di sinistra”, che vagheggia un autogoverno dal basso, di cittadini liberati della mediazione della politica, espressione del “volta per volta”, dell'interesse immediato della maggioranza, merita davvero di essere definita di destra? Perché?
La risposta è al centro dell'attenzione del dibattito politico attuale e chiama in causa la definizione di populismo. Se esiste un populismo di sinistra, in che misura è assimilabile a quello di destra? Non è l'evoluzione stessa della tecnologia che rende possibile una sempre maggiore informazione e quindi capacità di visione strategica dei cittadini? E un interscambio tale da consentire di registrare un pensiero (maggioritario) consapevole e “di vista lunga”, per ciò stesso refrattario alla manipolazione autoritaria?
La sfida, su cui Mauro sorvola pur ospitando nelle pagine interne del quotidiano contributi di grande interesse su questi temi, è questa. E quanto più l'informazione si sintonizza sulla deontologia che proprio Mauro caldeggia tanto più la sfida può rivelarsi alla portata e negare quindi il presupposto di partenza. Il movimentismo, l'assemblearismo, l'antiistituzionalismo, non sarebbero dunque più solo mascherature del populismo, cultura di destra perché fondata sull'autoritarismo, fino al dispotismo, perseguito da chi si appella al popolo senza mediazioni.
Non pretendo di dare una risposta ai dubbi, ma avanzo l'ipotesi che siano legittimi, in favore dei rei, o sospetti tali. Che forse siano perfino fecondi. E che tuttavia la condizione per lasciar spazio al dubbio in loro favore stia nella capacità dei movimenti dal basso di discernere e dunque di interagire con la politica democratica. Quella, per intenderci, che non sia soltanto “di sinistra” nel senso tradizionale (sarebbe un corto circuito logico piuttosto banale) quanto “aperta”. Nel senso della “trasparenza”, quella che preparò la fine della parabola sovietica. Del controllo dal basso, dell'espansione degli spazi di democrazia diretta e, sarei per dire, della concertazione (tema che apre però il complesso capitolo del ruolo, non sempre coerente con i principi di apertura e trasparenza, dei “corpi intermedi”).

Non è un'omissione da poco. E' anzi tale da poter cambiare il segno di tutto il discorso. Ma ce n'è un'altra che non si può tacere.
Se vale questo ammonimento sul fronte del populismo e del radicalismo di sinistra, quali argini devono essere posti nel confronto-dialogo che si instaura con la destra liberale fautrice del mercato?


Non sono certo meno importanti i “paletti” e le condizioni da porre su quel versante. E qui, per concludere, c'è un asino pronto a cascare. Se è vero che dietro le posizioni “né né” si può nascondere il populismo autoritario (di destra) è non meno reale il pericolo che posizioni lontane, e inconciliabili con la sinistra, si possano nascondere dietro l'etichetta del centrismo, che al “né né” si ispira tanto quanto i bersagli contro cui si rivolge Mauro. 
La destra con la destra? Non sono per regalare la destra “pulita” a quella populista e demagogica, ma le basi di un accordo non possono che essere quanto mai chiare. Altrimenti, anche rispetto al centro, la sinistra deve saper stare con la sinistra senza perdere la sua fisionomia, la sua anima, la sua ragion d'essere.

sabato 4 agosto 2012

Sarebbe ora di parlare dei problemi del Molise. E delle soluzioni che offre la politica.

L’informazione “non ci coglie”, sostenevo nel post precedente. Riprendo da lì, dopo la pausa di luglio.

Diminuiscono consiglieri, assessori e prebende.
Lo Zuccherificio del Molise affronta la prova del concordato preventivo.
Il Consiglio Regionale si adegua alle osservazioni del Governo sulla Finanziaria in materia di sanità.

Ma è sempre l’occasione per parlare d’altro. Quando sarebbe il momento giusto per emanciparsi dalla sudditanza verso la politica.
O, meglio, verso i politici, tanto esecrati ma sempre omaggiati!


Riprendo a postare dopo una pausa (forzata) a luglio in cui ho cercato di seguire la politica molisana attraverso i media.
Che fatica!

Stucchevole. Non so come meglio definire la cronaca politica molisana di queste ultime settimane. Fuorviante, anche. Di proposito o per sbaglio?

Non è una situazione normale per il Paese, lo è ancora di meno per il Molise. Si torna a votare, quasi certamente anche in Molise: destra contro sinistra, modelli di governo, schieramenti, proposte politiche e valori alternativi. Gli elettori devono scegliere il loro futuro. Perché parlar d’altro?

L’economia molisana è quella che ha pagato il prezzo più alto (come caduta del pil pro-capite) rispetto a tutte le altre Regioni d’Italia dall’inizio della crisi ad oggi, mentre le aliquote delle imposte sono le più pesanti.
E’ un dato di fatto. Eppure ci si continua a trastullare nell’idea che la politica non c’entri nulla. Si preferisce pensare che c’entri piuttosto la politica della Germania, su cui i cittadini molisani non hanno voce in capitolo. O quella dei paesi emergenti. O che dipenda tutto dalla finanza e dalle banche: viene un po’ da ridere a pensare che per qualche oscuro motivo se la prendano con i molisani più che con chiunque altro al mondo (Grecia esclusa, s’intende).

La situazione è quella che è, lo sappiamo, ne soffriamo. Ma in Molise è peggiore. E però, tutti insieme a far credere che la politica molisana riguardi qualcos’altro. Tutti, dunque, a cincischiare, occupandosi del mondo etereo e dei racconti “fantasy”. Con qualche eccezione? Gli operatori dell’informazione non sono tutti uguali? Ci mancherebbe! Ma a far nomi, su quanti si troverebbe d'accordo più della metà dei miei lettori?

Se si avesse anche solo il sospetto che la politica, per quello che ha fatto e per quello che non ha fatto, nel ruolo di governo o in quello di opposizione, c’entri qualcosa, non pensate che si dovrebbe essere molto attenti, rigorosi nei giudizi, informati?
Già, informati. E per un professionista dell’informazione l’informazione non si raccoglie ma si cerca. Almeno, se chi ha scelto di svolgere questa professione la considera, come altre non meno nobili, una missione, da assolvere al servizio dei cittadini – lettori (che saranno anche elettori). Io non mi considero tale, distinguo nettamente un professionista da un blogger. Ma da lettore che ha avuto a che fare molto da vicino con l’informazione mi permetto queste considerazioni e sono certo di trovare il consenso delle eccezioni di cui sopra.
MAX WEBER. LA POLITICA COME PROFESSIONE

Prendiamo qualche esempio qua e là, tra quelli che mi sono apparsi eclatanti.
La Corte Costituzionale ha bocciato i ricorsi delle Regioni contro la legge che riduce Consiglieri, Assessori e prebende.
Non pensate che questa notizia sia di qualche interesse? Potrebbe essere esaminata da vari punti di vista. Filosofico, perfino: quale filosofia ha ispirato questa misura? La logica dei tagli può andare a detrimento della democrazia, sostengono alcuni. Per altri il problema è restituire la parola ai rappresentati, più che continuare a tenere alto il numero dei rappresentanti. Se ne può discutere, no?
Potrebbe essere una ghiotta occasione per porre qualche domanda ai politici “di peso”: al Presidente della Giunta, al Presidente del Consiglio, al capo dell’opposizione, ovvero al capo dell’opposizione interna all’opposizione. “Deciderà il Consiglio Regionale di adeguare lo Statuto (già osservato dal Governo) alla legge?” “Lei pensa che questo Consiglio non sia legittimato a modificare lo statuto?” “Lei si è convinto fino in fondo che la Sentenza della Corte Costituzionale non lasci spazio e che se non si adegua lo Statuto comunque si eleggono 20 consiglieri?”. Confrontando le risposte (o i silenzi) si farebbe un servizio ai cittadini che chiedono di essere informati.
Con un po’ di mestiere, gratta gratta, magari potrebbe anche venir fuori che si stanno ancora cercando alibi o si stanno immaginando nuove “furbate”.

Ovvero, si potrebbe aiutare chi non l’avesse letta, o chi trovasse il diritto poco digeribile, a capirne meglio il senso. Perché la sentenza respinge le censure di molte Regioni che avevano invocato, niente meno che, l’art. 117 della Costituzione. La Corte invece argomenta che la legge “fissa un limite al numero dei consiglieri e degli assessori, rapportato agli abitanti, lasciando alle Regioni l’esatta definizione della composizione dei Consigli e delle Giunte regionali … per garantire proprio il principio in base al quale tutti i cittadini hanno il diritto di essere egualmente rappresentati”. Un principio fissato dalla Costituzione (art. 51) a cui gli statuti regionali devono necessariamente attenersi (art. 123 della Costituzione) perché il valore del voto degli elettori non risulti eccessivamente diverso da Regione a Regione.

Tema poco interessante? O tema troppo ingombrante? Scelga il lettore.
Per quello che mi riguarda, una convinzione ce l’ho. Buona la seconda.
Poco generosa con i politici molisani ma, soprattutto, molto preoccupante per quello che riguarda l’informazione. Perché sarebbe arduo sostenere che il tema della riduzione dei costi della politica non sia interessante. Che non abbia alcun rilievo la novità per cui il ruolo di consigliere non sarà più un “pro forma” per giustificare un regalino graziosamente offerto in cambio dei voti portati a chi governerà.
Dovranno lavorare, gli eletti. Impegnarsi a studiare i dossier, le leggi nazionali e la Costituzione, l’economia, il diritto, le “scienze della comunicazione” … Governare in quattro e legiferare in dieci (ovvero fare un’opposizione in sette) non è propriamente una passeggiata.
E poi, non basterà avere un’attività con un buon giro di clienti e distribuire pacche sulle spalle a destra e a manca per conquistare la simpatia e la riconoscenza degli elettori. Continueranno ad essere in tanti quelli convinti che votando un politico di professione non otterrebbero risultati migliori di quelli che può garantire “un amicone”, ma su una ventina di posti scarsi è probabile che i voti degli amici (o dei clienti) non bastino più. Positivo o negativo?

C’è anche un altro aspetto della sentenza che dovrebbe interessare i molisani. Alcune Regioni avevano obiettato che “il termine può essere rispettato solo laddove le modifiche non richiedano una revisione statutaria, per la quale è previsto un iter di approvazione suscettibile di richiedere tempi più lunghi”.
Vi ricorda qualcosa? Se ne potrebbe parlare, ad esempio, con quei consiglieri che hanno provato a portare all’approvazione una legge per restare in carica anche oltre lo scioglimento motivandola con la necessità di avere tutto il tempo per adeguare lo statuto alle nuove norme. Si potrebbe chiedere loro se per caso non pensino di aver fatto una figuraccia nazionale, visto che la Corte ha un po’ maltrattato questo argomento. Sei mesi bastano e avanzano, e se non bastano la legge è comunque imperativa.
E pensare che dietro quei Consiglieri - che sulla leggina che doveva rendere la poltrona, come si dice, “ultrattiva” e lo stipendiuccio “ultroneo” ci hanno anche messo la faccia - si erano mossi nell’ombra, tentando anche “inciuci”, fior di esponenti di Giunta, che non volevano sembrare complici ma soffrivano all’idea di dover lasciare l’amato scranno e le prebende connesse!

Il tema invece è rimasto confinato a qualche dichiarazione (due o tre) riportata quasi senza commento. Molto meglio cercare di scoprire chi pensa, alla luce della novità, di tirare lo sgambetto a chi; o quali piani coltiva il tale o il talaltro, in genere personaggi di secondo piano visto che quelli di primo piano  preferiscono resistere alla tentazione della “dichiarazione ossessivo-compulsiva”.

Un altro esempio. Si deve salvare lo Zuccherificio dal fallimento. Quando “si portano le carte in Tribunale”, come si usa dire, molti segreti vengono svelati, le “magagne” vengono alla luce e ci si fa un giudizio sul modo di operare della politica, di quelli che dobbiamo decidere se meritino di essere votati o meno.
E’ stato presentato un Piano Industriale, redatto da un Amministratore Delegato di cui è stata magnificata una grande esperienza in tema di dismissioni (è stato a fianco di Bondi in Parmalat) mentre un tecnico indipendente (un professore dell’Università della Calabria) ha dovuto “asseverare” (cioè garantire sulla propria parola di esperto competente) la bontà del Piano e la credibilità della richiesta di Concordato Preventivo, che fior di avvocati dovranno sostenere davanti al Tribunale di Larino e poi al cospetto dei creditori a cui dovranno proporre di rinunciare a parte di quanto legittimamente atteso.

Avete letto qualcosa al riguardo? Qualche analisi del contenuto? Capisco che l’economia aziendale e il diritto fallimentare non sono materie alla portata di tutti, ma un buon giornalista dovrebbe “addentare” l’osso e non mollarlo, facendosi aiutare da chi ne sa di più, chiedendo pareri, mettendo a confronto opinioni anche diverse. Stavolta poi c’è un politico (Frattura) che dovrebbe aver facilitato il compito intervenendo diffusamente nel merito, mettendo in evidenza nei particolari lacune di analisi, ambiguità di scelte e, quel che dovrebbe interessare maggiormente, inadempienze (non aver assicurato una prospettiva a tutti i lavoratori). Centotre lavoratori rischiano il posto di lavoro. Si meritano che il caso venga affrontato a dovere, o no? Nossignori. Non se ne parla. E’ più divertente, meno faticoso e in definitiva molto meno rischioso andare a caccia del “colore locale”, della dichiarazione roboante che si tiene alla larga dal concreto dei problemi. E per il merito? Affidarsi al classico giudizio dell’oste sul suo vino.
Da ultimo. Nei giorni scorsi il Consiglio Regionale ha discusso di Finanziaria. E’ un Consiglio “ultroneo”, come già detto. E’ stato tenuto in piedi grazie ad una legge ad hoc del 2002 (che preveggenza, Tommaso Di Domenico!) per garantire l’espletamento di atti obbligati, come il “recepimento” delle osservazioni del Governo alla Legge Finanziaria (cioè, mettersi in regola). Proprio il caso di oggi, dopo dieci anni!
E’ pur vero che una Regione senza Finanziaria è peggio di un’anatra zoppa, ha le mani legate e i rubinetti regolati col contagocce. Il Governo aveva bocciato alcune norme sulla sanità, ci si doveva adeguare e, in più, c’era da “ottemperare” all’obbligo assunto di sottoporre il Piano industriale dello Zuccherificio al Consiglio.
Dello Zuccherificio si è detto. Silenzio tombale. Avete avuto qualche riscontro sulla sanità? Che cosa non andava per il Governo. Quali conseguenze comportano le modifiche? E, già che ci siamo, perché i Consiglieri non hanno approfondito la situazione della sanità, tanto per dar conto ai cittadini dello stato delle cose e per aggiornare il dibattito sul da farsi, visto che in cima all’agenda della futura Giunta nella pienezza dei poteri ci sarà proprio questo tema?
Non interessa.
Si dirà: sono temi che non fanno vendere copie. Ma poi se si va a vedere quante copie vendono le testate molisane viene da ridere. Se pubblicassero la Divina Commedia a puntate, o l’opera omnia di Nietzsche, venderebbero di più.
No, non è quello il motivo.
E’ la politica che l’informazione la vuole così, diranno altri. Focherello. Ma gli editori indipendenti, le testate libere, i corsari dell’on-line? Perché subiscono, perché seguono la corrente?
Sostiene qualcuno che sarebbe una notizia molto più saporita se il centro-destra e il centro-sinistra regalassero la sorpresa di non riproporre la sfida tra Iorio e Frattura. Perché non ricamarci sopra? Potrei essere d’accordo, se fosse una notizia: peccato che non lo sia. Per farla diventare una notizia si deve lavorare molto di fantasia. Che non è propriamente il mestiere di un professionista dell’informazione.
Certo, non si deve fare molta fatica per trovare qualche politico che abbia bisogno di avallare come notizia quello che non lo è, per i suoi fini (manco tanto reconditi, il più delle volte). Fa il suo mestiere, niente da obiettare. Lui, il politico. Ma un professionista dell’informazione non dovrebbe limitarsi a registrare un comunicato. Non dovrebbe intervistare senza fare domande, offrendo solo l’assist necessario alle risposte preordinate.
Oppure, fa più notizia l’eventualità di una presenza di altri contendenti? A me non pare. E’ proprio il cane che morde l’uomo, sanno tutti che ce ne saranno certamente, a partire da qualcuno del Movimento 5 stelle: si sente fare il nome di Antonio Federico, mi sembra più che plausibile (senza che si tratti di una novità), anche se in quel campo, per le modalità che adottano nella scelta, non è consigliabile arrischiarsi oltre il giusto. Qualche centrista? Qualche scontento da una parte o dall’altra? Non avrei il minimo dubbio che ci possano essere. E’ questa la notizia di maggiore interesse?
Forse, tra la caccia alla dichiarazione del presunto candidato (di qua, di là o né qua né là) e l’inchiesta approfondita, anche cattiva, sulle idee che hanno i due principali contendenti, sulle emergenze da affrontare e sul programma dei primi cento giorni, confesso che mi sembrerebbe un po’ più interessante la seconda.
Invece si preferisce intasare la cronaca politica con gli aspri duelli. Con le dichiarazioni di fuoco di chi riteneva fosse meglio per l’opposizione votare contro la Finanziaria contenente il ripristino dei vitalizi, su cui tutta l’opposizione ha votato contro, unita (questa, sì, una notizia!) piuttosto che uscire dall’aula per segnare l’illegittimità dell’emendamento sui vitalizi, introdotto furbescamente fuori sacco e contro la legge del 2002, senza invalidare l’insieme del provvedimento che modifica le altre norme. Un dilemma di squisita natura politica che scuote le coscienze dei cittadini che capiscono che su questo tema si gioca la prospettiva di una sinistra di governo per il prossimo quinquennio. Una risata dovrebbe sommergere queste dichiarazioni, e invece no …
Oppure, si rincorrono estenuanti botta e risposta sulle nomine. Tra chi ritiene più efficace un comportamento “come se” si fosse già votato e si fosse al governo e chi ritiene che sia saggio dissociarsi in sede politica da chi si adegua e pensa di trarre vantaggio dalle norme attuali (e dal quadro politico) ma poco saggio rompere con il voto l’unità della coalizione non potendo peraltro impedire che l’atto si compia. Discussione interessante in punta di teoria, sui rapporti tra politica e etica, ma quanto mai oziosa se spacciata per dilemma nuovo e mai affrontato o, peggio, se presa a pretesto per giochi di schieramento che pochi capiscono e ancor meno tollerano.

Sbaglio? Agli amici del mondo dell’informazione che non pensano che stia prendendo una cantonata vorrei chiedere di battere un colpo. Se poi le loro vendite, o i loro contatti unici, crolleranno, ci vedremo in qualche convento per un ritiro spirituale di meditazione. Altrimenti saranno un cuneo nel potere malato che sta decadendo lentamente in questa regione.


mercoledì 11 luglio 2012

Ma di che parliamo?


Breve storia del Molise dal 17/10/11 ai giorni nostri.
Tanti modi per non accorgersi di quello che è successo.
La “coazione a ripetere” del politicante miracolato.
E le (poche) eccezioni.
L’informazione “non ci coglie”. Ma è il momento giusto per emanciparsi.


Il 16 e 17 ottobre dell’anno scorso il Molise ha vissuto una piccola rivoluzione politica.
Piccola come è piccola la Regione. Ma importante perché si collocava nel solco delle novità della precedente primavera (amministrative e referendum) e anticipava quelle cui avremmo assistito dopo qualche mese.

Non è una notizia, direte. Non dopo tanto tempo.
Vero. La notizia è un’altra. Che in Molise, dopo tutto questo tempo, non se n’è ancora accorto quasi nessuno dei (cosiddetti) politici che vi operano.

Dobbiamo dunque cominciare col capirci sulla novità: di che si è trattato?
Un candidato di centro-sinistra “non allineato” vince le primarie su parole d’ordine (che dovrebbero essere) tipiche della sinistra, essendo però contestato da una parte della sinistra per la sua storia politica (“non limpidamente di sinistra” dice una personalità autorevole come la Bindi, che però non lo conosce neanche un po’). Sta qui la novità? Non direi, film visto fin troppo.
Contrariamente alle previsioni, arriva ad un passo dalla vittoria. Secondo gli scrutatori (anche del centro destra) fa perfino quel passo ma i verbali gli danno torto. Neanche questa è una novità: succede che i sondaggi non captino i mutamenti quando avvengono negli umori profondi.

Di Laura Frattura fa il pieno del voto disgiunto (da destra). Il primo segnale di novità mi sembra dunque questo: che vince (o si avvicina alla vittoria, se preferite) su un voto NON di appartenenza ma di “svincolo”.
Non è l’unico segnale di novità. Con lui raccolgono un successo imprevisto (ma non insperato) i “5 stelle”. Anche loro raccolgono tanto voto disgiunto, in particolare tra gli elettori di centro-sinistra scontenti del loro candidato, poco convinti di una sua vittoria o poco interessati a una sconfitta del governatore uscente. Anche in questo caso, dunque, voti che si liberano dal vincolo di appartenenza, da destra e da sinistra.

I due fenomeni presentano forti somiglianze. Il candidato di centro-sinistra convince una larga parte dell’elettorato di essere seriamente intenzionato a suonare un’altra musica, attento alla sostanza dei problemi, impegnato a tirar fuori la Regione dalle sabbie mobili di una crisi radicale, ben peggiore di quella che fa soffrire il Paese nel suo insieme. Promette così di riscattarla dal servaggio imposto da una politica basata sul ricatto clientelare.
I “5 stelle” aprono una breccia dimostrando anche loro di avere idee e proposte concrete in testa e convincendo gli elettori di essere disposti ad andare fino in fondo per attuarle, promettendo di muoversi a stretto contatto con coloro che, votando, li hanno delegati a rappresentarli in sede politica.
Ma i due indizi non vengono letti come una prova di quello che sta cambiando. Anzi. Le litanie delle prefiche che piangono la sventura della sconfitta annunciata si sommano ai canti dei salmodianti che salutano lo scampato pericolo. Tutti a guardare indietro e a nascondersi il futuro.

Invece è finita un’era.
Pende un ricorso elettorale, che in primo grado ha portato all’annullamento delle elezioni. Comunque vada il giudizio definitivo, l’era politica dello iorismo, versione locale ed appendice del berlusconismo, è morta e sepolta. Comincia un’altra era politica.
Poiché non concepisco la politica come un gioco d’azzardo non mi sento di sentenziare che sarà migliore. Sono però titanicamente certo che, se non si fosse voltata pagina, una stagione migliore non sarebbe stata nemmeno pensabile. Ora si può. Non solo pensarla.

Ma in pochi se ne sono accorti. Perché in Molise la Politica (quella “als Beruf” di cui parla Max Weber, che tradotto significa “come professione”) non è in auge. Politicanti, spesso miracolati, baciati dalla fortuna, quelli sì, tanti …

Berlusconi invece se n’è accorto. Non gli è bastato far finta di non ricordare di essere un deputato eletto in un collegio del Molise. Né ha funzionato il sommo sacrificio a cui si è sottoposto rinunciando a tornare, per vantare miracoli, “là dove tutto è cominciato” (secondo la felice espressione di Antonello Caporale), a San Giuliano di Puglia. Là dove è stato messo a punto, collaudato e lanciato in orbita il primo colossale meccanismo di spolpamento delle finanze pubbliche a beneficio di una ristretta cricca di affaristi di corte, lasciando amministrare le briciole (per comprare consenso) al valvassore locale. Sulla pelle dei bimbi e delle maestre sepolte dal terremoto e di quelli che avevano subito davvero la disgrazia di veder rovinare la propria casa.
C’era stata perfino la gara a non ricordare. Un miliardo e duecento milioni di euro buttati nel pozzo della macchina affaristica di Bertolaso & Co.? Dimenticati. Anzi, tutti pronti a rivendicare il restante, quello che manca per la ricostruzione, quella vera, a dieci anni di distanza. Berlusconi è apparso, in qualche momento, la controparte di Iorio, che ne era invece la controfigura.
Ma sarebbe stato ben pronto, Berlusconi, a mettersi in tasca la vittoria sonante di Iorio, che tutti prevedevano, ed a farne motivo per uno squillo di tromba e per una risposta sprezzante all’Europa: “non me ne vado, il popolo è con me” sperava di poter dire, sulle rovine del Molise. Invece, vittoria risicata o sconfitta, poco cambiava, il popolo lo stava abbandonando insieme con il suo mandatario. E Berlusconi ne ha avuto chiara cognizione.

Così come se ne è accorto il Viceré. Si può essere critici feroci di Michele Iorio, e non faccio mistero di esserlo, ma non si può certo disconoscere la sua stoffa politica. Non si resta al vertice per diciotto anni (meno manciate di mesi qua e là) senza essere professionisti della politica di notevole levatura. Ne ha data prova ulteriore con la rappresentazione finale messa in scena qualche giorno fa alla Piana dei Mulini.
A molti è apparsa alquanto patetica, ma ha usato il linguaggio e i modi della politica che oggi i cittadini domandano: “vi ascolterò … vi starò vicino… decideremo insieme”. Ha dimostrato quindi di averli compresi.
Sprezzo del ridicolo? Certo. Far finta di poter ricominciare da domani (“è un altro giorno, si vedrà” avrebbe detto Rossella O’Hara) su uno spartito tutto nuovo, è sembrato a molti un vero e proprio oltraggio. E lo è stato in effetti. Ma forse non si è ben capito a chi era rivolto. Se quattro comprimari (che si erano nutriti fino al giorno prima delle uova d’oro che il gallo del pollaio distribuiva generosamente) potevano permettersi il lusso di recitare la parte di “quelli che non c’erano”, Iorio ha dimostrato di poterli stracciare anche in quella parte. Con molta più impudenza di loro. Perché un primattore è un primattore anche quando la commedia non fa più un soldo al botteghino, mentre delle comparse, dal giorno dopo, non si ricorda più nessuno.
E per completare l’opera sono bastate poche ore. Si è chiamato tre baldi accompagnatori (i tre pretendenti regicidi, Vitagliano, Fusco Perrella e Scasserra) e se li è portati, senza manco bisogno di prenderli per le orecchie, a firmare un accordo con i sindacati nazionali che smentiva in un sol colpo le due aperture di credito concesse dall’opposizione sullo Zuccherificio. Un accordo che condannava al licenziamento (mobilità da esodati) un terzo dei dipendenti (primo dito nell’occhio) senza che si vedesse neppure l’ombra di un piano industriale (secondo dito nell’occhio) che potesse far presagire una qualche strategia per salvare lo Zuccherificio dal fallimento. Tanto per dire che nulla era cambiato, che lui era lui e gli altri non erano niente.
E’ la storiella dello scorpione: trascina con se la ranocchia del centro-destra ad affogare nei gorghi ma non viene meno alla sua natura e alla sua storia. E fra qualche settimana si presenterà a chiedere ancora qualche decina di milioni al Consiglio per lo Zuccherificio. E’ sempre lui, insomma, il Governatore Iorio. Non ha cambiato e non potrà mai cambiare politica. Ma dimostra di aver capito quello che sta succedendo.

Gli altri brontolano, filosofeggiano, tramano, viaggiano a Roma. Non hanno capito niente.

E a sinistra? Non credo di essere annebbiato da partigianeria se dico che il quadro è migliore. Anche se quelli che non hanno capito, pur poco numerosi, sono però abbastanza rumorosi.

Tra quelli che hanno capito per primi, qualunque osservatore obiettivo deve ammetterlo, c’è Roberto Ruta. Devo dargli atto di aver dimostrato stoffa politica e lungimiranza, benché raramente in precedenza mi sia capitato di condividere le sue mosse (se può interessare a qualcuno). Sin dal ’97-’98, quando si è prestato al ribaltone pro-Iorio, lusingato, appena trentenne, dall’offerta della Presidenza del Consiglio (ma le colpe maggiori ricadono sugli strateghi, che non erano altrettanto giovani).
Stavolta ha fiutato l’aria nuova che si cominciava a respirare, già nel 2010, nelle associazioni di rappresentanza, attorno alla Camera di Commercio. Si è proposto per un’attenzione ai contenuti (il Forum di Alternativa, mossa “furba” quanto si vuole ma anticipatrice). Poi ha dato vita a una lista parallela alle provinciali di CB e alle Regionali, tra anatemi e scomuniche, per vederla adesso assunta come linea nazionale dal PD. Infine, rientrato nei ranghi del partito in servizio effettivo, ha portato per mano il segretario, da sempre sua sponda convinta e affidabile, a operare un rinnovamento degli organigrammi su cui non avrebbe scommesso nessuno (al più una mano di “romanella” alle pareti, pensavano tutti). Modello Renzi, tutto proteso a “acchiappare” a destra? Nessuno si scandalizzi se dico che ha dimostrato di essere più avanti, meno rozzo e più equilibrato del più noto sindaco di Firenze, al di là dei giudizi che si possono dare sui suoi “acquisti” singolarmente presi.
Dato a Ruta quel che, credo, si meriti, va comunque detto che in prima linea in Consiglio Regionale, fortunatamente, c’è un solido manipolo di consiglieri che hanno costruito progressivamente una squadra intorno a Di Laura Frattura, che sta crescendo di giorno in giorno. Appartengono a PD, IdV e Federazione della Sinistra, a dimostrare quanto stucchevoli possano essere le diatribe sulle geometrie su cui si dovrebbero costruire le fortune del centro-sinistra prossimo venturo a livello nazionale. Anche qui, prima delle appartenenze conta il merito delle questioni, l’orientamento al risultato, per preparare adeguatamente una stagione di governo che, se mai dovesse cominciare, farà tremare le vene ai polsi.
Senza il PSI, o senza SEL, allora? Neanche per idea, i partiti sono attraversati da linee di faglia in movimento, è presto per tracciare confini definitivi, si deve lasciare tempo anche a chi oggi si ostina a non capire (o a far finta).

C’è dunque chi ha capito, soprattutto a sinistra. Ma chi conosce lo stato dell’informazione in Molise e la cappa di piombo che grava su chi ha intrapreso questa nobilissima professione, non sarà certo sorpreso nel constatare che al parlar d’altro dei politici di destra corrisponda il più totale disorientamento (non parlo di disinformazione perché voglio escludere il dolo) degli organi di informazione.
Di che si parla? Sembra continuamente di stare su “Scherzi a parte”.
Le elezioni sono state annullate (in primo grado) perché sono state accertate (sin da prima delle elezioni, ma questo fanno finta tutti di non averlo letto o di non averlo capito) gravi irregolarità. Dunque è molto probabile (quanto meno) che si torni a votare. Nel frattempo la Regione è paralizzata da una Giunta che dovrebbe fare (almeno) l’ordinaria amministrazione ma che, non essendo riuscita a fare degnamente neanche quella negli ultimi dieci anni, sta accumulando ulteriori disastri su disastri in tutti i campi.

Niente di tutto questo. “La vicenda dei ricorsi si tinge di giallo”. “13 luglio data fatidica”. Perché si decide la data della sentenza di merito, e di conseguenza la data delle nuove elezioni? Questo, sì, avrebbe qualche importanza ma viene trascurato. Data fatidica perché si decide sulla sospensiva. E sapete perché è importante? Perché, se viene concessa, la Giunta Iorio può di nuovo proporre leggi, e il Consiglio discuterle e approvarle: come se quello fosse il problema!!!

Un altro esempio eclatante. Gli assessori competenti, tutti insieme appassionatamente, accompagnano Iorio, ho già avuto modo di accennarlo, a firmare atti (la costituzione di una Newco, un accordo sindacale che licenzia un terzo dei dipendenti) che vengono presentati al pubblico come premessa per scongiurare il fallimento. In realtà, renderanno più improbabile l’autorizzazione al concordato preventivo da parte del giudice (ne ho parlato nel post precedente) e sono solo la premessa per costringere il Consiglio ad approvare la sottoscrizione di una nuova immissione di liquidità (per svariati milioni di euro) nelle casse dello Zuccherificio, per tacitare i creditori. Non troverete nulla di tutto questo sulla stampa. Piuttosto, ampie elucubrazioni sul posizionamento dei tre assessori rispetto a Iorio nel prossimo futuro; sulla sigla che sarà scelta da Iorio per presentarsi alle elezioni (se mai si dovesse votare, ma sulla stampa si susseguono scongiuri su scongiuri); sulle divisioni del centro-sinistra; sul conflitto di interessi di Frattura (perché in passato si è interessato di energie “green” e perfino di biomasse, uno scoop degno del Pulitzer!).
A questo riguardo, faccio fatica ad ammetterlo, il quadro non appare roseo nemmeno nell’informazione indipendente (o che tale si sforza di essere). Tranne pochissime eccezioni (individui, più che testate) si segue l’andazzo. Perché nell’informazione funziona così, la maggioranza orienta i gusti del pubblico e condiziona anche la minoranza? Vorrei proporre una ipotesi alternativa, e una parola di speranza. Il pubblico è sempre meno orientabile sulla lunghezza d’onda dettata dalla maggioranza. Mediaset è crollata in Borsa. Prima che cadesse Berlusconi, non confondiamo causa ed effetto! Quel crollo segnalava il distacco crescente dal “modello Biscione” e preannunciava la caduta degli dei.
Non si tratta di adottare un altro “modello guida”, un carro alternativo su cui saltare o un altro mentore cui offrirsi come agnelli al sacrificio. E’ più banalmente una questione di deontologia professionale, di ritorno alla passione per la notizia, per lo scavare nei fatti, per la descrizione di ciò che resta in ombra quando potrebbe fare luce, nel rigoroso rispetto della verità (documentale e testimoniale), nel controllo delle fonti. Quegli arnesi del mestiere che non sono soltanto regole formali ma sono la base del potere che l’informazione può – e deve – esercitare. Di controllo, di bilanciamento, di libertà, infine, di chi scrive e di chi legge! E’ la stampa ragazzi, siate fieri di questo mestiere e non offendetelo!
Sarebbe la premessa migliore per aprire la strada (FINALMENTE!!!) a una legge sull’informazione degna di questo nome anche in Molise. E’ tra le priorità dei primi 100 giorni di Frattura, se sarà di nuovo in lizza. Su questo, sì, vale la pena di incalzarlo senza fare il minimo sconto.

lunedì 18 giugno 2012

Zuccherificio. La "newco" è un imbroglio


Assistiamo a una perdita di senno collettiva dei politici di lungo corso che reggono il governo del Molise. Il meccanismo cui hanno dato vita li sta portando sull'orlo di un baratro. I casi si moltiplicano, ma lo Zuccherificio è emblematico. Il baratro del fallimento incombe, il tempo stringe. 
A quattro mesi dalla ricapitalizzazione decisa con procedura d'urgenza, chiamato un manager "esperto" a gestire la "exit strategy", ci troviamo tra le mani solo un piano insensato. A parte la richiesta, finalmente, di un concordato preventivo, auspicato dall'opposizione quattro mesi fa, non c'è lo straccio di un'idea, salvo quella, balzana e in odore di illegittimità, di una Newco, e quella di tagliare più di trenta teste di incolpevoli lavoratori. Eppure si potrebbe salvare ...



Trovarsi sull’orlo del baratro ed essere attratti dalla vertigine del vuoto
Non ho potuto fare a meno di pensare a questo “topos” classico esaminando le fasi conclusive – e convulsive – della ultra-decennale esperienza di governo della Regione Molise. Che cosa può portare alla perdita di senno collettiva un gruppo di politici di professione, di lungo corso, che hanno avuto sulle spalle la responsabilità di reggere le sorti di una Regione per tanti anni? (Sul modo in cui le hanno rette non ho bisogno di aggiungere commenti). Che cosa, se non un’attrazione fatale, ipnotica, verso il disastro? Appaiono vittime del meccanismo cui hanno dato vita e che ora li inghiotte in un abisso senza fondo.

I casi si moltiplicano ma intendo continuare a battere sul tasto dello Zuccherificio, quello per il quale il paragone del baratro è più calzante. Siamo agli sgoccioli, l’istanza di fallimento sarà discussa tra pochi giorni. Centinaia di lavoratori dello stabilimento, migliaia di coltivatori, trasportatori, commercianti sono coinvolti. E con loro i contribuenti molisani, cui sono state sottratte risorse, QUELLE DA LORO VERSATE NELLE CASSE DELLA REGIONE, frutto di sudati guadagni. Parliamo dunque di tanta gente, brava gente, destinata a subire i danni dei tanti errori commessi (se non dei delitti, se tali appariranno agli inquirenti). Persone che rischiano di assistere a un epilogo finale che di quegli errori potrebbe essere addirittura l’apoteosi, il festival.

Per gli antefatti, credo ben noti ai lettori, rinvio comunque a un mio post precedente. A inizio febbraio, dopo due anni di inerzia irresponsabile, dopo aver delegato la vicenda a un “capitano d’industria” (!) definito “Marchionne del Molise”, suona la sirena di allarme e si prospetta la soluzione-miracolo. Cacciare il socio infido e inadempiente e iniettare i fondi necessari ad evitare il fallimento diventando, come Regione, unici proprietari della struttura.
Un piano, una prospettiva, una “road map”? No, la parola d’ordine è “Io speriamo che me la cavo”.
Inutilmente l’opposizione (scontando, ovviamente, l’inevitabile babele di personaggi in cerca d’autore che fanno da zavorra ogni qualvolta debba avanzare un’ipotesi alternativa) tenta di far prevalere la ragione e il buon senso. Si devono preparare le dismissioni evitando la catastrofe e l’azzeramento del valore residuo dell’azienda? Come fare, se i suoi impianti sono gli unici sopravvissuti nel Mezzogiorno e i suoi conti sono strutturalmente in deficit?
Si può tentare una via di uscita, senza altre invenzioni (avventate e, si sospetta, alquanto truffaldine) ma prendendo esempio da chi ce l’ha fatta. Non è l’unica azienda rimasta, si può dunque sperare in una via di uscita sulle orme di chi ha continuato a produrre zucchero senza andare a gambe all’aria. Come?

Dare l’idea che la Regione possa essere il garante di ultima istanza, il soggetto che ripiana a piè di lista, è una follia, politica oltre che economica. Si deve piuttosto dare un segnale forte di volontà di risanamento offrendo una sponda a compratori “seriamente intenzionati” e “non perditempo”. Si può fare.
Ma la Giunta (rieletta, “sub judice”) decide di andare per la sua strada e ricapitalizza, provvedendo tuttavia a compiere una mossa sul piano gestionale che dovrebbe dare il segno della svolta. Viene chiamato un amministratore esperto di dismissioni e ristrutturazioni, dopo aver dato il benservito (con la condizionale) al socio.
Bene. Ora la Regione è socio totalitario ed ha nominato un amministratore esperto. Disastro scongiurato?
Mesi di attesa (più di quattro) e arriva finalmente la soluzione. In tre mosse.
1) Si “prospetta” l’idea di chiedere il concordato preventivo, per evitare il fallimento: in altre parole si prova a stipulare un accordo con i creditori perché accettino una decurtazione dei loro crediti. E’ quello che aveva chiesto dall’inizio l’opposizione, inascoltata: strada stretta ma percorribile se c’è un piano credibile di rilancio, potrebbe essere accettato come male minore rispetto a un fallimento “al buio” da cui si possono ricavare solo briciole.
2) Mentre si lavora a quella soluzione, non si “prospetta” ma si esige che “prima di subito” (entro il 31 maggio: ma siamo già a giugno inoltrato!) venga costituita una Newco, una nuova società che prende in carico la produzione mentre la vecchia, in odore di fallimento, sistema con il concordato preventivo le partite debitorie che restano pendenti.
3) Starà alla Newco elaborare un piano di rilancio. Intanto si anticipa però un particolare: i dipendenti dello Zuccherificio (attualmente poco più di 100) destinati al passaggio alla Newco saranno meno di 70. Tanto per dare l’idea che si fa sul serio.


Lo zuccherificio Saza di Avezzano, dismesso

Interviste di politici e amministratori a corredo: “soluzione dolorosa, ma il futuro è radioso.”
Fermiamoci un momento. Prima del baratro, per capire.

Cerchiamo innanzi tutto di chiarirci a proposito di una Newco. Viene inventata ai tempi d’oro della finanza d’assalto come società “veicolo” per un’operazione di acquisizione di una società-bersaglio che abbia un valore reale (azioni quotate, ovvero patrimonio al valore di mercato) molto superiore al valore del patrimonio scritto nei libri contabili. Non starò a spiegare i dettagli, ma mi limito a osservare che non è certo questo il caso che ci interessa (per chi volesse approfondire una spiegazione “accessibile” si trova sulla Stampa on-line). Nel nostro caso il valore reale è incomparabilmente INFERIORE.
C’è però un secondo genere di Newco, che nasce dall’adattare l’idea (in particolare nel nostro paese, ricco di inventiva) alla situazione opposta. Non il caso di chi cerca di comprare una società florida ma quello di chi cerca di vendere una società disastrata. Il cui valore reale sia cioè inferiore (molto) a quello che risulta dalle scritture contabili e che sia quindi in situazione pre-fallimentare. Parmalat e Alitalia i due casi emblematici.
In questa versione, la Newco è la società che i potenziali compratori sono invitati a costituire ex novo, priva di debiti, per rilevare la nuda e cruda attività della società in dissesto (inizialmente in affitto) ripartendo da zero e con un piano che garantisca l’equilibrio di bilancio per il futuro. Mentre i compratori iniziano il loro cammino senza portare alcun fardello, i venditori sistemano le pendenze della vecchia società, la “Bad Company”, in genere lasciandola fallire, altre volte cedendola a costo zero, se riesce a liberarsi dai debiti, alla Newco.
Emerge qui, dunque, la prima “anomalia” del piano partorito. Il presupposto di una Newco è che sia stato individuato il compratore. Qui si propone invece (“tomo tomo, cacchio cacchio”, direbbe Totò) che la Newco sia costituita … dai venditori!!! Si badi, nella letteratura sull’argomento si mette bene in evidenza come la sola presenza dei vecchi soci nella Newco (anche in posizione minoritaria) getti un’ombra sulla legittimità dell’operazione, che acquista immediatamente un carattere elusivo.
Come può aver concepito questo piano il manager del rilancio? Un amministratore esperto, abbiamo detto, niente da spartire con il Marchionne del Molise. Viene, è pur vero, dai cosmetici, che forse “ci azzeccano” poco con zucchero e barbabietole, ma ha comunque una esperienza di non poco conto essendo passato per la madre di tutti i crac, la Parmalat. Arriva a Termoli e si accorge che “un’azienda così mal ridotta” non ha paragoni conosciuti. Mi verrebbe da avanzare, come ipotesi, che abbia perso di vista un particolare non secondario. L’azienda agro-alimentare di cui deve occuparsi è un’azienda di totale proprietà pubblica.
Il dott. Alfieri era ancora troppo giovane quando è stata dismessa l’industria di stato dei panettoni e dei gelati, non ha forse dimestichezza con la storia degli anni in cui anche quel comparto figurava nel perimetro pubblico, eredità del fascismo, quando ormai le uniche eccezioni rimaste nel nostro paese si trovano nella repubblica socialista del Molise. Perché c’è una differenza abissale (se mi si perdona il ricorso ancora a questo termine) con il caso Parmalat. In quella vicenda il cuore del problema era rappresentato da piccoli risparmiatori (in possesso di azioni e obbligazioni) che erano stati spinti da banchieri senza scrupoli a investire in un’azienda che aveva taroccato i conti per nascondere un profondo rosso. Prima ancora dei creditori-fornitori, c’erano perciò da affrontare i piccoli proprietari e finanziatori. Da quel problema specifico e particolare era nata la soluzione Newco, in gran parte negoziata con alcuni dei creditori (i grandi finanziatori).
Lo Zuccherificio invece non ha azionisti diffusi ma un unico proprietario, che non è un capitano di industria ma un soggetto pubblico, la Regione Molise. E l’istanza di fallimento, rispetto alla quale si può prospettare un concordato preventivo come soluzione alternativa, è stata avanzata proprio dai fornitori-creditori. Che hanno dalla loro un argomento micidiale. La Regione non può fallire, la Regione non può fare altro che onorare i suoi debiti fino all’ultimo centesimo.
Dunque. Il concordato preventivo è un tentativo da fare, l’unico che può allontanare il fallimento, ma si regge solo sulla credibilità di un piano di dismissioni che salvaguardi la continuità aziendale e conservi i valori. La Newco costituita dallo stesso socio unico (ma come hanno potuto pensarlo???) è solo un artificio, e un raggiro, che nessun giudice potrebbe avallare in sede di autorizzazione al concordato preventivo e che nessun tecnico indipendente potrebbe certificare come soluzione economicamente e giuridicamente valida.

Quanto poi all’ultima anomalia, i “dolorosi” tagli, si è fortunatamente squagliata come neve al primo sole di primavera. Per seppellire definitivamente l’idea di decidere a priori quante teste tagliare, prima ancora di aver disegnato un futuro per l’azienda, è bastata una riunione al tavolo sindacale nazionale, con persone che vivevano nel mondo reale e non erano in stato di ipnosi: non se ne parla nemmeno. Se mai si dovesse procedere alla famosa Newco, nessuno degli attuali dipendenti rimarrebbe nella originaria Bad Company a fare da agnello sacrificale. Punto, e non se ne parla più.
Tirando le somme, ci sono voluti più di quattro mesi solo per raggiungere la conclusione n. 1, quella più scontata e auspicata dall’opposizione: tentare la strada del concordato preventivo. Senza però lo straccio di un’idea sul percorso che dovrebbe legittimarlo. Tutto il resto è fumo, o artificio contrario alle leggi, con tanto di dito nell’occhio degli incolpevoli lavoratori.

 
Lo zuccherificio di Giulianova, dismesso

E sì che nel frattempo è arrivato perfino un “aiutino” insperato dal governo Monti, sotto forma dell’annuncio di una modifica alla legge fallimentare proprio in materia di concordato preventivo. Il piano industriale potrà arrivare DOPO la presentazione della richiesta al giudice (fin qui doveva essere presentato insieme alla domanda). Dunque c’è qualche giorno in più per predisporlo. Con un contrappeso, tuttavia. I tecnici che dovranno asseverarlo non potranno avere alcun rapporto, né diretto né indiretto, con le parti in causa, a pena di nullità della procedura con tanto di responsabilità PENALE per chi incorresse in un qualche conflitto di interessi.
Saprà la Regione Molise trovare qualche tecnico davvero indipendente, tanto da non aver avuto alcun genere di rapporto con una istituzione, piccola, ma così attiva nel costruire reti di clientele? In quale area del globo? E saprà trovarlo abbastanza in fretta e capace di acquisire in poco tempo tutti gli elementi necessari a un giudizio equanime e competente, sotto la minaccia di una responsabilità penale?

Inutile girarci intorno. A due anni di cecità compiacente (verso il Marchionne isernino) sono seguiti quattro mesi di inerzia e stato confusionale.
Eppure, come ho cercato di dimostrare nell’ultimo post sul tema, le strade da seguire non sono molte. Diciamo pure che ci sono alcune mosse obbligate. Perché nessuna di queste è stata ancora compiuta?
Per inciso, sarei più che disposto ad illudermi che quegli atti siano stati compiuti, senza metterne al corrente il consesso regionale. Avrebbero recato offesa alla democrazia e alla trasparenza, ma almeno avremmo assistito a un qualche atto di governo e di buona amministrazione degno di questo nome. Se ne chiederebbe conto in sede politica, ma concedendo qualche indulgenza.
Invece no. Non si tratta né di astuzia volpina né di spregiudicatezza democristiana. Non si è proprio fatto nulla.
Parliamo, per cominciare, dei possibili compratori. Due soli soggetti in Italia producono zucchero, Eridania (Maccaferri) e Co.Pro.B. (i produttori di barbabietole consorziati). Chi li ha incontrati e con quali risultati?
Qualcuno ha pensato di riprodurre il modello Co.Pro.B. con i produttori locali di barbabietole? Si sono presi contatti con le associazioni (in particolare, oltre a quella molisana, con quella pugliese) e con la Regione Puglia che dei loro interessi dovrebbe farsi carico?
Ovvero, visto che ci si rifà al caso Parmalat, è stata sondata la disponibilità dei creditori a trasformare i crediti in titoli di proprietà?
E si è guardato fuori dal settore, nell’agro-alimentare locale, ad esempio? O nelle grandi catene di distribuzione, che possono avere interesse a tenere in vita una produzione da “marchiare”? O si sono sondate le possibilità che sia il management ad acquistare, o una cooperativa di dipendenti?
Ma per venire all’equilibrio dei conti, si è affrontato il tema del costo della materia prima? O si sono fatti solo i conti dei salari e degli stipendi (che incidono per qualche milione in tutto su un debito che si avvicina ai cento milioni). Come si pensa di intervenire sul prezzo riconosciuto ai produttori per la materia prima, superiore del 50% a quello riconosciuto dai concorrenti (italiani, intendo, lasciando perdere Brasile, o Europa est, o Sudan)? E si è pensato di attivare quella componente, non marginale, di risparmio che può venire dal riutilizzo delle rimanenze delle bietole (surpressate) per la produzione di energia da biomasse?

Ahimé, la risposta credo sia negativa su tutta la linea.
In definitiva, per concludere, potrei ragionare da uomo di parte – quale non rinnego di essere – e augurarmi quel passo nel baratro, fatale. Che facciano anche quest’ultimo scempio, il popolo molisano aggiungerà questo capo d’accusa alla lunga lista che ormai è stata compilata e punirà i responsabili come meritano, costringendoli ad abbandonare una volta per tutte i loro incarichi, così indegnamente ricoperti.
Ma il Molise non merita questa sorte. Perciò preferisco sperare che sappiano invece fermarsi. Che compiano il necessario passo indietro.
Dovrebbero anche passare la mano, ma non è nel loro DNA. Sappiano almeno, per una volta, ascoltare la voce della ragione, del buon senso, e anteporre gli interessi dei cittadini che li hanno eletti ai loro propri. E’ sperare troppo?

Sullo stesso argomento in questo blog:
- C'è un futuro per lo Zuccherificio. Quale?
- Zuccherificio. Una storia da raccontare. Da non dimenticare



mercoledì 30 maggio 2012

C'è un futuro per lo Zuccherificio. Quale?




Le elezioni sono di nuovo alle porte. La campagna elettorale non sarà la stessa dello scorso anno. Servirà a presentare i provvedimenti in cantiere per risolvere i grandi problemi, le emergenze di una regione che deve ripartire.
Torniamo sul tema dello Zuccherificio. Per un aggiornamento ma anche per esaminare più da vicino, oltre agli errori e alle difficoltà, le possibili vie di uscita, la strada da seguire.

Torno a parlare di elezioni in Molise.
Il tempo stringe.
Perché è probabile che si voti in autunno.
Perché in questa situazione la Giunta, che aveva già brillato per inerzia, insensibile alla gravità dei problemi, abbasserà del tutto la saracinesca. Almeno, non potrà lasciare il classico avviso “Torno subito”. Non torneranno.


La campagna elettorale sarà molto diversa da quella del 2011.
Gli eletti non dovranno accreditarsi, sono stati visti all’opera e misurati. Starà ai nuovi farsi conoscere e agli sconfitti aggiustare il tiro per la rivincita.
Il centro-sinistra non dovrà farsi apprezzare per il programma. Non può essere cambiato (almeno nelle linee fondamentali e nelle priorità) in pochi mesi.
Piuttosto, a partire dal candidato presidente Di Laura Frattura, dovrà dimostrare di essere andato oltre il programma e di avere utilizzato questi mesi per affrontare i problemi ed esaminare i dossier, partendo dai più urgenti e spinosi, per tracciare le linee dei provvedimenti da varare nell’immediato dopo-elezioni. Insomma, meno affermazioni di principio, molta concretezza. Questo chiedono i cittadini molisani.

Con “spirito di servizio”, come si dice in questi casi, per portare anch’io il mio sassolino, riprendo un tema, di quelli scottanti e urgenti, cui ho dedicato un pezzo alcune settimane fa. Il “disastro” dello Zuccherificio del Molise.

Senza spacciarmi per esperto di economia aziendale, senza avere specifiche conoscenze sul settore bieticolo-saccarifero, in base a quel tanto di nozioni di economia applicata che ho appreso negli anni, a qualche esperienza di “tavoli” di salvataggio industriale e, soprattutto, pretendendo di saper fare di conto, vorrei fornire al lettore interessato qualche aggiornamento sul tema già affrontato (http://molise11.blogspot.it/2012/02/zuccherificio-una-storia-da-raccontare.html) con un approfondimento relativo al da farsi. Anche stavolta chiederò che si armi di santa pazienza (una calcolatrice non guasterà).

Per cominciare, credo si debba biasimare, senza mezzi termini, la supponenza e l’insensibilità dei governanti (fin qui) della Regione in una materia di questa delicatezza e di questa drammaticità.
Incombono istanze di fallimento, i conti sono in profondo rosso, a spese dei contribuenti molisani, le prospettive produttive quanto mai incerte, i pagamenti bloccati. Ma Michele Iorio ritiene di poter dichiarare (il 2/3/2012) che “il gruppo di lavoro sulla continuità aziendale (costituito a seguito della mozione PD nel Consiglio che si era tenuto un mese prima sull’argomento) raggiungerà nella prossima settimana conclusioni … che consentiranno la rapida attuazione delle decisioni attinenti la ricapitalizzazione e il rilancio produttivo dello Zuccherificio”. Effettivamente per la ricapitalizzazione è bastata una riunione di Giunta, avvenuta due settimane dopo per attuare quanto deliberato dal Consiglio. Ma il rilancio produttivo?
Appena qualche giorno dopo (6/3/2012), risponde così a un’interrogazione di Francesco Totaro: “non c'è, da parte nostra, nessun ritardo colpevole, anzi c'è l'attenzione necessaria per salvaguardare questa struttura. Esprimo personale ottimismo sulla soluzione finale della questione“ Tralascio di commentare l'autodifesa sul “ritardo colpevole” alla luce di quello che la Giunta Iorio doveva fare e non ha fatto (e di quello che non doveva fare e ha fatto) negli ultimi cinque anni. Quanto all’’ottimismo. non credo fosse motivato da altro che dall’esito dell’incontro di due settimane prima tra gli assessori molisani competenti () e il Ministro Catania, che aveva garantito lo sblocco dei fondi CIPE (annualità 2009) per il bieticolo-saccarifero, lungamente e vanamente sollecitati in precedenza al Ministro Galan, per 35 milioni (cui se ne devono aggiungere 30 per il 2010). Mentre, in contemporanea, dall’AGEA arrivava la “positiva notizia” del “pronto utilizzo” dei 19 milioni dovuti.




Ora, potrei dire che la disponibilità di fondi non è di per sé una buona notizia se i destinatari non sanno utilizzarli che per tappare le falle da loro stessi create e per dilapidarne altri, in nome della logica che li ha sempre guidati, la ricerca del consenso immediato, senza futuro, fine a se stesso. Ma per non inasprire i toni polemici mi limito a riportare un comunicato emesso, tre mesi dopo l’incontro (23/5/2012), dai sindacati nazionali dell’agro-alimentare che congiuntamente, prendendo a cuore le sorti di Termoli, lamentano il fatto che “tutti gli operatori bieticolo – saccariferi attendono ancora l’erogazione degli aiuti riferiti alle campagne 2009 e 2010 in attuazione degli impegni a suo tempo assunti e più volte confermati dal Governo”. Ottimismo?
E, guardando alla parte opposta dello schieramento politico, davvero Paolo Di Laura Frattura è un visionario, o un “gufo della sinistra”, come si auto-definisce ironicamente, quando parla (8/4/2012) di una “ennesima pagina buia” e di “triste cronaca di una morte annunciata per crisi" a proposito delle notizie di stampa sul fatto che “la produzione potrebbe saltare per la mancanza di materia prima”?

Veniamo allora ai fatti e alle cifre che possono dare al lettore un’idea più precisa della consistenza dei problemi. Potremo così ragionare sulle strade che si dovranno percorrere, se alla guida finalmente ci sarà un governo animato dalla volontà di operare per il bene dei cittadini, a partire dai più deboli.
Partiamo proprio dalle notizie di stampa a cui si riferisce Frattura. La fonte non è l’ultimo arrivato. E’ Alberto Alfieri, il nuovo manager chiamato in soccorso dalla Giunta per tentare di porre rimedio al disastro, che dichiara di non aver mai visto “un'azienda in condizioni così disastrate … uno stabilimento trasandato, con macchinari vecchi, in una situazione niente affatto compatibile con gli ingenti investimenti - circa 60 milioni di euro, tra versamenti di capitale e finanziamenti - effettuati negli ultimi due anni dalla Regione".

E’ difficile immaginare che sia prevenuto, o ostile verso chi gli ha conferito tanto incarico. Ma per maggiore tranquillità, in ossequio a un rigoroso principio di obiettività, farò parlare l’Assessore Scasserra citando le cifre che fornisce in occasione della discussione della mozione Totaro a cui abbiamo già fatto riferimento. Ecco quanto dichiara, stando alla trascrizione ufficiale, riportata testualmente: “Oggi c'è l'emergenza dettata dalla necessità di addivenire ad un numero consistente di ettari a semina primaverile, perlomeno speriamo altri 4 mila. Se dovessimo raggiungere i 4 mila più i 5 mila che sono stati già seminati, ciò consentirebbe di fare una campagna dignitosa, ma non ottimale.“

La prosa trascritta non rende giustizia all’eloquio di Scasserra ma le cifre sono chiare. Facciamo dunque qualche conto prendendo per buona l’ipotesi “speriamo che me la cavo” di 9mila ettari messi a coltura.
A questa ipotesi dovrebbe corrispondere, stando al resoconto di stampa del consiglio di amministrazione e dell'assemblea dei soci che si sono tenute l’11/5/2012, una quota produttiva, posta come obiettivo da raggiungere nel 2012, di trentamila tonnellate, per assicurare un conto in pareggio. Questi sono infatti i conti esposti in quella occasione dall'assessore Vitagliano, solitario componente dell’assemblea dei soci, ridotta a “organo monocratico della Regione”, che ha voluto anche far sapere di aver “conferito mandato pieno ad Alfieri sia per avviare la campagna bieticola 2012, sia per cominciare il percorso di ristrutturazione dell'azienda, di cui a breve dovrà portare a conoscenza tutti sul nuovo piano industriale.”
Perdoniamo anche in questo caso la trascrizione e passiamo a fare qualche conto. Nella campagna 2010 (l’ultima che possiamo definire “normale) gli ettari coltivati erano stati 13.500 (l’obiettivo 2012 si ferma dunque esattamente a due terzi) e la resa era stata di 128,3 kg. di zucchero per ettaro. Mettendo insieme le dichiarazioni dei due assessori scopriamo dunque che, se la resa attesa è la stessa del 2010, ci si aspetta che la campagna non superi i 5.300 ettari, con buona pace della speranza espressa da Scasserra che se ne aggiungessero 4.000. Perché se invece fossero coltivati 9.000 ettari avremmo un calo della resa impressionante: ancora peggio!

Eppure Gianfranco Vitagliano nello scomodo ruolo solitario di “dominus” dello Zuccherificio ci dice che i conti saranno in pareggio.
I conti non sono stati in pareggio con ben più del doppio di ettari coltivati: si sono anzi accumulate perdite assai significative. Oggi poi lo stabilimento è perfino più “trasandato” di allora. Se non altro per il susseguirsi di furti (cavi, recinzioni, per cifre a sei zeri). Non può pretendere di essere creduto.

Ma non finisce qui. Andiamo avanti con i conti perché dobbiamo prendere in considerazione anche il prezzo. Era stato stabilito, nell’agosto del 2010, per il triennio 2011-2013, con grande soddisfazione dei bieticoltori, in 45,5 €/t. La tabella per la stagione in corso - che, si badi bene, era stata contrattata nell'agosto del 2011 partendo dall’ipotesi di una superficie effettiva coltivata di 14.000 ettari, per una produzione di 100.000 tonnellate di saccarosio, che non ci si sogna più di raggiungere – arrivava e prevedere un costo a carico della società, quindi al netto dei contributi europei (art. 68 reg. CE) destinati ai produttori (per € 7,5/t) di 47,5 €/t riservato ai produttori delle province di Campobasso, di Foggia e della valle dell’Ofanto (un po’ meno per quelli più distanti, considerando il costo aggiuntivo del trasporto). Il ricavo per il produttore, con l’aiuto previsto dal Regolamento comunitario, sale a 55 €/t.


Ora, al lettore potrebbe interessare qualche confronto. Sapere, ad esempio, che lo Zuccherificio Eridania di S. Quirico (PR) e quello Co.Pro.B. di Pontelongo (PD), che rappresentano oltre i 4/5 della lavorazione di barbabietole da zucchero in Italia, sopportano un onere (in base al prezzo concordato in sede di accordo interprofessionale) di 29,29 €/t.
Eppure si parte per tutti dal prezzo base fissato a livello europeo di 26,29 €/t.

Da dove proviene una simile differenza di prezzo? Possono stare in piedi i conti di uno stabilimento che paga la materia il 50% (abbondante) in più dei concorrenti? Dove intervenire, dove correggere?

Il lettore di buon senso, quello che non si nutre di anti-politica e mantiene una salda fiducia nelle istituzioni e nei rappresentanti eletti, sarà convinto che queste domande se le stiano ponendo i componenti del tavolo tecnico, che stanno “stressando” (che belli gli anglicismi che sostituiscono il latinorum per gettare fumo negli occhi!!) il piano industriale (quale versione? di quale annata?). Penserà che siano l'assillo costante delle notti degli assessori competenti (). Avrei voluto esserne convinto anch’io ma non ho trovato il minimo indizio che ciò stia accadendo.
Mi sono dunque dovuto rassegnare a fare da solo e provo a mettervi a parte delle risposte.

1) La differenza di prezzo. Deriva dal fatto che le associazioni dei produttori di barbabietole delle regioni del nord “hanno individuato la via della trasformazione delle polpe surpressate di spettanza dei coltivatori in biogas per la produzione di energia elettrica, programmando la realizzazione di una serie di impianti nei comprensori vicini agli zuccherifici, riversando gli utili ricavati sul prezzo delle bietole”. Ce lo spiegano M. Guidi, Presidente di Confagricoltura e di A. N. B. e A. Mincone, Presidente di C. N. B. (le due associazioni nazionali dei bieticoltori).
Di quanto parliamo? Parliamo di 5,9 €/t. Al contrario in Molise è la Regione (nella veste di Zuccherificio spa) che si accolla 2,5 €/t per valorizzazione energetica delle polpe (che non valorizza) e 1,6 €/t per rinuncia dei produttori alle polpe stesse (che nessuno, dunque, valorizza ma la Regione “ricompensa”). Aggiungiamo poi che gli Zuccherifici del Nord-Est si accollano 3 euro di integrazione sul prezzo europeo (che infatti sale da 26,29 a 29,29) mentre in Molise l’extra a carico della regione raggiunge la ragguardevole cifra di 17,11 €/t (di cui 9,01 come integrazione, mentre altri 8,1 appaiono a titolo di “incentivo” ai produttori).
2) Possono stare in piedi i conti? Sarebbe un miracolo se la produttività nella fase di lavorazione riuscisse a compensare un simile handicap. Ma è tutto il contrario. Le bietole lavorate giornalmente in fabbrica sono un po’ meno della metà rispetto ai concorrenti (dato 2011): anche se i giorni di lavorazione industriale sono invece tra il 15% e il 50% in più, la produzione vendibile per ettaro resta nettamente al di sotto in termini di valore: 2.130 € contro i 2.460 € di San Quirico e i 2.660 € di Pontelongo. Per ogni ettaro coltivato, a parità di resa in barbabietole, si paga dunque di più e si ricava di meno. Non può stare in piedi.
3) Prima di ragionare sugli interventi da fare bisogna dare una risposta chiara alla domanda preliminare: c’è una alternativa alla resa incondizionata? La risposta è affermativa, e l’esempio del nord lo dimostra. Ma la strada è radicalmente diversa da quella seguita fin qui. E non è un caso che gli stabilimenti concorrenti siano in mano, l’uno all’unico produttore privato, con una dimensione internazionale, rimasto in circolazione (Maccaferri, Eridania), gli altri due ai produttori consorziati e perciò direttamente motivati al successo economico non solo nella fase industriale ma fin da quella agricola.
E’ da lì dunque che deve partire l’intervento. Produrre barbabietole in Italia può ancora essere conveniente e remunerativo. “Bietola. Finalmente un’annata ok” titola G. Gnudi su “Terra e Vita” n. 41/2011. Ottime rese, ottima qualità, remunerazioni del tutto soddisfacenti per i produttori. Piange solo l’azionista unico dello Zuccherificio del Molise (e più ancora i suoi fornitori e salariati).
Occorre dunque, per prima cosa, coinvolgere i produttori (molisani e pugliesi innanzi tutto). Stabilire una collaborazione stretta, in un clima possibilmente di sintonia anche politica su ideali e obiettivi condivisi, con la Regione Puglia e con le realtà associative dei produttori delle due regioni. La qualità della barbabietola “appulo-molisana”, quanto a “polarizzazione”, è migliore di quella delle regioni padane. La resa per ettaro può e deve migliorare.
In secondo luogo, la valorizzazione energetica delle polpe “surpressate” non può restare lettera morta. Se non se ne fanno carico i produttori, come avviene nel nord-est (scontando il prezzo relativo) dovrà attrezzarsi il lato industriale (a questa previsione economico-finanziaria deve dare risposta il sospirato piano industriale) in proprio o attraverso un terzo soggetto. Il risultato non deve essere però al di sotto di quello che è stato ottenuto al nord.
Infine gli investimenti sullo stabilimento. Nel nostro Paese c’è un livello di competenza ingegneristica nel campo dei macchinari industriali che non ha eguali al mondo. Abbiamo superato la Germania sui mercati più ricchi e su quelli più in crescita. Avanti tutta, quindi, per le soluzioni più avanzate.
Muovendo questi tre tasti lo stabilimento di trasformazione può di nuovo essere vendibile. Per continuare a produrre, non per consentire all’ennesimo “furbetto” di lucrare perpetrando ancora un furto con destrezza ai danni del contribuente.
C'è una priorità banche e fornitori? Ovvio, ma solo nel senso che si deve scongiurare il fallimento e la chiusura dei rubinetti nell'immediato. Si può fare se ci si presenta con un'idea credibile, un progetto convincente costruito su scadenze precise da rispettare ad ogni passo. A queste condizioni il problema può scalare nell'ordine delle priorità e diventare il passo n. 4, a suggello dei tre già indicati. E andare a coincidere con la messa sul mercato a condizioni accettabili.

L’alternativa insomma è possibile. Guida prudente, con mano sicura, su una rotta ben tracciata. Appena i tempi saranno maturi. Prima possibile.