mercoledì 27 marzo 2013

Molise 2013. OBIETTIVO CENTRATO. Considerazioni finali


A un mese di distanza dal voto possiamo considerare archiviate le elezioni, nazionali e regionali.
Il tempo trascorso ha dato modo di consolidare un bilancio, anche se è tutt'altro che chiaro il futuro che ci attende.
Questo blog è nato con un tema, le elezioni regionali in Molise, ed uno scopo, contribuire all'affermazione del centro-sinistra. Aveva perciò una scadenza.
Quella iniziale, l'autunno 2011, si è protratta fino alla primavera del 2013 per le irregolarità che hanno portato a ripetere la prova. Inoltre il tema si è ampliato, per la concomitanza con le elezioni nazionali, inevitabilmente destinate a condizionare fortemente le dinamiche locali.
Ma ora il traguardo è raggiunto: OBIETTIVO CENTRATO! In Molise ha vinto il centro sinistra. Per poco, o pochissimo, che abbia contribuito, il blog esaurisce con questo la sua funzione.
Non posso tuttavia distaccarmi dai miei amici lettori senza proporre un'ultima riflessione a consuntivo sulle elezioni, cercando di cogliere punti di contatto e differenze tra quanto è accaduto a livello nazionale e in Molise.

Il punto di contatto più forte credo sia rappresentato dal crollo di consensi del centro-destra, che aveva esercitato un'egemonia nel corso degli ultimi dodici anni in entrambi i contesti.
Le dimensioni quantitative, nel raffronto con le ultime elezioni, presentano una notevole analogia: nel voto alla Camera la coalizione di Silvio Berlusconi scende dal 46,81 (2008) al 29,18, alla Regione Molise la coalizione di Michele Iorio scende dal 46,96 (2011) al 25,8. Può essere considerato un aspetto banale, in quanto mero riflesso su scala locale di un fenomeno di portata nazionale, ma sappiamo che si sono verificate differenze significative tra le aree del Paese e che in particolare nel Mezzogiorno la coalizione di centro-destra ha mostrato una tenuta maggiore, al di sopra delle previsioni della vigilia.

Per converso, la differenza principale consiste nel fatto che a livello nazionale il crollo dei consensi del centro-destra non ha premiato il centro-sinistra, rimasto non soltanto al di sotto delle aspettative ma anche molto lontano, di otto punti, rispetto alle precedenti elezioni, mentre in Molise ha invece aperto la strada a una vittoria netta della coalizione di centro-sinistra che ha mantenuto il consenso guadagnato nel 2011.

Per analizzare meglio questa differenza, possiamo partire dalle ragioni della mancata conquista dei consensi in fuga dal centro-destra da parte del centro-sinistra a livello nazionale.
I commenti hanno messo a fuoco essenzialmente due fattori: da un lato, la mancata indicazione di concrete proposte, in positivo, che dessero agli elettori il senso degli obiettivi che la coalizione si sarebbe posta una volta al governo, per migliorare la condizione dei cittadini chiamati al voto; dall'altro, non aver convinto gli elettori che la promessa di un cambiamento di rotta, posta al centro della campagna elettorale della coalizione, sarebbe stata accompagnata anche da un rinnovamento delle persone che di quel cambiamento sarebbero state protagoniste.
E' stato osservato, acutamente a mio avviso, che gli otto punti lanciati da Bersani per la costruzione del governo e l'indicazione di due figure largamente apprezzate, oltre che di prima nomina, per presiedere Camera e Senato, sarebbero state due mosse chiave per la campagna elettorale … se non fossero giunte, purtroppo, dopo il voto.

Nelle elezioni regionali in Molise il voto degli scontenti del centro-destra è stato viceversa intercettato stringendo accordi con gli esponenti politici che di quello scontento di erano fatti interpreti in modo aperto e, in particolare, con due formazioni che nella scorsa legislatura erano collocate organicamente nella coalizione di centro-destra. Il risultato ha premiato l'operazione, nel senso che l'afflusso di voti provenienti dal centro-destra ha compensato il deflusso che, in misura analoga a quanto avvenuto su scala nazionale, si è diretto verso il Movimento 5 Stelle (nel caso molisano, in parte dirottato verso una formazione locale con forti analogie, di collocazione e ispirazione politica, con il M5S).

Si tratta, con tutta evidenza, di una differenza rilevante. Non deve tuttavia fare velo ad una profonda analogia che merita molta attenzione. Non ci si può infatti nascondere che la coalizione di centro-sinistra non ha compiuto neanche in Molise quelle due mosse che, si è detto, sarebbero state necessarie per conquistare il consenso potenziale su scala nazionale. Gli accordi con le formazioni e gli esponenti di centro-destra si sono fondati molto più su un'aspirazione “a voltare pagina” rispetto a un'esperienza di gestione che si è rivelata fallimentare che non su un'adesione, “positiva”, ad un programma alternativo, su obiettivi definiti ed esigibili. Gli elettori sono stati perciò chiamati a scegliere tra i candidati più che tra le proposte. Quanto alle persone, sarebbe stato obiettivamente difficile l'emergere di volti nuovi, sia per il meccanismo elettorale sia per le dimensioni del bacino di votanti, paragonabile a una città di media grandezza, ovvero a uno dei venti Municipi in cui è divisa Roma, anche se il candidato presidente aveva quanto meno, dalla sua, il vantaggio di non provenire dagli apparati e di essere nuovo alla politica, un vantaggio che si è tradotto in un consenso specifico per la persona e per la lista del presidente.

In una certa misura, a ben vedere, vi sono insomma analogie non banali tra la sfida che sta affrontando Bersani e il centro-sinistra PD-SEL a livello nazionale e quella che attende Di Laura Frattura. Nel primo caso, attorno alle proposte e agli obiettivi da perseguire, nonché ai profili di chi dovrà assumere un tale onere, si giocano le chance di comporre una maggioranza politica in grado di sostenere un governo. Nel secondo caso, attorno alle medesime questioni si gioca la possibilità di dare un'impronta pienamente politica a una maggioranza che rischia altrimenti di non garantire né l'operatività né l'unità. Condizioni necessarie, entrambe, per realizzare il cambiamento atteso e per rispondere alle aspettative che l'elettorato molisano ha largamente manifestato, non solo nel voto al centro-sinistra ma anche nel consenso rivolto alle formazioni “anti-sistema”, se mi si passa questo termine sintetico.
L'analogia tra le sfide si ferma qui e non si estende agli scenari alternativi. Un insuccesso della coalizione di centro-sinistra sulla linea che sta tentando Bersani porterebbe presumibilmente (azzardo una previsione senza pretendere di avere doti divinatorie) a nuove elezioni. Una prospettiva che non si pone nella situazione molisana. 
Per quel che può valere, partecipo con grande emozione, e non poca apprensione, ad entrambe le vicende stringendo in un abbraccio ideale due persone sulle cui spalle pesa una grande responsabilità, ciascuno per il suo ambito.
Con questi sentimenti e con questi auguri prendo commiato dai lettori di questo blog che ringrazio per l'attenzione (che so di aver messo frequentemente a dura prova). Se proprio lo vorranno, potranno ancora leggermi in altre sedi. Mi riesce difficile perdere il vizio ...

giovedì 14 febbraio 2013

DENTRO LA CAMPAGNA ELETTORALE


A quei trenta affezionati lettori che potrebbero aver notato l’assenza di nuovi post nelle ultime settimane, anche se non è detto che ne abbiano sofferto, devo pur tuttavia porgere le mie scuse.
Non è pigrizia né mancanza di argomenti. Figuriamoci! Una campagna elettorale come quella in corso, in Italia e in Molise, di argomenti ne dà fin troppi!
Fin troppi, per l’appunto.
Ma una campagna elettorale come quella che stiamo vivendo, per il momento che attraversiamo, soprattutto sprona all’azione e costringe ad una scelta drastica tra azione e elaborazione.
Non ci si può porre come osservatori. Per quanto ci sia moltissimo da osservare e da commentare, per quanto si vadano accumulando motivi di riflessione su cui occorrerà elaborare approfonditamente, per comporre nuovi schemi interpretative e nuovi paradigmi politici, non è questo il momento. Più che scrivere, parlare, proporre, per lo più ripetendo quello che si è scritto, detto, proposto, credo sia il momento di ascoltare, cogliere istanze e domande, misurarsi con umori, disagi, paure e (fintantoché affiorano) speranze.

Poi tireremo le somme. Diamoci un appuntamento per il dopo.
Dopo, dovrò anche dare un senso nuovo a questo blog. Se sarà possibile, ragionevole, utile.
Nel frattempo, mettiamocela tutta. 

mercoledì 30 gennaio 2013

Dr. Ingroia e Mr. Patrimoniale


Alla presentazione del “Piano” per il lavoro della CGIL, presenti Bersani, Vendola e Barca, non è stato invitato il dr. Ingroia, che pure ha sposato appieno uno dei punti del piano,  l’idea di una patrimoniale ordinaria, denominata “Imposta strutturale sulle Grandi Ricchezze”.
Il magistrato, candidato presidente, ha reagito con una lettera agli iscritti CGIL in cui polemizza con il PD (“votò senza battere ciglio la riforma dell’art. 18”) ma individua “gli avversari da battere con il voto in Berlusconi (“destra caciarona e impresentabile”) e Monti. A quest’ultimo (“destra perbene“) riserva gli accenti più pesanti, chiaramente indicandolo come bersaglio principale.





Singolare corto circuito logico.
Se è (ancora) assai improbabile che Berlusconi possa vincere le elezioni alla Camera, resta in ogni caso l’unico contendente che può insidiare il primato della coalizione PD-SEL. Punta, più realisticamente, a un loro indebolimento per riuscire a esercitare ancora un potere di condizionamento in funzione dei suoi interessi privati. L’obiettivo è dunque lo stallo al Senato. Lo stesso che si propone Monti, l’esecrato premier uscente, nell’intento di imporre un accordo post-elettorale (su quali contenuti programmatici non è dato saperlo).
Eppure, la scelta di Ingroia, di candidarsi a rappresentare un settore della sinistra in concorrenza con la coalizione PD-SEL, avvantaggia proprio Berlusconi e, ancor più, Monti. Gli avversari da battere.
Se non è un oltraggio alla logica, deve evidentemente poggiare su radicali e non mediabili motivi di dissenso sui contenuti, tali da prevalere su qualunque valutazione tattica.

In effetti, annunciando la “rottura irreversibile” il dr. Ingroia aveva esattamente dichiarato che “c’è un’incolmabile distanza programmatica, che riguarda (questo è stato il passaggio centrale ripreso da tutti gli organi di informazione) il rifiuto opposto da Bersani e dal PD all’idea di introdurre una patrimoniale ordinaria. Quella proposta dalla CGIL.
E’ dunque questo non un punto programmatico tra gli altri, ma quello su cui si può giocare la rottura dell’elettorato di sinistra. Non si può sorvolare, è il caso di approfondire il tema.

Personalmente ho partecipato a varie occasioni di confronto (interno al PD ma reso pubblico senza alcun filtro di “centralismo democratico”) in tema di patrimoniale. Nessun esponente del PD ha mai opposto ragioni di principio, il dibattito è stato molto aperto, con il contributo di studiosi di grande levatura. Ha riguardato i pro e i contro di una patrimoniale ordinaria nell’ottica di un obiettivo, condiviso come centrale da tutto il partito e da tutta la coalizione, di un riequilibrio del carico fiscale nel senso dell’equità e della progressività, principi costituzionali oggi disattesi per effetto delle politiche del centro destra sulle orme di Reagan e della Thatcher.
Ho ascoltato molti argomenti convincenti a favore di una patrimoniale, ordinaria o straordinaria. Il dibattito è approdato però a una conclusione contraria (a maggioranza, come normalmente accade quando, anziché principi basilari, si confrontano diversi modi di applicare un principio da tutti condiviso): si deve compiere un passo preliminare rendendo visibili i patrimoni e tracciabili i processi che portano all’accumulazione di grandi ricchezze. Altrimenti il carico dell’imposta rischierebbe di cadere per l’ennesima volta su chi, già visibile e tracciato, paga le imposte per intero. Mentre i possessori di grandi ricchezze hanno gli strumenti per eludere il fisco facendola franca, o per evadere senza correre eccessivi rischi. Non per caso, l’unico patrimonio visibile e tracciato, la casa, è quello su cui si è operato il prelievo più pesante con l’IMU. Che è un’imposta ordinaria sul patrimonio. Che il programma di centrosinistra intende correggere per introdurre una progressività oggi praticamente assente (il mancato aggiornamento dei catasti urbani, alleggerendo il carico sugli edifici storici di pregio, ha un effetto perfino regressivo).

 

A questo dibattito ha guardato con interesse la CGIL, che ha scelto di invitare a collaborare alla stesura del suo programma chi aveva caldeggiato l’ipotesi di una patrimoniale ordinaria. Più che legittimo. Le obiezioni riguardanti i rischi di un ulteriore aggravio su lavoratori dipendenti e pensionati saranno certamente state considerate superabili o non convincenti.
Certo è che nel suo intervento al dibattito di presentazione del piano CGIL Bersani ha preferito sorvolare sul tema, fonte di diversità di vedute, per dare maggiore risalto agli ampi motivi di convergenza su parti fondamentali del piano stesso. E la CGIL non ha ritenuto di invitare chi di quel tema aveva fatto, appena qualche giorno prima, motivo non recuperabile e non mediabile di rottura con Bersani.

Il dr. Ingroia ha però imparato rapidamente l’arte di correggersi smentendo quanto appena detto. Ancora rimbalzavano tra tv e quotidiani le sue dichiarazioni sulla patrimoniale in occasione della “rottura irreversibile” che se ne sovrapponeva un’altra in cui spiegava che la distanza incolmabile riguarda la tattica, non i contenuti programmatici. Dr. Jeckill e Mr. Hide?
Un po’ di chiarezza non guasterebbe. Per dare agli elettori qualche motivo di valutazione in più sul senso, tattico e programmatico, della sua candidatura. Anche per rispondere alle critiche di chi, benché sensibile al richiamo, ha visto nella scelta dei candidati solo una sponda offerta a un ceto politico di lungo corso in pericolo di sopravvivenza.
Altrimenti, potrebbe perfino venire il dubbio che quel ceto politico, che avrà pure qualche errore e qualche sconfitta alle spalle, abbia commesso un errore ancora più grave dei precedenti affidandosi in mani sbagliate.

Quanto poi all’ultimo esempio di correzione in forma di smentita, senza voler infierire, è apparso davvero sgradevole. Aveva dichiarato (alle telecamere, che non possono essere smentite) “sono stato criticato per essermi impegnato in politica proprio come era successo a Falcone” (quando aveva accettato l’incarico al Ministero di Giustizia: incarico, peraltro, nient’affatto politico). Alla reazione veemente della Bocassini risponde smentendo di essersi mai paragonato a Falcone e aggiungendo “si informi prima di parlare”. Poi rincara la dose alludendo a giudizi di chi non può più parlare … Borsellino stesso.


Falcone non era sceso in politica, le critiche a Ingroia non riguardano l’impegno in politica ma l’essersi collocato in aspettativa, ma nonostante tutto potrebbe essere meglio sorvolare.
Senonché la storia ci dice quanto abbiano pesato, sulla scelta di Falcone di recarsi a Roma per collaborare con il Ministro Martelli, oltre alle scelte compiute allora dal CSM, la forte tensione tra magistrati nella procura di Palermo (la “stagione dei veleni”, il “corvo”) e quella con il sindaco di Palermo (di allora e di oggi) Leoluca Orlando, che ha sempre rivendicato le critiche a Falcone senza mai dichiararsene pentito ed oggi è a fianco di Ingroia. Le critiche che furono mosse a Falcone venivano da lì. Un quadro diverso, direi opposto rispetto a quello di cui è stato protagonista il dr. Ingroia. Potrò sbagliare ma credo che molti italiani si siano fatti l’impressione che sia stato non vittima ma protagonista, di primo piano, con grande cipiglio, di polemiche con altri magistrati, con altre procure, con altre istituzioni, non ultime quelle di garanzia, Presidenza della Repubblica e Corte Costituzionale. Per carità, non godono dell’intangibilità e possono essere e sono di fatto, rudemente e accanitamente criticate. Ma Falcone, suvvia, associarlo a queste iniziative è un insulto alla storia. Almeno fino alla prossima smentita.

sabato 19 gennaio 2013

L'uscita di ADC dal centrodestra e la stampa molisana


Uno spunto per ragionare di informazione.
Tre pezzi a confronto sul medesimo argomento (conferenza stampa di Pietracupa che lascia Iorio e fonda Rialzati Molise).

“Il centrosinistra si è trasformato in centrodestra” perché “ha acquistato Rialzati Molise”. La notizia è un’altra, ha lasciato il centro destra, i rapporti con il centrosinistra sono tutti da definire, ma questo fatto (non si sa neppure se i maggiori esponenti si candidano) viene appena accennato, relegato a manifestazione di “propositi confusionari” e “cialtroneria” perché Di Bello è sanguigno e battagliero e vuole che il lettore arrivi subito alle sue conclusioni (CSX trasformato in CDX). Accetta una critica, caro Pasquale: l’errore sta nell’impedire al lettore di farsi la sua opinione sulla base dei fatti. In più c’è un singolare peccato di omissione: manca un pensierino, anche solo un dubbio da insinuare nel lettore: non sarà che questo fatterello condanna Iorio alla sconfitta? Nossignore, la chiusa è questa: tra i fan di Frattura “il malumore e grande e da questo ribaltone quello che rischia di essere ribaltato è proprio lui” Ahi, ahi, Pasquale, perché trascurare Iorio e preoccuparsi solo per Frattura, c’è la par condicio …

L’omissione di Di Bello diventa invece il clou per Sorbo: “Iorio è rimasto solo, abbandonato praticamente da tutti.” Segue un lungo elenco di nomi: alcuni passati dalla regione a candidature nazionali, altri protagonisti di abbandoni: verso Romano e, da ultimo, Frattura (Udeur e, notizia fresca, ADC). Fatti, nomi e circostanze a corredo di un giudizio quasi epocale. Le ultime righe sono dedicate però al centrosinistra. Se non è par condicio, ci siamo vicini. Con una coda velenosa: “Il malcontento cresce di ora in ora e rischia di provocare nuovi addii. Massimo Romano sta alla finestra. Ora che il centrosinistra ha chiuso l'accordo con i patricielliani, le sue accuse di inciucio e trasversalismo lanciate in questi mesi alla coalizione di Frattura trovano una formidabile conferma. Ed ora proprio Romano rischia di capitalizzare il malcontento di buona parte dell'elettorato della sinistra.” Anche Sorbo ha una conclusione da riservare al lettore. Basata però su un fatto che resta nell’ombra. Un “accordo chiuso con i patricielliani”. Che genere di accordo? Se lo conosce, non ce lo racconta. Se non lo conosce … o se non è chiuso …
Antonio, Antonio, accetta una critica: i verbi, modi e tempi, sono importanti. Indicativo (passato prossimo)? Forse intendevi “quando avrà chiuso (un inciucio trasversale)”, a voler essere cattivo. O un congiuntivo (periodo ipotetico) “se mai chiudesse”, a voler essere prudente.” O addirittura “nella speranza (per Romano che sta alla finestra) che chiuda”, a voler alimentare polemiche (ma con rischio di querela)

Il contenuto dell’accordo sembra invece interessare Enzo Luongo, che intervista Pietracupa: “Ma su che basi si posa l'intesa tra i centristi e il centrosinistra? Il presidente del Consiglio regionale assicura che non ci sono accordi sulle poltrone: «Decideremo in un secondo momento se e come noi stessi saremo candidati, la politica si può fare anche da liberi cittadini. Non ci sono patti e da Frattura abbiamo avuto solo la disponibilità a parlare alla pari attorno ad un tavolo».  Frasi queste che contrastano con le voci insistenti che danno Pietracupa già piazzato sul listino maggioritario di Frattura. «Io non ho chiesto nulla - prova a smontare il diretto interessato - né per me, né per altri. Ogni decisione la prenderemo insieme».
Non mancano i toni epocali: “Un pezzo di storia di centrodestra si sgretola così”. Né si tace del centrosinistra e della “rivolta dei sostenitori di Frattura: da parte di tanti non si approva quest'alleanza”. In più si dà la parola a Iorio “Finalmente se ne sono andati … Sappiatelo tutti. Mi hanno impedito molte volte di realizzare i miei obiettivi … Il centrosinistra, comunque, appare più una lista di traditori che una lista politica. Buona fortuna”. Non sono frasi ricavate da un’intervista ma le virgolette sono appropriate. Le ha tratte dalla pagina Facebook del Governatore in uscita. Mi posso permettere una critica a Luongo? Ma dove crede di vivere, tra Times Square e la 8th Ave.? Non si monti la testa!

Bersani e Monti, agende a confronto (2)


Agenda (plur.), dal latino: le cose da fare, che non si sono fatte o si sono fatte male (e occorre correggere).
Andiamo avanti a esaminare, dopo il tema delle pensioni, le cose da correggere tra quelle fatte in base all’agenda Monti in materia di lavoro.

Su questo tema, di assoluto rilievo, è diffusa l’idea di dover rimettere mano alla riforma Fornero. So di dare una delusione a quanti vorrebbero riaprire il dossier articolo 18, ma ritengo che sarebbe un errore non molto diverso da quello compiuto da Monti.
Il parere su quella parte della riforma è negativo, si intende: ho avuto modo di esprimermi anche su questo blog. Ma il motivo principale di dissenso, che voglio qui ribadire, sta nell’aver attribuito a una modifica, in senso “deregolatorio”, del regime dei licenziamenti individuali un qualche effetto positivo sulla dinamica dell’occupazione.
Un falso, confutato da tutte le evidenze empiriche. Al contrario, se fosse stato indebolito il principio della nullità dei licenziamenti discriminatori l’effetto sarebbe stato di segno tutto negativo. E sarebbero state deleterie le conseguenze sul sistema dei diritti e delle libertà elementari dei cittadini.


Ora, è pur vero che quel principio è stato messo in discussione, con soave leggerezza professorale, all’inizio della vicenda. Ma la reazione decisa del PD ha impedito che si andasse avanti (neanche la voce dissonante di Ichino ha concesso spazi a Monti su questo punto). Le nuove procedure sono però pasticciate e arzigogolate e finiscono per andare in direzione contraria rispetto a quello che tutti unanimemente si aspettavano, sindacati e imprenditori, perché non risolvono il problema di una giustizia lenta e incerta ma ampliano il potere discrezionale dei magistrati.
Sarebbe dunque il caso di imboccare con decisione la strada opposta. Ma il problema è che di tutto abbiamo bisogno meno che di una nuova guerra atomica sull’articolo 18. Una manutenzione sarà necessaria, ma non è prioritaria. Altri sono i problemi più scottanti da affrontare per primi.

A differenza di quanto teorizzato da Monti nella sua agenda, si dovrà intervenire sulla gestione: attivare politiche efficaci. Si dovranno ripensare le sedi, i soggetti e le modalità di intervento, tornando a dare un ruolo protagonista alle parti sociali e restituendo loro piena autonomia.
Un tempo la legge interveniva per aiutare le parti a trovare intese più larghe e più rappresentative possibili (mettendoci anche, se necessario, risorse economiche oltre a quelle cosiddette politiche) e per suggellare infine gli accordi tra le parti con un riconoscimento giuridico che li rendeva efficaci verso tutti . Poi è arrivata la furia demolitrice della destra fanatica e ideologica, condizionata dall’egoismo miope delle componenti più retrive e meno competitive del sistema produttivo.
Non quelle proiettate sul mercato estero. Quelle sceglievano di delocalizzare in regioni più avanzate (la  Carinzia è il caso più eclatante, invasa dai piccoli del Nord-Est) dove norme e condizioni salariali erano anche più onerose (e più favorevoli per i lavoratori) ma in compenso burocrazia, fisco e servizi fornivano un contesto molto più propizio per l’impresa. Piuttosto, era preso a riferimento chi vagheggiava condizioni cinesi (perdendo così inesorabilmente terreno di fronte ai concorrenti, cinesi in primis).

 

Ritornare alla concertazione (o al dialogo sociale di tipo europeo, opposto esatto di quello praticato da Sacconi & co.) deve andare di pari passo con la riscoperta di una politica industriale, dopo lunghi anni in cui è stata totalmente assente. Ciò significa favorire la buona occupazione, quella basata sulla capacità di collocarsi all’avanguardia dei processi (con una grande attenzione alla sostenibilità) e sull’eccellenza dei prodotti. Quando queste condizioni si verificano può anche esserci flessibilità ma mai precarietà. Se di flessibilità ci sarà bisogno, sarà nella dose necessaria, compensata da contropartite economiche e normative. Perciò costerà più del lavoro stabile (e di intensità costante), come da tempo sostiene il PD.

 

Su queste basi si potrà allora costruire un sistema di servizi all’altezza delle esigenze. Il pubblico, a livello decentrato, sotto la responsabilità delle Regioni, dovrà garantire che siano aperti - e non ostruiti come oggi spesso accade - i canali di ingresso del lavoro (qualificato e specializzato in particolare) all’interno dei processi produttivi. E farà sì che le esigenze straordinarie di flessibilità, per riconvertire, per far fronte alle dinamiche dei mercati nel mondo o alle novità tecnologiche, siano rese compatibili con le esigenze di continuità di reddito dei lavoratori coinvolti. Potrà così garantire dal lato delle imprese la disponibilità delle competenze necessarie per l’implementazione delle novità, al presentarsi delle fasi alte del ciclo.

Siamo ancora molto lontani dall’obiettivo. Questo genere di interventi non ha alcuna guida a livello nazionale e le Regioni si arrangiano come possono. In qualche caso prendono a modello gli esempi migliori nel continente (e nel mondo), in altri danno perfino lezione, ma nella maggior parte dei casi restano  drammaticamente al di sotto delle esigenze. Chi avrà la responsabilità di amministrare questo sistema complesso sarà chiamato prima di tutto a promuovere un salto di qualità.
Dipende, dovrebbe essere chiaro, solo in minima parte dalle leggi che saranno varate. Conterà invece, soprattutto, la qualità dell’intervento sul campo, la capacità di aggiustare il tiro fino al particolare, di tarare ogni servizio e ogni singolo ufficio sulle esigenze specifiche, di far circolare le esperienze, di sanzionare le inadempienze, le inefficienze o, peggio, le illegalità.
Di questo immenso campo, il professor Monti e il suo ministro del Lavoro hanno dato l’impressione di non avere neppure colto l’esistenza. Di non averne avuto la percezione. Abbandonato, tanto quanto era stato trascurato (o per molti versi addirittura inquinato) dai suoi predecessori di destra.

Non è un programma minimale. E’ una vera rivoluzione copernicana, anche se non poggia su slogan ad effetto o su ricette miracolose. E’ un processo complesso, da governare.
I grandi principi? Non solo non vengono dimenticati o disattesi, ma sono la stella polare e ancora una volta misureranno, in tutta la sua importanza, la differenza tra destra e sinistra. Tra le agende.

Lottare contro la precarietà, restituire dignità al lavoro, assicurare stabilità di reddito e rafforzare la coesione sociale. Sono questi gli obiettivi di fondo concordemente proclamati a sinistra.
Ebbene, se si mettono in fila gli interventi che ho tratteggiato, sia pure sommariamente, in questi due post penso se ne possa ricavare un quadro d’assieme ispirato a questi obiettivi e alle scelte di principio che sottendono.
-         Politica industriale (investimenti orientati verso processi innovativi per prodotti di eccellenza), oltre che dei servizi e delle “piccole opere”, per rimettere in moto la domanda di lavoro
-         Politica di sostegno alla contrattazione (interconfederale, nazionale, decentrata, sia aziendale che territoriale) per un sistema di tutele del lavoro flessibile (arrivando anche ad un salario minimo interconfederale come misura di ultima istanza per il lavoro disperso), lasciando alla legge il compito di recepire e estendere a tutti (erga omnes) gli accordi raggiunti (con il vincolo di un percorso democratico)
-         Sistema di servizi che accompagnino efficacemente imprese e lavoratori nelle fasi di riconversione (aziendale o territoriale) con un sostegno al reddito strettamente connesso agli interventi di riqualificazione dei soggetti interessati
-         Tutele per il reddito, presente e futuro (attraverso un rafforzamento della contribuzione previdenziale figurativa per scongiurare pensioni indecenti a fine carriera), rivolte anche ai giovani in cerca di prima occupazione che siano impegnati in percorsi di inserimento (reddito minimo garantito su base lavoristica).

Non è tutto. Ma significherebbe un cambiamento di rotta tale da suscitare nuove speranze e nuove energie. Un’agenda di tutto rispetto.

lunedì 14 gennaio 2013

Bersani e Monti, agende a confronto (1)


Agenda (plur.), dal latino: le cose da fare.
Che si devono fare (e non si sono fatte) o che si sono fatte male (e occorre correggere).
L'agenda Monti è piena di cose che potevano e dovevano essere già fatte. Altre sono state fatte ma occorre correggerle. L'agenda Bersani promette di fare quelle non fatte (più qualcuna che Monti tralascia) e di correggere quelle sbagliate, partendo dal presupposto che sarà possibile solo con una diversa maggioranza politica: tema da cui Monti continua a sfuggire.
Poniamo a confronto le agende, partendo dalle cose da correggere.

Monti ha posto molta enfasi sulla sua agenda. Ma delle molte cose che, anche secondo lui, erano da fare quando ha assunto l’incarico, poche sono state fatte.
E tra quelle fatte, molto deve essere corretto.

La situazione di oggi è migliorata rispetto ad allora? Ritengo di sì, ma il giudizio di assieme, basato soprattutto sul fatto che si è allontanato il rischio di default, non significa che per numerosi aspetti e, quel che più conta, per numerose fasce sociali, soprattutto le più deboli, non sia peggiorata. E per chi si trova in quelle condizioni risulta più difficile confrontare una difficoltà (pesante) attuale con un rischio eventuale. Dunque, pur essendo convinto che quella deriva avrebbe comportato conseguenze da non sottovalutare assolutamente - come invece molti si ostinano a fare - penso che fosse necessario dare risposte, immediate, a chi vive quelle situazioni. Non è stato fatto.
Inoltre, non è detto che il merito sia da ascrivere in toto a quanto è stato fatto. Anche se l’argomento usato dal Cavaliere contro Monti (tutto merito di Draghi) non ha riscontro nei dati di fatto, visto che è andata meglio che per il resto dell’area Euro (lo spread altro non è che un differenziale), ciò non toglie che un fattore come l’immissione di liquidità nel circuito bancario ha contribuito non poco all’entità della riduzione.

In ogni caso, poiché l’attenzione degli elettori è giustamente rivolta all’agenda proposta da Monti come suo marchio di fabbrica e a quella del PD, per cogliere punti di contatto e differenze e per avere strumenti di valutazione, è importante approfondire l’argomento, almeno per i temi che hanno maggiore impatto sulle condizioni economiche e sociali.

Il confronto attorno alle cose non fatte richiederebbe troppo spazio. L’elenco è molto lungo e dunque si devono prendere in esame soprattutto le scelte di priorità. Bersani ne ha indicate due: lotta alla corruzione e taglio dei costi della politica. Su quelle Monti non ha fatto praticamente nulla nonostante le pressioni esercitate dal PD. Il tempo non è mancato, le condizioni politiche tuttavia non l’hanno consentito. Il fatto è che se non si analizzano con lucidità i motivi dell’insuccesso si è destinati a ripeterlo. Per Bersani appare chiaro (serve una diversa maggioranza parlamentare eletta dai cittadini con questo chiaro mandato), mentre il ritornello di Monti sull’equidistanza (tinta di nuovo, si intende) non lascia intendere alcuna consapevolezza della matrice politica delle resistenze.

Quanto alle cose fatte che vanno riprese e modificate, le più importanti riguardano pensioni, mercato del lavoro e fisco. Sulle pensioni, oggetto del primo intervento, immediato e drastico, è ancora necessario tornare per fare chiarezza: argomento cruciale, spesso affrontato con poco rigore.
La questione chiave che si pone è quella dell’equilibrio dei conti. Non tanto e non solo quello immediato, ma soprattutto nel lungo periodo: a un giovane neo-assunto si deve garantire la sostenibilità. In altre parole, la regola che gli viene applicata oggi dovrà reggere e mantenere la sua validità per tutto il lasso di tempo che lo separa dall’uscita dalla vita lavorativa.
E’ un problema reale? Lo è, per di più in misura crescente al crescere dell’aspettativa di vita. E’ attenuato da un aumento del tasso di occupazione, ma solo in parte e solo nell’immediato perché quegli occupati in più saranno, un domani, altrettanti pensionati in più.
Può essere giusto sanare lo squilibrio crescente con il ricorso alle finanze pubbliche? Occorre sapere che comporta un aumento dell’imposizione fiscale (in misura sempre maggiore al crescere dell’aspettativa di vita) o una parallela riduzione di altre voci di spesa, in modo stabile nel tempo. E dopo aver tagliato sul superfluo “una tantum” (gli aerei militari, o altre voci che si ritenga giusto eliminare) si arriva inevitabilmente a mettere mano al contenitore in cui è compresa la spesa pensionistica, alla spesa sociale.
Il nostro paese, nell’affrontare  questo problema a metà anni Novanta (Dini e poi Prodi) ha deciso invece che la scelta dovesse essere un’altra e che si dovesse garantire l’equilibrio e la sostenibilità nel tempo all’interno del rapporto tra contributi versati (dalle imprese e in parte dai lavoratori) e prestazioni erogate. Non si è però fatto ricorso, come in altri sistemi, alla capitalizzazione (dei contributi, così da erogare la pensione in base a quanto ha fruttato il risparmio accumulato lungo la vita lavorativa), sia pure garantita dallo stato. Si è invece adottata una soluzione originale tenendo in piedi il sistema a ripartizione (pago le pensioni di oggi con i contributi versati oggi da e per i lavoratori), calcolando però la pensione come se si mettesse a frutto quel capitale nel tempo, in modo da evitare buchi di cassa in futuro (sostenibilità intergenerazionale). Con la riforma si è inoltre aperto un secondo “pilastro” complementare finanziato da ulteriori versamenti (volontari) garantiti dalla contrattazione tra le parti sociali anziché attraverso il risparmio privato (che resta comunque il terzo pilastro, per i più fortunati).

Probabilmente ho riassunto concetti largamente acquisiti. Meno chiaro per l’opinione pubblica è però il meccanismo che doveva garantire l’equilibrio nel tempo, al variare dell’aspettativa di vita. Si trattava di un meccanismo flessibile, a scorrimento (soggetto a revisione periodica). La flessibilità consisteva nell’individuazione di un’età di equilibrio (65 anni al momento della riforma): l’entità della pensione sarebbe diminuita in caso di pensionamento anticipato, ovvero aumentata nel caso inverso (supponendo che continui la contribuzione). In base agli indicatori statistici demografici si sarebbe poi rivista, a scadenze regolari, l’età di equilibrio.

Perfetto? Neanche per idea.
I punti deboli erano numerosi.
La gradualità nel passaggio al nuovo regime, che comporta sempre, comunque la si realizzi, disparità di trattamento (nello specifico a favore di quelli che avevano già superato il tornante di mezzo della loro vita lavorativa, per i quali il cambiamento “in corsa” sarebbe stato più pesante).
Il mancato raccordo tra il sostegno al reddito attraverso la pensione minima (da garantire a chiunque avesse versato contributi) e quella sociale (da garantire a chi non aveva una posizione contributiva), a maggior ragione in quanto la tendenza alla flessibilizzazione del mercato del lavoro stava ampliando a dismisura la platea dei lavoratori discontinui destinati a non raggiungere il minimo contributivo e dunque a godere della pensione minima.
Il guanto di velluto riservato ai più fortunati: le posizioni pensionistiche “speciali”, che nel tempo si erano ritagliate spazi “di maggior favore”, si dovevano armonizzare in tempi stretti con il nuovo sistema, quelle di importo più elevato dovevano essere soggette a qualche forma di solidarietà (attenuando i rendimenti, altrimenti lineari, oltre una certa soglia). Niente di tutto ciò.

Da lì, diciassette anni fa, parte la storia. Che cosa è successo da allora?
Non si sono fatti gli interventi correttivi necessari nel senso dell’equità. Non si è dato seguito al meccanismo di flessibilità rinviando a più riprese l’appuntamento con la revisione del punto di equilibrio. Su queste lacune, per responsabilità, va detto, dei governi di centrosinistra di allora e dei sindacati, è calato lo tsunami del berlusconismo.
Dapprima bloccata l’attuazione della riforma, viene poi introdotto uno “scalone” al posto della flessibilità mentre si accumulavano squilibri (nelle proiezioni future) a causa del mancato adeguamento alle migliorate aspettative di vita. Il successivo biennio di Prodi non ha posto riparo in tempo prima del ritorno di Berlusconi e dunque la situazione a fine 2011 si presentava insostenibile, perfino nel breve-medio periodo.

Insomma, quella che l’Europa progressista (per fare un esempio, la stessa Svezia) aveva salutato come una riforma esemplare, capace di coniugare sostenibilità e equità, era stata lasciata fallire miseramente. Una volta privata della necessaria manutenzione nel tempo, prevista in origine, si stava trasformando in un sistema squilibrato e di nuovo iniquo (soprattutto verso il lavoro precario destinato a pensioni di fame).

Che ha fatto Monti? Ha tagliato con l’accetta e ha ripristinato una situazione di equilibrio, solo contabile, senza neppure la dovuta flessibilità, quindi con un’overdose di rigidità. Ha fatto pagare a chi sta andando in pensione in questi anni anche per l’equilibrio di chi andrà in pensione tra venti anni, con un’aspettativa di vita presumibilmente più elevata. Inoltre non ha previsto alcuna gradualità, senza tenere in nessun conto un dato di fatto che aveva caratterizzato la nostra storia industriale nel dopoguerra (ma i prof di economia talvolta preferiscono ignorare la storia). Le aziende avevano sistematicamente fatto ricorso all’espulsione anticipata dei lavoratori nell’idea che ciò si rendesse necessario per esigenze di competitività: un’idea che il mondo sviluppato considera non solo incivile ma anche sbagliata nei presupposti e che ha segnato pur tuttavia la storia industriale del nostro paese.

In Italia è considerato praticamente un dogma di fede che sia necessario mandare a casa prima possibile gli anziani per creare posti di lavoro per i giovani (magari con il sistema feudale della trasmissione ereditaria del posto). Le statistiche mostrano invece, quasi senza eccezioni, come i paesi con il più basso tasso di occupazione giovanile sono regolarmente quelli che hanno anche il più basso tasso di occupati con più di 55 anni. Per chi volesse approfondire, si può consultare l’appendice statistica del rapporto sull’Occupazione in Europa nel 2012, fresco di pubblicazione (http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=738&langId=en&pubId=7315&furtherPubs=yes : è quello di cui la stampa si è occupata per le critiche alle iniquità contenute nell’IMU).


Contro questa piaga l’Europa (soprattutto negli anni in cui prevalevano governi di centrosinistra) ha previsto numerose azioni per promuovere l’”active aging” (“invecchiamento attivo) nei paesi come l’Italia (che occupa gli ultimissimi posti per entrambe le graduatorie, degli under 25 e degli over 54). Il prof. Monti, ex commissario UE, doveva dunque tenere nella giusta considerazione l’esigenza di far marciare in parallelo un’azione per l’innalzamento dell’età pensionabile con quelle per la promozione dell’invecchiamento attivo e per l’ingresso stabile dei giovani nel mercato del lavoro. Era questa l’esigenza primaria di flessiblità che, trascurata o addirittura negata, ha portato al clamoroso pasticcio sugli esodati.
Pasticcio. Perché se si dà via libera al pensionamento prima del tempo, salta ogni adeguamento del sistema pensionistico alla più elevata aspettativa di vita e insieme si sancisce una volta per tutte una massiccia espulsione degli anziani dalla vita lavorativa. Viceversa, se si insiste nella rigidità si creano situazioni assolutamente insostenibili per un numero molto ampio di lavoratori esposti a restare senza reddito in un’età in cui rappresentano un pilastro per l’economia familiare.
Con la gradualità si sarebbe impostata una strategia per agire contemporaneamente sui diversi piani. Ora non sarà facile riportare il dentifricio nel tubetto, ma i tecnici di Bersani stanno studiando da tempo una soluzione praticabile e equa per rimettere in moto una strategia efficace. Alla domanda “rimetterete mano alla riforma delle pensioni?” la risposta non potrà che essere affermativa. Sarà fatto, nel solco degli indirizzi europei che la riforma Monti ha, che piaccia o meno, disatteso.

Tornerò in seguito sugli altri temi, molto intrecciati con questo primo, fondamentale perché posto all’incrocio tra la politica sociale e quella per l’occupazione.

domenica 6 gennaio 2013

L'"IDEOLOGIA TEDESCA" DEL PROF E LA SINISTRA


Innumerevoli commentatori hanno inquadrato sotto vari profili l’ingresso in politica di Monti: dalla matrice ideale, autoritaria e anti-democratica, alle intrinseche contraddizioni nelle concrete scelte politiche. Nulla da aggiungere.

E pensare che dopo tutta la retorica contro l’anti-politica, l’ex premier ce ne dà un esempio tra i più chiari: da manuale, per un corso universitario di dottrina politica, si dovrebbe dire, inquadrabile nel quadrante ideologico della destra più reazionaria. Che cosa c'è di più anti-politico dell’idea di una politica ottimale, giusta in sé, rispetto alla quale sia da tacciare di eresia (o da “silenziare”) chiunque se ne discosti.?Per chi dissente, non resta che (cito uno dei concetti classici della politologia) l’”exit” (lasciare il campo, ovvero astenersi) o la “voice” (la protesta, sfogo sterile senza efficacia).
Sorprende, tuttavia, che molti sembrino colti di sorpresa: ma era questa la visione del mondo del prof? Era questa l’ideologia che si nascondeva sotto il loden, ben poco distante da quella di Berlusconi (che lo aveva nominato commissario europeo): è chiaro il nesso profondo tra populismo e autoritarismo! Tutto un inganno, il governo tecnico, Napolitano regista “super partes”, la strana maggioranza?
Eppure non si dovrebbe far finta di scoprire solo ora come stavano le cose.


La maggioranza era quella uscita dalle urne nel 2008: di centro-destra, selezionata accuratamente dall’apparato berlusconiano grazie al porcellum.
Il prof era una delle poche figure (forse perfino l’unica) che, gradita a Berlusconi e alla sua maggioranza, poteva assicurare una parvenza di serietà e autorevolezza alle cancellerie nel mondo, ma anche lealtà istituzionale alle forze fin lì all’opposizione. Per alleggerire la presa sempre più ferrea e minacciosa degli speculatori al ribasso sul default del nostro debito sovrano.
Dunque avrebbe dovuto garantire una tregua, una camera di decompressione: questo e nient’altro che questo. Non certo un indirizzo politico alternativo.
Qualcuno la vedeva diversamente? Qualcuno nutriva illusioni?

Agli attacchi contro Monti provenienti dal lato sinistro dello schieramento (per quelli leghisti e per i mal di pancia interni al pdl il discorso è tutto un altro) nessuno ha mai obiettato, dall’interno del pd, con una difesa della sua collocazione politica. C’è stato, sì, una sorta di eccesso di zelo nel lodarne la serietà, l’autorevolezza nelle relazioni internazionali, la competenza tecnica, quasi che questi aspetti personali o caratteriali delineassero anche un profilo politico diverso da quello, di destra conservatrice, che gli era proprio. Ma niente più di questo.





Ora però l’ingresso di Monti in politica ha riaperto, in modo acuto, il tema di fondo del dibattito a sinistra dal novembre 2011 in poi, il dilemma irrisolto: le tensioni interne al centro-destra, che avevano reso fragile la maggioranza parlamentare e aperto così la strada a una possibile crisi di governo, dovevano essere l’occasione per un immediato ricorso alle urne, che avrebbe visto vittoriosa la coalizione di centro sinistra, per arrivare in breve a un governo alternativo e stabile?
La risposta la darà la storia. A tempo debito, il 25 febbraio, con numeri inoppugnabili si saprà se il centrosinistra potrà governare con una maggioranza stabile, nei due rami del Parlamento. Pur con questo il verdetto sarà confutabile, ma in quel caso il PD, la sua dirigenza, Bersani, potranno almeno rivendicare che il tempo ha reso possibile o comunque non ha impedito una vittoria. Che quattordici mesi di governo Monti hanno comunque consentito di recuperare sei o sette punti per il pd (tornando pressappoco al risultato del 2008) mentre il pdl dimezzava i suoi consensi. Davvero in due – tre mesi di campagna elettorale si sarebbe potuto fare altrettanto (sia pure non perdendo per strada un partito come l’Idv)?
Insomma, se Bersani salirà a Palazzo Chigi con la maggioranza nei due rami, il prezzo pagato in questi mesi sarà valso la posta in gioco.
Altrimenti saranno dolori … e penitenza.
Poniamoci però la stessa domanda anche per l’opposizione di sinistra a Monti.
Il pd non ha mai nascosto, in tutto questo tempo, le difficoltà e la fatica, fisica, della mediazione. L’opposizione non ha mai mostrato invece la minima incrinatura nel condannare senza appello le posizioni del pd, nel distinguersi nel voto parlamentare, nel crocifiggere e perfino sbeffeggiare il ruolo di Napolitano. Ebbene, potrebbe affermare serenamente che un voto a febbraio marzo del 2012 le avrebbe di nuovo aperto le porte di Montecitorio, che dal 2008 erano rimaste sbarrate? Oggi la coalizione arancione dà a vedere di sentirsi sicura di un risultato a prova di quorum: se non sarà così, dolori e penitenza anche per loro (a maggior ragione…). Se invece avranno ragione, non sarà per caso che avranno lucrato una rendita netta, cioè non gravata dell’onere che ha pesato tutto sulle spalle del pd, di aver dovuto limitare i danni e fare da argine giorno per giorno?

Le risposte non tarderanno a venire, la ferita che si è aperta non si rimarginerà però né tanto presto né tanto facilmente. Nel frattempo il pd, per andare al governo, dovrà far capire con chiarezza agli elettori in che cosa la sua agenda si distingue da quella di Monti, tranquillizzando al tempo stesso gli investitori non solo a proposito della tenuta dei conti pubblici ma anche, se non soprattutto, sulla capacità di innestare una ripresa economica compatibile con i vincoli di bilancio.
Pensioni, ammortizzatori sociali, giustizia, costi della politica, efficienza dell’apparato pubblico: cosa andrà toccato e corretto? E che si farà, con quali priorità, tra le tante cose che Monti avrebbe dovuto (e forse anche potuto) fare e non ha fatto (riequilibrio del carico fiscale, lotta all’evasione, alla criminalità organizzata e all’evasione, alle pratiche economiche “unfair”, ecc. ecc.)?
Di questo non si parla abbastanza. Napolitano ha voluto dire la sua con il messaggio di fine anno, una sorta di endorsement per l’agenda Bersani che è servito anche per farla venire alla luce un po’ più di quanto sia avvenuto sino ad ora. Dicendo che la sua agenda sarà … quella Monti ma “a modo suo”, Bersani non ha soddisfatto granché il palato degli elettori. Due mesi per farsi ascoltare e per farsi capire non sono molti. Ma su questo sarà meglio tornare.

sabato 22 dicembre 2012

Due domande su PD Molise e elezioni regionali


Nel Lazio Zingaretti ha aperto il comitato elettorale, già da alcuni giorni, senza primarie, essendoci l'accordo di tutto il centrosinistra. L’udc farà, a seguire, le sue scelte: si prospettano una mezza dozzina di candidature dalla galassia centrista ma alla fine potrebbero optare per Zingaretti.
In Lombardia Ambrosoli ha vinto le primarie, a cui hanno partecipato 150.000 persone già una settimana fa. Se domani Albertini decide di candidarsi contro Ambrosoli (e contro Maroni) l'udc e la galassia centrista dovrà scegliere se appoggiarlo ma in quel caso molti elettori di quell’area opteranno per Ambrosoli.
E in Molise? La direzione del pd del 21 dicembre non ha ufficializzato ancora la candidatura di Frattura perché il Presidente e il Segretario hanno lasciato intendere che era imminente la chiusura di un accordo con Romano e con l'udc. Nelle stesse ore Petraroia invece di partecipare alla direzione ha scritto una lettera aperta richiedendo le primarie per il 13 gennaio (!?) con l'intenzione, ribadita nel commento a un post sul gruppo Unire il Centro-sinistra. Primarie per novembre 2011! ancora alle 16 del 22 dicembre, di far venire allo scoperto Massimo Romano perché, "se rifiuta di partecipare se ne assuma la responsabilità al cospetto dei cittadini del Molise".
Ma su Termoli TV (http://www.termoli.tv/news/attualita/item/2319-massimo-romano-mi-candido-a-governatore-del-molise-l-intervista-su-telodoioilpresidente-it) “il giovane consigliere regionale rilascia un’intervista intensa e a tutto campo nella quale, oltre a ufficializzare la sua decisione di candidarsi alla guida della Regione, ha parlato di alleanze nazionali possibili con il Movimento Arancione di De Magistris e Ingroia e con Fermare il declino di Oscar Giannino.” (e FLI se l’è dimenticata?). L'anticipazione esce alle 17 del 22 dicembre e il video alle 19,15.

Prima domanda: i tre maggiori esponenti del pd molisano, non sapevano, e si sono fatti prendere in giro da Romano, o sapevano e hanno preso in giro gli iscritti al pd? 

Seconda domanda: ma il pd Molise non ha l’autonomia e la capacità di iniziativa del pd Lazio e Lombardia perché è piccolo o perché non è in buone mani?

venerdì 14 dicembre 2012

MESSAGGI ELETTORALI (3) Tra primarie e votovero


Torniamo sulle primarie del centrosinistra.
Renzi, è stato detto, ha avuto comunque il merito di mettere una pietra sopra al dualismo degli ex (PCI-DC). La maionese era impazzita, l’olio (santo) di qua e il tuorlo d’uovo (rosso) di là. E, come si sa, se la maionese impazzisce si può solo ricominciare daccapo.

 
Non che fosse sbagliata l’idea dell’incontro tra socialdemocrazia e sinistra cristiano-sociale. In Europa la socialdemocrazia ha già da tempo compiuto questa sintesi, senza che la componente cristiano-sociale si sia mai sentita in dovere di metterne in discussione la matrice fondamentale. Così invece è andata in Italia. L’ambizione originaria ne è risultata frustrata, la sintesi non ha convinto gli elettori, che pure, lo si è visto, erano ben disposti in linea di principio.
Con l’esigenza di andare oltre quel tentativo incompiuto si era già misurato il PD all’origine. Veltroni si era proposto di guidarlo verso un approdo nuovo, volgendo lo sguardo al Partito Democratico americano, in cui del resto il filone della dottrina sociale cristiana è fortemente presente (la dimensione religiosa informa la cultura politica USA sia a destra che a sinistra). Quel modello poteva dunque risultare ben accetto a entrambi i contraenti originari, per una sintesi su basi tuttavia diverse da quelle su cui si realizza nelle socialdemocrazie europee.
L’idea di una contaminazione tra la cultura d’oltreoceano, fondata sulla persona, e la tradizione europea delle aggregazioni sociali intermedie come strumento di valorizzazione e di tutela delle persone attraverso il veicolo della socializzazione, poteva essere feconda. Anche per le socialdemocrazie europee che vivevano un momento di difficoltà dopo la caduta del Muro. Nel momento in cui la storia passata dava loro ragione, alla fine del secolo breve che si era aperto con la divisione all’interno dell’internazionale socialista, il nuovo scenario sembrava coglierle impreparate. L’Italia, per molte ragioni di carattere storico, si prestava a fare da laboratorio per un simile tentativo di innovazione politica, che però è finito male, forse è prima ancora di cominciare.

Non so se possa essere riesumato. Mi sembra tuttavia chiaro che  l’esito che Renzi ha configurato non ha molto a che vedere con quello all’origine del PD. D’altronde neanche il PD ha risposto agli interrogativi attorno alla sua missione: quello che esce dalle primarie non è un Partito Socialdemocratico, anche se certamente assomiglia più a quel modello che a quello dei democratici USA. Il pragmatismo bersaniano lo ha modellato come partito europeo di sinistra riformista. Del disegno veltroniano rimane, più che la tensione verso un’innovazione della cultura politica, che appare abbandonata, proprio la cosiddetta “vocazione maggioritaria” che era stata più ferocemente rimproverata a Veltroni fino a portarlo a rinunciare alla segreteria.

E Renzi allora? Il richiamo al Partito Democratico USA non è mancato. Ad Obama, in particolare. Ma è stato, secondo me, ingannevole. Entrambi giovani, sì, contro l’apparato, sì. Ma a ben vedere Obama non si è collocato fuori dagli schemi. Si è voluto caratterizzare piuttosto per la riscoperta dei valori fondanti, non solo del suo partito ma della nazione americana. Il richiamo rivelatore del posizionamento di Renzi è stato piuttosto quello a Blair (e semmai, in ambito Democrats, a Clinton che aveva tentato una strada nuova, più o meno in contemporanea).
Ma qual è stato l’approdo di Blair? Quale modello ha costruito? Difficile dirlo, visto che non sembra avere avuto seguito, né con Gordon Brown né con Milliband.

Dove vuole andare Matteo Renzi
Se dovessi provare a dire in breve quale sembra essere la nuova missione, il nuovo “ubi consistam” della sinistra blairiana-clintoniana credo stia nell’idea (o nell’illusione) di rendere compatibili i fondamenti del pensiero socialdemocratico con il dominio planetario della finanza globale.
Dagli anni Venti del secolo scorso la cultura socialdemocratica era giunta alla conclusione che si dovessero porre vincoli al funzionamento spontaneo del mercato delle merci per correggerne le gravi distorsioni sul piano sociale. C’era poi voluto all’incirca mezzo secolo riuscire a farlo davvero, con grandi difficoltà e attraverso enormi lutti, in base a ricette politiche su scala nazionale, “coordinate” a livello internazionale.
Quell’equilibrio e quelle ricette sono saltate con la globalizzazione e con la libera circolazione dei capitali. Non esistendo una dimensione politica sopranazionale dotata di strumenti neanche solo paragonabili, come efficacia e potenza d’impatto, a quelli di cui la politica nazionale poteva disporre nei confronti del mercato delle merci, il mercato dei capitali ha preso il sopravvento. Con la tendenza all’accumulazione di ricchezza illimitata, sproporzionata, che lo caratterizza, ha determinato distorsioni e sconquassi sociali ben più gravi di quelli provocati in precedenza nell’economia reale.
 
Il tentativo di sposare la finanza globale e di farla andare d’accordo con la coesione e con il principio di uguaglianza si è rivelato una tragica illusione. Su quella sono naufragati sia Blair che Clinton. Le ricette per porre rimedio non sono ancora messe a punto, la sfida per la politica e per la democrazia è enorme e inedita. La sinistra, socialdemocratica e “democrat”, si candida a vincere questa sfida, senza di che avrà perso la sua ragion d’essere. Ma non la vincerà tornando a quei tentativi illusori, che appaiono inservibili, non fanno guardare avanti ma condannano a ripetere esperienze di sconfitta.

Questo è stato, credo, il piombo nelle ali di Renzi. Non “ragazzetto ambizioso” ma apprendista stregone. L’abbraccio del finanziere Serra, l’abbinamento con l’immagine delle Cayman e dei paradisi fiscali, gli sono costati cari perché segnalano una condiscendenza verso l’evasione fiscale e l’illegalità e perché lasciano intendere la tentazione di legittimare l’egoismo e il cinismo del capitale finanziario come forze propulsive della società. Quasi fossero paragonabili alle catene di montaggio della grande manifattura o ai garage dove si sperimentavano le nuove frontiere dell’ICT.
Tuttavia, ancor più caro gli è costato l’aver provocato un riflesso legalitario, che ha segnato l’omega della sua campagna: un moto di ribellione per la “monelleria” dell’invito al “mail bombing” tra primo turno e ballottaggio, episodio istruttivo e rivelatore, più che del “progetto-Renzi” forse del comune sostrato morale della squadra che aveva messo in piedi.
Un autogol, peraltro. Era stato dato per acquisito che nessuno avrebbe usato la lente di ingrandimento, né richiesto l’analisi del sangue, a chi si fosse registrato in ritardo. Presentarsi ai seggi, negli orari stabiliti, firmare un’autocertificazione, appariva un filtro efficace contro inquinamenti e provocazioni. L’abbraccio finale dopo il confronto a due su Rai-Uno suggellava questo appeasement raggiunto anche sulle regole. Ma comprare pagine a pagamento per dire - la sera stessa! - “cerchiamo di fregarli che sennò abbiamo perso” è stato un pugno nello stomaco per molti. Non ha probabilmente fatto perdere voti a Renzi ma ha reso inossidabile e impermeabile la schiera bersaniana portandola a votare in una proporzione altrimenti difficile da raggiungere. Perché ha dato corpo, plasticamente, alla tendenza a travolgere le regole, qualsiasi regola, che è tipica del capitale finanziario globale.

Insomma, l’idea che la parola d’ordine “arricchitevi” possa essere ancora attuale, che possa, anzi, rappresentare oggi un simbolo di modernità e perfino combinarsi felicemente con il pensiero socialdemocratico ... si è rivelata un’idea fallace. La sintesi è illusoria, la tigre non è fatta per essere tenuta in giardino. Almeno, gli elettori di sinistra, in maggioranza hanno dimostrato di non crederlo possibile.

Non solo PD. Ma ...
E gli altri competitor? Ho dedicato grande spazio al PD nelle primarie del centrosinistra partendo dall’affermazione iniziale che il PD le aveva vinte. I sondaggi dei giorni successivi, convergenti senza eccezioni, lo hanno confermato. Ma il ruolo degli altri non è stato certo marginale. In particolare, Vendola ha giocato, anzi, un ruolo che è apparso decisivo.
Il fatto è che nel momento stesso in cui esercitava quel peso metteva a nudo anche una contraddizione che difficilmente appare risolvibile. Ha pesato nella misura in cui si è sommato alle posizioni, largamente sovrapponibili a quelle di SEL, che hanno ampia cittadinanza nel PD. Ma, una volta che ciò sia apparso chiaro, quanto resta comprensibile e sensata l’alterità, la divisione?
La risposta resta in sospeso, ma non potrà essere elusa ancora a lungo, ritengo. E il ragionamento vale altrettanto per un PdCI che non ha espresso un candidato ma ha fatto sentire anch’esso la sua presenza e il suo peso. Staremo a vedere.

E ora, primarie di collegio
Intanto, con un coraggio che rasenta la temerarietà, Bersani ha portato il gruppo dirigente del PD a sposare unanime le primarie per i collegi parlamentari. Una sfida ancora più ambiziosa delle “primarie aperte”, i cui rischi sono nascosti in ogni passaggio di un percorso che per forza di cose dovrà essere compiuto a gran velocità. Di corsa, prendendo esempio dalla marineria delle incursioni veloci, o “corsara”. Il diavolo si anniderà nei dettagli delle regole, dell’organizzazione, ma soprattutto nel segno d’assieme del risultato finale. Non potrà essere “tanto rumore per nulla”, l’esito dovrà apparire quello annunciato. Un cambiamento misurabile a prima vista.

Ancora sulle “primarie”.degli altri 
Diciamolo chiaramente: messe a confronto con quelle del PD, le due vicende parallele, di Berlusconi e Grillo, sono apparse in tutta la loro assurdità oltre che nella profonda somiglianza che le unisce.
Tra il dire “decido io” e il far decidere a un corpo selezionato (32.000 persone, se non ancor meno) entro una rosa appena un po’ superiore agli “eligendi” (1.600 per 950 posti) c’è molta differenza? Uno è spudorato (bugiardo galattico), l’altro ha sprezzo del ridicolo (per deformazione professionale). Ma rischia di essere un po’ come la differenza tra hard core e burlesque. Per non dire dell’imbarazzante analogia che affiora nell’alternarsi di deliri di onnipotenza e stati confusionali (qui lo dico e qui lo nego).
Ma non ci si può fermare alle analogie tra i due primattori. Qualche differenza profonda c’è e deve far riflettere. Una vicenda ci dice dell’implosione (irreversibile per ora) della destra italiana, deragliata con un fragore che si è sentito in tutta Europa e ha fatto colpo anche oltre gli oceani. L’altra invece interroga soprattutto la sinistra, anche se non è lecito definire di sinistra il Movimento 5 Stelle.
Possiamo pensare di consolarci rilevando che raccoglie nel suo seno – alcune biografie lo hanno mostrato chiaramente una volta divenute di pubblico dominio – anche gente che “per bene” non è esattamente. Che ne raccoglie altri che non sono “quelli della porta accanto”, mai contaminati dal morbo della politica attiva, ma personaggi che hanno seguito percorsi ben tracciati, con risultati penosi, anche a sinistra ma in misura forse maggiore in ambiti di destra.

Ma è una ben magra consolazione, perché la maggioranza degli attivisti è comunque fatta di giovani che cercano nuove strade di impegno politico concreto, militante, su temi chiave della nostra vita associata, decisivi per il nostro futuro, in un ottica facilmente sovrapponibile a quella che anima i loro coetanei collocati a sinistra.
Prendiamo atto che si sono dimostrati disposti ad avallare le stramberie, chiamiamole così, dei loro diarchi, il guru e il comico. Lo hanno fatto per non rischiare di perdere un potente strumento di condivisione con tutti quelli come loro che hanno incontrato in questa esperienza, per non ritrovarsi soli, punto e daccapo. Per colpa nostra, dunque. Dovremmo farne motivo di riflessione severa, altro che riderci sopra.

sabato 8 dicembre 2012

MESSAGGI ELETTORALI (2) - Archiviate le primarie, verso le secondarie


Archiviate le primarie del Centrosinistra.

Ha vinto il PD, hanno detto in molti. E’ vero. Come è vero che è una vittoria che fa bene al Paese.
Ha vinto Bersani, che ha promesso di cambiare il PD senza cambiare la sua missione statutaria. Renzi voleva invece cambiarla, partendo dal cambiare gli uomini e le donne del PD, ma ha perso. Quasi 4 elettori su 10 hanno però detto che non si accontentano di cambiare persone, modalità, usi e costumi. Vogliono andare oltre, anche accettando il rischio di una nuova missione che non ha ancora preso corpo.

Non ho votato Renzi perché non credo si possa correre quel rischio.
Avrebbe però potuto tentarmi, se fosse stato più comprensibile il nuovo “luogo” politico che il PD secondo lui dovrebbe occupare. Perché effettivamente l’incontro tra la cultura socialdemocratica e quella del cattolicesimo progressista sembra proprio aver fatto il suo tempo. Ma su questo ritornerò, se a qualcuno può interessare.


Verso le secondarie

E Bersani? Le promesse su cui ha costruito la sua vittoria sono impegnative. La campagna per le primarie è molto diversa da quella per le secondarie. Non ammette promesse da marinaio, perché devono essere esigibili PRIMA delle secondarie, e ne determinano l’esito. Chi ha detto la verità nelle primarie e ha mantenuto le promesse, in genere ha vinto le elezioni. Veltroni ha perso nel 2008 perché, dopo aver vinto le primarie con la promessa di riassumere nel PD la proposta di tutto il centrosinistra nelle sue varie articolazioni, ha poi presentato all’elettorato un’immagine (candidati, proposte, linguaggi) espressione di una parte, neanche quella più gradevole, del PD. Aveva di fronte la potenza di fuoco del Cavaliere, certo, ma il suo esercito aveva perso per strada ogni carica propulsiva.
Oggi Bersani promette di cambiare davvero. Promette le primarie di collegio. Promette una squadra di governo nuova, capace di reinterpretare in modo convincente la missione del PD, per dare agli elettori una speranza di uscita dalla crisi che emancipi la politica dalla sottomissione alla finanza sregolata e sproporzionata.
Non può tradire le attese. Sono intimamente convinto che non lo farà.

La prima prova si avrà nel Lazio. In Lombardia e in Molise si potrebbe votare prima delle politiche, nonostante i ricatti di Berlusconi, ma al momento non so se ciò avverrà. Quale che sia l’abbinamento, il Molise, piccola regione in confronto ai due colossi, ha davanti a se due strade. Nascondersi, restare nell’ombra e cercare di farla franca. Nel senso che, se la novità non ci sarà o non sarà radicale, potrà tuttavia far finta di niente. La gente si interesserà ad altro. Oppure farsi forte delle sue dimensioni ridotte per proporsi come esempio, laboratorio di novità possibili, percorribili.
Dimostrare che su scala locale si possono percorrere strade nuove su cui non si paga pedaggio alla finanza: si può fare e può aiutare anche chi guarda da fuori.
Misurata sulla dimensione del dibattito politico che prevale in queste settimane in Molise, questa ambizione appare del tutto sproporzionata e infondata. Ma, chissà, uno scatto di reni.
Perché se si sceglie la prima strada, si va incontro a un rischio quasi impossibile da evitare: quello di condannare i cittadini molisani a un disastro economico e sociale che non ha precedenti e che ricaccerebbe la Regione là dove era confinata fino a 50 anni fa. Ultima tra le Regioni dell’area più derelitta. Un tempo, rispetto al resto dell’Italia, oggi, sempre più, rispetto al resto d’Europa.
E’ qui che si balla, non altrove. Non si scappa. Osare si deve, non per spirito di avventura ma per istinto di sopravvivenza. Se ancora ce n’è.

 

Archiviate anche le primarie del centro-destra. 
Cancellate dal ritorno di Berlusconi. “Perché abbiamo cercato un nuovo Berlusconi del ’94 ma non l’abbiamo trovato” ha detto serafico nella cornice di Milanello. Ma che razza di formazione politica ha messo in piedi, che leader è mai stato, se non sono stati in grado di trovare un successore che non fosse un segretario particolare, un portaborse, o qualche arnese riciclato, o improbabili guitti della periferia imprenditoriale? Allora aveva ragione chi diceva, già qualche lustro fa, che l’unica successione che Berlusconi avrebbe accettato sarebbe stata quella di Piersilvio o di Marina!
Si usa dire che il collasso di uno schieramento politico ha ripercussioni, in genere negative, sul sistema nel suo complesso. Probabile sia vero anche stavolta, ma come dimenticare quale collasso al sistema sia stato provocato fin qui da quella coalizione nel fulgore del suo potere!

Archiviate le "parlamentarie"
Nella versione “strana” delle primarie denominata “parlamentarie” si sono contati novantamila voti per milleseicento candidati a un migliaio di posti in lizza. Erano consentiti tre voti per ciascun militante del Movimento 5 Stelle, c’è da ritenere che abbiano votato più o meno 50.000 persone.
Se vi viene da ridere, meglio trattenersi. Potrebbero agguantare più seggi del centro-destra. Personaggi che sembrano provenire dagli sketch delle candid camera? Attenzione! Sono convinto che una buona parte di quei candidati siano animati da genuina passione politica e da una radicata volontà di cambiamento, del tutto giustificata. Gli opportunisti che hanno fiutato l’occasione della vita, agguantare una fortuna meglio di un Gratta e Vinci con molto meno sforzo, ci sono senz’altro ma non possono essere presi a pretesto per banalizzare. La diarchia che detiene il copyright, il guru e il comico, può essere accusata di irritante protervia così come di comicità surreale, ma quel movimento non è il Partito dell’Amore di Cicciolina, né la macchina del potere costruita sullo scheletro Fininvest da Forza Italia. Va preso sul serio. Anche se è possibile che faccia danni seri. Soprattutto se ingabbierà e sottrarrà alla politica vera quei giovani appassionati che dovrebbero essere senz’altro annoverati tra le speranze del Paese.
Quei giovani hanno un moto di ribellione quando li si accusa di restare sul mero terreno della protesta. Ambiscono a molto di più e agiscono in modo molto più fattivo e positivo. Il guaio è che non hanno ancora ben sistematizzato un dato di fatto che dovrebbe farli riflettere: se 50.000 persone in tutto si sono impegnate attivamente per una tornata elettorale in cui è possibile che raccolgano un numero di voti cento volte tanto, la realtà ci dice, impietosamente, che per quanto possano rifiutare l’etichetta di protestatari, gli elettori li sceglieranno proprio in quanto li considerano tali. A torto? E sia. Ma dovrebbero comunque pensarci su, perché se anche così fosse, in definitiva non è rilevante. Tanto più se l’intera strategia comunicativa è sottratta al loro controllo e tutta orientata a veicolare esattamente quel messaggio: “vaffa”, senza se e senza ma, e chi si sporca le mani è un traditore. Bannazione!