mercoledì 31 ottobre 2012

Si torna a votare!


In Molise si torna a votare.

Di seguito una lista di cose da ricordare in avvio di campagna elettorale.

Hanno vinto le regole.
I “soccombenti” le hanno definite “formalità”. Una sola è stata effettivamente giudicata tale, la firma di Romagnuolo. Le altre irregolarità il Consiglio di Stato le ha considerate sostanziali e dirimenti. Ed ha ritenuto di dover compiere un’operazione di chiarezza indirizzata a tutti coloro che saranno chiamati (sin dalle prossime regionali e nazionali) a compiere le operazioni preliminari di presentazione delle candidature. Chi ha continuato a insistere con l’argomento dei “formalismi” ha solo dato dimostrazione di non voler cambiare indirizzo rispetto allo spregio delle regole a cui si è ispirata la maggioranza di centro destra in Molise (così come in Italia) negli anni recenti.

Hanno vinto gli otto cittadini elettori. E Paolo Di Laura Frattura.
E pochi altri, tra i politici eletti. La maggior parte ha guardato con sordo rancore, anche dagli scranni dell’opposizione, all’iniziativa giudiziaria. Lo si è notato, anche se qualcuno si è mimetizzato dietro il radicalismo verbale nelle denunce. Non che sia mancato qualche buon motivo di critica. Peccato però non aver neppure fatto finta di considerare prioritario liberare il Molise dal giogo di una politica che ha prodotto danni incalcolabili alla regione (fotocopia di quella che ha ridotto il Paese in condizioni drammatiche). Evidentemente, altri quattro anni di comoda oratoria tribunizia ben remunerata facevano troppo gola.

La battaglia non è vinta ma solo iniziata.
Il sistema Iorio è in sfacelo. Sanità, imprese strategiche, infrastrutture, ambiente, etica pubblica, il bilancio è disastroso, impressionante. Tutto lascia credere che quel sistema sia giunto al capolinea. Ma non se ne deve dedurre che automaticamente, quasi per legge fisica, un sistema migliore sia destinato a prenderne il posto. Se vince l’ignavia, il rifiuto di curvare la schiena e accollarsi il peso della ricerca tenace delle soluzioni più eque e più efficaci. Se vince l’abulia, ridurre la partecipazione a un vociare indistinto di proteste, ovvero di proposte che però si sottraggono al confronto democratico e perfino al conflitto. Se vince l’opportunismo, la ricerca del minimo sforzo anche a costo di mancare l’obiettivo minimale. Se non si riescono a sconfiggere questi nemici nascosti anche nello schieramento amico, Iorio può anche perdere ma non ne ricavano niente i cittadini molisani. Mi fa paura chiunque pensi di affrontare la battaglia prossima come un gioco di società e non sente tremare le vene dei polsi.

 E’ l’ora dei programmi.
Non della lista della spesa. Non delle cento ricette di cucina tipica. Non del breviario di preghiere e giaculatorie. Non dell’elenco dei fioretti per il Mese Mariano. Direi piuttosto: dieci comandamenti su cui giurare, cinque progetti di legge da presentare entro centro giorni su cui chiedere la fiducia al Consiglio (se no tutti a casa) e dieci atti di amministrazione da adottare immediatamente: tra questi, quelli necessari per assolvere a un impegno solenne per la trasparenza e per il confronto con le espressioni organizzate del corpo sociale. Solo con provvedimenti attuativi efficaci e immediati l’impegno sarà solenne nel senso di verificabile, scadenza dopo scadenza, ed esigibile.

La lista può continuare. E’ evidente. Ma è meglio non allungare troppo il brodo.

sabato 20 ottobre 2012

Aspettando il Consiglio di Stato


Tra pochi giorni si conoscerà il verdetto del Consiglio di Stato sulle elezioni molisane.
L'attesa può suggerire qualche riflessione non condizionata dall'esito della vicenda.


    Comunque vada, non potrà che essere una sentenza politica
  1. E' politica la materia del contenzioso. La sentenza farà precedente. E farà chiarezza sul peso da dare alle regole che sovrintendono alle operazioni elettorali. Nel momento politico che il Paese sta vivendo. A pochi mesi da elezioni politiche di importanza storica, un passaggio di fase che segnerà la fine della Seconda Repubblica. E da elezioni regionali in tre delle quattro più popolose regioni d'Italia, amministrate tutte dal centro-destra.
    Poiché si è ripetuta, a dieci anni di distanza, una vicenda che il Molise ha già vissuto, la sentenza ci dirà se il peso delle regole si è modificato in questo lasso di tempo.
  2. E' singolare che sia stata accolta con qualche sorpresa l'attenzione che il Collegio giudicante ha dedicato alla vicenda della lista UDC, quando dovrebbe essere chiaro che si tratta dell'aspetto dai risvolti politici più pesanti.
    Si è fatto un gran discutere del peso da dare a una formalità, apparsa irrilevante a molti nel centro-destra, quale la spillatura dei fogli successivamente alla raccolta delle firme. In sostanza i presentatori della lista hanno invocato la buona fede e l'irrilevanza, sul piano sostanziale, dell'aver separato i fogli (in precedenza uniti, a loro dire) per inserirne altri (i certificati elettorali, a quanto pare). Si può annullare un'elezione per questa inezia?
  3. Il PdL aveva invocato un argomento non dissimile nel caso del Lazio. Si può impedire la partecipazione alle elezioni a un partito (che era allora il primo partito in Italia) per un banale ritardo di minuti nella presentazione della lista, dovuto a un'improvvisa caduta degli zuccheri e alla necessità di mettere un panino nello stomaco? Poi la storia ci ha mostrato non solo i retroscena ma anche gli sviluppi successivi di quel particolare “insignificante”.

  1. Torniamo al Molise e all'UDC. La buona fede non può essere invocata. Non credo si tratti di portare prove pro o contro il fatto che ai firmatari fossero stati sottoposti fogli uniti tra loro e dunque recanti con chiarezza nel frontespizio l'indicazione della lista per cui si raccoglievano le firme. Il Collegio dovrà invece pronunciarsi su un fatto che è stato appurato senza ombra di dubbio: sono stati uniti successivamente fogli di firme che non recavano l'indicazione della lista per cui erano state raccolte. E' lecito? E' ammissibile? E' una formalità su cui si può sorvolare?
  2. Non vorrei scandalizzare nessuno, ma per quel che mi riguarda una risposta affermativa, mi si perdoni il bisticcio, non sarebbe scandalosa. Che un magistrato si possa trovare ad esercitare una funzione innegabilmente politica non solo non lo considero uno scandalo ma ritengo faccia parte della fisiologia del suo ruolo. Senza scomodare common law e civil law, non penso che il nostro sistema giuridico, fondato sulla “sacralità” della norma scritta, faccia del giudice un mero sacerdote officiante senza alcun potere interpretativo. Penso che un giudice sia chiamato ad un esercizio di responsabilità, da cui non può sottrarsi: “leggere” la norma sempre e comunque con gli occhiali della storia, ovvero della società in movimento, in cui quella è calata.
  3. Non intendo dunque trincerarmi dietro la formalità della norma, né ergermi a giudice della buona fede di chi ha raccolto le firme per l'UDC. Ritengo però che i giudici si esprimeranno nella piena e responsabile coscienza delle conseguenze politiche del loro verdetto. Se sarà considerato lecito, ammissibile, peccato veniale scusabile, unire in momenti separati fogli di firme privi di intestazione questa sarà la nuova regola.
Si potranno raccogliere le firme per una coalizione decidendo solo in un secondo momento a quale lista conferirle in modo da massimizzare (o minimizzare, se apparisse più opportuno) il numero di liste in appoggio.
Si potranno raccogliere firme per metterle a disposizione di un intermediario (di fiducia del firmatario) che potrà offrirle sul mercato politico.
Non vado oltre. Il nesso tra una prassi di questo genere e la piaga (spero sia considerata tale dai miei lettori) del voto di scambio è evidente.

Il diritto preminente degli elettori

  1. Confesso di non essermi appassionato al tema della rinuncia al riconteggio da parte degli elettori ricorrenti. I conti fatti in base alle comunicazioni dei rappresentanti di lista e degli scrutatori (di entrambe le coalizioni, come è risaputo) davano vincente Di Laura Frattura. Non vuol dire però che il riconteggio lo avrebbe dato vincente. Nessuno può dirlo con certezza e trovo semplicemente puerile che dal centro-destra si siano levate voci che pretendevano di accreditare il contrario, ossia che si stesse profilando una riconferma della vittoria del centro-destra. Non è vero perché, semplicemente e banalmente, mancano del tutto i presupposti per affermarlo.

  1. Ma un argomento più “sofisticato” è stato usato contro i ricorrenti (e contro Di Laura Frattura): “Gli elettori avevano il diritto di sapere chi aveva vinto.” Vero, sarebbe stato ottimo. Ma c'è un diritto che precede, logicamente, politicamente e perfino eticamente, se mi è concesso, quello di sapere. Ed è il diritto ad essere governati da chi gode del consenso maggioritario degli elettori. Un diritto che un verdetto “a babbo morto” (vedi Lombardia) avrebbe reso vano, pur soddisfacendo l'altra esigenza. E' per questo motivo, e non solo per un puro costrutto formale di ordine giuridico, che la questione della validità delle elezioni va considerata “assorbente” rispetto all'esito delle elezioni che si sono svolte. Ammesso ovviamente, ma la verità (giuridica) la sapremo solo con la sentenza, che lo svolgimento fosse viziato da irregolarità non sanabili.

Il bilancio di un decennio

  1. In un dibattito televisivo di questi giorni di fibrillazione, un esponente di peso del centrodestra, l'assessore Vitagliano, ha usato un argomento con il piglio di chi ha in serbo la verità ultima, il giudizio finale: “Se parliamo di politica e non di formalità, la vittoria di Iorio sta nell'aver reso il Molise di oggi migliore di quello di dieci anni fa.” Stupefacente.
  2. Non solo pretendere di sostituirsi (ipertrofia dell'ego?) al giudizio di chi ha titolo per giudicare (il corpo elettorale). Non solo pretendere che si tratti un dato di fatto (coppia “vero / falso”) anziché di un giudizio soggettivo (“buono / cattivo”, “giusto / sbagliato”). Ma nascondere (o nascondersi?) quel tanto di dati di fatto che dovrebbero sorreggere anche un giudizio prettamente soggettivo, quale quello politico.
    Potremmo discutere del peso da dare ai vari parametri su cui può fondarsi un giudizio, e avremmo almeno chiaro il sistema di valori in base al quale giudichiamo. Quel sistema di valori da cui si distingue, se la politica ha un senso, un giudizio “di sinistra” da uno “di destra”. Ma almeno qualche parametro dovrebbe essere fornito!
  3. E' cresciuto il PIL? L'occupazione? I chilometri di rete ferroviaria? L'offerta di servizi sanitari o la qualità dei servizi resi? O il tasso di lettura dei quotidiani? E' migliorato il saldo della mobilità dei pazienti? O il saldo della bilancia dei pagamenti? O il bilancio consolidato delle partecipate? O la produzione culturale? Sono diminuiti i tempi di percorrenza (indipendentemente dal vettore considerato)? O i conferimenti di rifiuti in discarica?
    Mi risulta aumentata la produzione di energia (la regione da importatrice è divenuta esportatrice). Nonché le cubature edificate e i metri quadri asfaltati. Possiamo elencare costi e benefici che ne sono derivati alla popolazione?
    Possiamo vantare qualche altro aumento (tasse, accise), su cui forse l'assessore preferirebbe sorvolare.
  4. Certo, si può pensare che senza Iorio sarebbe andata peggio. Con le Torri Gemelle, l'aviaria, i mutui sub-prime, i debiti sovrani e chi più ne ha … potevamo assistere a disastri peggiori. Ma non potremo mai saperlo perché dieci anni fa il Presidente eletto è stato giudicato “abusivo”. Perché le elezioni non si erano svolte regolarmente.

lunedì 15 ottobre 2012

Solagrital e Zuccherificio del Molise. FARE LUCE!


E’ il momento di fare il punto sulle vertenze che riguardano le partecipate della Regione Molise, di cui mi sono occupato in precedenti post (Solagrital, Zuccherificio).
Non solo perché hanno richiamato (finalmente!) l’attenzione dei media nazionali. Né solo perché è il momento di tirare le somme, alla vigilia del verdetto che ci dirà se la Giunta Iorio è ancora in piedi. Ma fondamentalmente perché stiamo entrando in un passaggio decisivo, in entrambe le vicende, che suscita apprensioni e interrogativi nei diretti interessati e in chiunque abbia a cuore le sorti dell’economia di questa regione.

giovedì 4 ottobre 2012

Le dieci risposte della Regione sullo Zuccherificio del Molise


Nel post precedente ponevo alcune domande, alla vigilia dell'adunanza dei creditori dello Zuccherificio del Molise, convocata il prossimo 10 ottobre per decidere attorno alla proposta di concordato preventivo
Riguardavano aspetti a cui ritenevo non si fosse ancora data risposta da parte di “chi di dovere”, cioè dalla Regione unica proprietaria dello Zuccherificio (vecchia Spa + Newco), nonostante riguardassero i lavoratori e i coltivatori, che hanno diritto di vederci chiaro non solo  per il passato, in quanto creditori (privilegiati), ma ancor più per il loro futuro
“Chi di dovere”, nella persona dell’Assessore competente, mi ha usato la cortesia di una risposta, postandola su uno dei siti (quello de “Il Ponte”) su cui un lettore di questo blog direttamente interessato, Pietro Marcone (uno dei dipendenti della Vecchia Spa il cui distacco presso la Newco va in scadenza il prossimo 15 ottobre) aveva ritenuto di condividerlo.
Per essere più precisi, ha postato le risposte che, su sua richiesta, sono state fornite dall’Amministratore unico del Nuovo zuccherificio del Molise, Alberto Alfieri.
Mettiamo dunque in fila anche queste risposte con le domande:

D. 1) La proposta di concordato preventivo prevede la continuità aziendale anche per il ramo che resta alla vecchia spa Zuccherificio?
R. non e' prevista continuita' per la vecchia SPA ma liquidazione al termine della procedura

D. 2) Se la risposta è si, perché non c'è un piano industriale anche per l'attività della vecchia Spa che contenga, con la valutazione degli asset, anche un business plan per l'attività e una previsione riguardo al personale addetto?
R. vedi sopra

D. 3) Se la risposta è no:
3a) a quale attività vengono destinati i lavoratori rimasti alle dipendenze della vecchia Spa, così da dare attuazione alla delibera del Consiglio Regionale sulla salvaguardia dell’occupazione attuale?
R. si stanno trovando soluzioni concordate per singolo lavoratore

3b) a chi sarà affidata dalla Newco l'attività “confezionamento e magazzino”?
R. il confezionamento sarà venduto come ramo d'azienda separato nell'ambito del concordato

D. 4) Perché la perizia di Forma srl su cui si basano le stime degli asset e il ricavato presunto della vendita della vecchia Spa non viene resa pubblica?
R. la perizia di Forma e' giurata e allegata agli atti della procedura. Tutti i creditori ne hanno accesso

D. 5) Quanto incideranno sui conti della vecchia Spa i costi della procedura, comprendendo le consulenze, le perizie, i compensi dell'amministratore delegato, i benefits?
R. Sui conti della vecchia SPA incidono oneri di procedura e giustizia per circa 1.8 milioni in linea con i minimi previsti per un concordato che ha attività + passività che ammontano a oltre 150 milioni di euro. I compensi totali degli amministratori incidono per 180.000 euro annui sulla SPA.

D. 6) Si prevede il ricorso a ammortizzatori sociali?
R. si

D. 7) Se la risposta è sì:
7a) come potranno essere applicati ai dipendenti Newco, trattandosi di società costituita solo da qualche mese?
R. non si applicheranno alla New - co

7b) come potranno essere applicati ai dipendenti vecchia Spa se non c'è continuità nell'attività (vedi domanda 1)?
R. vi sono ammortizzatori previsti in assenza di continuità aziendale (cassa in deroga, mobilita' incentivata, rioccupazione nell'autolavoro etc) che verranno utilizzati se necessari

D. 8) Poiché si prevede di individuare nel 2013 il nuovo compratore dell'attività di produzione, chi tratterà l'accordo interprofessionale con i coltivatori e chi tratterà la vendita in conto lavorazione delle quote non coperte dalla produzione in Molise?
R. i contatti per individuare i compratori potenziali sono già in atto e questi si manifesteranno dopo la pubblicazione del bando. La New-co ha già stipulato un accordo interprofessionale preliminare per la campagna 2013 che entrerà in vigore dopo la adunanza dei creditori fissata per il giorno 10 ottobre

D. 9) Se la risposta è la Regione, non si crea così un ostacolo alla vendita?
R. domanda non pertinente. Che ci azzecca la Regione?

D. 10) Se la risposta è il nuovo compratore, non sarà indispensabile individuarlo in tempo utile (entro il 2012)?
R. vedi risposta 8

Dovrei fermarmi qui. La parola dovrebbe passare ai diretti interessati, per i quali ho cercato di svolgere un ruolo di servizio, per così dire, aiutando a far emergere aspetti che non mi sembrava fossero stati mai chiariti. Le risposte sembrano invece dare tutto per scontato come se si trattasse di aspetti già abbondantemente di dominio pubblico.
Per quel che mi riguarda, tuttavia, non mi apparivano così scontate e dunque mi resta qualche dubbio. Forse mi è sfuggito qualcosa fino adesso. Perciò, di nuovo con spirito di servizio, mi vedo costretto a rivolgere qualche ulteriore domanda.

Quanto alle domande 1, 2, 3, 6, 7), se la vecchia Spa è destinata ad essere liquidata, ciò vuol dire che la perizia giurata relativa al ramo confezionamento lo valorizza solo in base al valore di realizzo degli asset. Come si concilia questa risposta con il Piano industriale (nonché con la stessa risposta 3b) secondo cui il confezionamento sarà venduto come ramo d'azienda e come tale valorizzato? Senza personale? Per avere come unico cliente lo Zuccherificio?
La risposta sarà di qualche interesse. a) Per i lavoratori di quel ramo, per i quali si prevede una sistemazione “caso per caso” (soluzioni per singolo lavoratore) con l’intenzione dichiarata, peraltro, di “concordarle” (???), e comunque il ricorso agli ammortizzatori sociali (da concordare obbligatoriamente per legge) senza che si preveda (perché mai?) L’IMPIEGO NEL RAMO D’AZIENDA A CUI SONO RIMASTI ADDETTI. b) Per i creditori, per i quali potrebbe essere rilevante sapere se le “soluzioni individuali”, così come il ricorso all’unico ammortizzatore previsto in caso di cessazione (che è la mobilità, l’Amministratore dovrebbe saperlo) saranno a costo zero, visto che non sono contabilizzate.
Ovviamente (domanda 4) la perizia di Forma srl aiuterebbe a capire, ma è a disposizione (solo) dei creditori. Non dovrebbero esserne a conoscenza anche i Consiglieri Regionali, essendo lo Zuccherificio (vecchia Spa e nuova Srl) di proprietà totale della Regione Molise, ed essendo quella perizia parte integrante del Piano Industriale, della Proposta di Concordato e della Relazione di Asseverazione su cui si dovranno basare le loro valutazioni?

Quanto alla domanda 5), è imbarazzante che “chi di dovere” abbia ritenuto di girarla a chi della procedura è parte integrante, parte attiva (per non dire protagonista) e dunque parte dei costi a cui la domanda si riferisce. E la risposta si limita a riprendere la domanda alla lettera dando conto dei costi (aggiuntivi, legati alla procedura per come è stata congegnata) che gravano sulla Spa, e non sulla sua costola srl. Ma per le casse della Regione avrà rilevanza il costo totale (aggiuntivo) che i contribuenti dovranno sopportare.
La risposta deve dunque ancora essere data, e sarà di qualche interesse, oltre che per i lavoratori e i creditori, anche per i contribuenti che potrebbero infine porsi la seguente domanda (da non girare, per cortesia, all’Amministratore), da aggiungere in calce alle 10 del precedente post:
domanda 11) la strada intrapresa (costituzione di Newco, scorporo, affitto, incertezza nella sorte di uno dei due rami di azienda) non è, oltre che più complicata, anche meno efficace e più costosa di quella alternativa della proposta di un concordato preventivo per la Vecchia spa, così da riportarla “in bonis” per la vendita sul mercato (come ora si sta facendo per la sola Newco)?

Resterebbero infine da fare alcune osservazioni sulle ultime tre risposte, ma si possono condensare (e siamo in argomento con quanto precede) rispetto alla domanda 9). “Che ci azzecca la Regione?”, risponde a sua volta con una domanda l’Amministratore, dopo aver ammesso (alla domanda 8) che le trattative con i soggetti interessati alle quote (in conto lavorazione) e con i coltivatori li sta gestendo la Newco (intendendo, immagino, chi la dirige). Imbarazzante risposta, per la seconda volta.
Mi rivolgo allora all’assessore competente: forse avrebbe dovuto riflettere un momento di più prima di girare le domande all’Amministratore delegato. Perché così facendo sta mettendo la sua firma sotto l’affermazione che la Regione, unica proprietaria dello Zuccherificio, con la gestione della sua sorte futura, con il destino delle persone coinvolte, con il buon esito o meno della vendita, con i costi dell’operazione (e con i benefici, se ce n’è qualcuno) non ci azzecca proprio.
Se, come spero si renda conto, non è affatto vero, non pensa (domanda 12) di essersi cacciato proprio in un brutto guaio?

Sullo stesso argomento in questo blog:

mercoledì 3 ottobre 2012

Dieci domande facili sullo Zuccherificio del Molise


Alla vigilia dell'adunanza dei creditori, convocata il prossimo 10 ottobre per decidere attorno alla proposta di concordato preventivo avanzata dallo Zuccherificio del Molise spa, alcune domande restano ancora senza risposta.
Riguardano i lavoratori e i coltivatori, che hanno diritto di vederci chiaro non solo  per il passato, in quanto creditori (privilegiati), ma ancor più per il loro futuro

Proviamo a metterle in fila.
1) La proposta di concordato preventivo prevede la continuità aziendale anche per il ramo che resta alla vecchia spa Zuccherificio?
2) Se la risposta è si, perché non c'è un piano industriale anche per l'attività della vecchia Spa che contenga, con la valutazione degli asset, anche un business plan per l'attività e una previsione riguardo al personale addetto?
3) Se la risposta è no:
3a) a quale attività vengono destinati i lavoratori rimasti alle dipendenze della vecchia Spa, così da dare attuazione alla delibera del Consiglio Regionale sulla salvaguardia dell’occupazione attuale?
3b) a chi sarà affidata dalla Newco l'attività “confezionamento e magazzino”?
4) Perché la perizia di Forma srl su cui si basano le stime degli asset e il ricavato presunto della vendita della vecchia Spa non viene resa pubblica?
5) Quanto incideranno sui conti della vecchia Spa i costi della procedura, comprendendo le consulenze, le perizie, i compensi dell'amministratore delegato, i benefits?
6) Si prevede il ricorso a ammortizzatori sociali?
7) Se la risposta è sì:
7a) come potranno essere applicati ai dipendenti Newco, trattandosi di società costituita solo da qualche mese?
7b) come potranno essere applicati ai dipendenti vecchia Spa se non c'è continuità nell'attività (vedi domanda 1)?
8) Poiché si prevede di individuare nel 2013 il nuovo compratore dell'attività di produzione, chi tratterà l'accordo interprofessionale con i coltivatori e chi tratterà la vendita in conto lavorazione delle quote non coperte dalla produzione in Molise?
9) Se la risposta è la Regione, non si crea così un ostacolo alla vendita?
10) Se la risposta è il nuovo compratore, non sarà indispensabile individuarlo in tempo utile (entro il 2012)?

   

Non mi aspetto che giunga una risposta da “chi di dovere”, cioè dalla Regione unica proprietaria dello Zuccherificio (vecchia Spa + Newco), solo per aver postato queste domande su un blog.
Mi aspetto però che quelli tra i miei lettori che hanno titolo a porre le domande al proprietario unico, al Presidente, all'amministratore delegato le prendano in considerazione. Non sono le mie domande, ma quelle che si pongono, come ho scritto all'inizio, dipendenti (fissi e avventizi) e coltivatori, oltre che, ritengo, creditori rientranti in altre categorie.

Sullo stesso argomento in questo blog:

venerdì 28 settembre 2012

Euro si, Euro no


Il tabù è stato infranto. Da qualche tempo si può parlare liberamente di uscita dall'Euro. E' il caso di parlarne, dunque.

Il sogno irrealizzabile della Lega. Agganciarsi a un Euro-nord sganciato da un Euro-sud

Ne parla la Lega.
Solleva un problema non da poco. Se si dovesse andare allo “split”, ovvero alla scissione tra Euro-nord (forte) e Euro-sud, esploderebbe immancabilmente il tema degli squilibri regionali interni ai paesi deboli. Il più vistoso (non l'unico) essendo quello italiano, i leghisti si fanno forti del fatto che gli indicatori riguardanti le regioni del centro-nord sono molto più vicini a quelli degli Stati forti (e virtuosi) che non a quelli medi dei PIIGS.
Si può obiettare che le inefficienze di sistema del Paese Italia (per dire: ritardi della giustizia, arretratezza della P.A., autoreferenzialità del sistema bancario, evasione fiscale, corruzione) non sono facilmente localizzabili in un'area geografica piuttosto che in un'altra. Le differenze ci sono semmai all'interno delle macro-aree e, soprattutto, tagliano trasversalmente il corpo sociale.
Ma è anche la sequenza logica che non regge. Nel momento in cui l'Italia (Paese) uscisse dall'Euro diverrebbe impraticabile qualsiasi operazione di aggancio all'Euro-forte per una sua parte. Classica zappa sui piedi. A maggior ragione se la questione diventasse (come si sente dire in qualche raduno celtico) quella dell'uscita dall'UE prima ancora che dall'Euro.

Roberto Maroni vuole un referendum contro l'euro 

L'ambiguo ricorso al referendum dei “5 stelle”. La parola ai cittadini: davvero?
Ne parla il Movimento 5 Stelle.
Per rivendicare un referendum che dia ai cittadini la possibilità di decidere sull'Euro. Con quale opzione? Nessuna, sembrerebbe, stando alle dichiarazioni “autentiche”, dei guru del Movimento.
Ritengo siano apprezzabili le novità che il Movimento sta sperimentando quanto alle nuove forme di partecipazione, con un uso massiccio e intelligente delle tecnologie della comunicazione e dei social network. Per loro il veicolo è il contenuto, verrebbe da dire. Ma, un momento! Davvero il Movimento non ha opzioni di contenuto? Non dice la sua su ambiente, economia, etica pubblica (tanto per elencare qualche tema che mostrano di affrontare con più passione)? Se a Parma il M5S che regge il governo della città dovesse risolversi a chiamare i cittadini a un referendum sull'inceneritore, lo farebbe senza indicazione di voto, senza impegnarsi per orientare la scelta in una direzione piuttosto che in un'altra? Suvvia, non scherziamo!
Il tema dell'Euro è dunque meno importante? O meno chiaro? O non sarà che si preferisce nascondere la mano che lancia il sasso?
Non ci vuol molto a immaginare che raccogliere le firme necessarie sarebbe un gioco da ragazzi. Dunque, se è vero che l'indizione del referendum sarebbe in sé un successo, come ha apertamente dichiarato Beppe Grillo, il successo è assicurato. Ma lo stratega del Movimento sa bene, come sanno anche i bambini, che sarebbe al tempo stesso un colpo severo alla stabilità dell'Euro.
Lo fa per la democrazia, a quanto pare. Perché avrebbe dunque il coraggio di affermare che è stato imposto ai cittadini italiani? Che non hanno avuto modo di esprimersi? Dimentica che uno dei motivi principali del successo elettorale di Prodi nel '96 fu proprio il programma di aggancio all'Euro? Dovrebbe ricordare che il massimo della popolarità di quel governo si ebbe nel '97-'98 (poco prima della sua caduta, dunque), proprio in coincidenza con i sacrifici lacrime e sangue imposti al paese per riuscire ad agganciare l'Euro. Quell'Euro da cui – dovrebbe ricordare anche questo – la grande finanza domiciliata in Germania e Olanda voleva tenere lontano il nostro Paese. Così come qualche anno dopo ha gridato allo scandalo per l'aggancio compiuto dalla Grecia, che ora vuole sbattere fuori.
Non sto insinuando che il gioco di Grillo & co. è a indebolire l'Euro sia un “lavoro per conto terzi”, ma sarebbe il minimo aspettarsi un esplicitazione dei motivi di questa scelta. Sarebbe di un atto di onestà politica elementare. Anche per capire dove cominciano e dove finiscono i pregi della “nuova” politica che intende impersonare. In mancanza, per affrontare il tema dell'uscita dall'Euro dobbiamo riferirci agli argomenti portati avanti da chi ne fa un obiettivo esplicito.

 

Ne parla Berlusconi. Ispirato da solidi argomenti? Piuttosto, dalle rilevazioni di Eurobarometro

Stavo per dimenticarmene. Ne parla anche Berlusconi. O, meglio, ne straparla.
Pensando alla cultura politica che lo muove è facile che dietro, più che una qualunque argomentazione, ci siano piuttosto le indagini Eurobarometro. Che mostrano, questo sì, una progressiva disaffezione (a partire, non sarà però un caso, proprio dall'avvento di Berlusconi al governo) nei confronti dell'Euro oltre che dell'Europa. Non tale, tuttavia da far preferire l'uscita, anche se sono il sintomo di un possibile bottino di voti. Che il fenomeno debba preoccupare chi resta convinto che la prospettiva europea non abbia alternative, se non catastrofiche non è affare che possa riguardare il Cavaliere.
Sta di fatto che in termini assoluti non sono una quota rilevante, stando ai sondaggi. E che, senza ombra di dubbio, si tratta di una quota molto meno numerosa di quella che, nell'area dei Paesi “forti”, vorrebbe la separazione “per non accollarsi il peso dei debiti dei paesi spendaccioni”. Ma quale attrattiva può esercitare la prospettiva dell'uscita in un “paese spendaccione” come il nostro?


Le ragioni della destra anti-euro: stampare moneta a volontà. In nome della sovranità nazionale.
Dobbiamo qui distinguere il sentimento “anti-euro” di sinistra da quello di destra.
La variante di destra è questa: con l’ingresso nell’euro non si può sostenere la domanda nazionale stampando moneta. Lo fa la FED americana, lo fanno gli inglesi e le altre monete europee extra-Euro mentre a noi non è concesso. Si noti che in questa versione la svalutazione, conseguenza inevitabile della creazione di moneta, non è tenuta in nessun conto.
D'altra parte, la caduta della domanda interna, nell’impossibilità di una politica di deficit spending, porta alla recessione. Dunque dall'ingresso nell'euro deriva perdita di competitività (non si investe) e impoverimento delle famiglie.
Il salto logico, oltre che nell'ignorare la svalutazione, è nascosto nella premessa, secondo cui la devoluzione del potere di battere moneta a Francoforte ha come conseguenza obbligata (priva di alternative) l’impossibilità di una politica di sostegno alla domanda per via di investimenti pubblici (anche in deficit). Ma non è così ed è di questo che occorre invece parlare.

Soffia un venticello anti-euro anche a sinistra. Stormir di fronde.
Intorno all’uscita dall'euro circolano anche a sinistra, sussurrati, alcuni ragionamenti. Diversi, ma basati su una premessa non troppo distante: con l’ingresso nell’euro non è più consentito recuperare competitività svalutando la moneta.
L'attenzione sembra spostarsi più sulla convenienza che una svalutazione della moneta può presentare sul piano delle ragioni di scambio nell'export anziché sugli effetti di sostegno alla domanda interna. Ma la differenza più rilevante sta nella preoccupazione, che anima la “fronda” di sinistra, che la sola alternativa per recuperare competitività consista nello svalutare i salari: alternativa sbagliata e inaccettabile, che porta alla macelleria sociale e non garantisce altro che un recupero di competitività momentaneo e illusorio.
Resta dunque in fatto: che l'idea che l’ingresso nell’euro abbia portato macelleria sociale e perdita di competitività accomuna gli scontenti di destra e di sinistra. Ma è un'idea fondata?
Ma è davvero inevitabile una svalutazione dei salari se non si può svalutare la moneta?
Dov'è il salto logico? Il ragionamento poggia sul presupposto che la svalutazione della moneta non abbia che un’unica alternativa, ovvero la svalutazione dei salari, che preoccupa giustamente la sinistra (oltre alla caduta della domanda interna per una stretta fiscale, che spaventa la destra, su cui però non vado oltre).
Ora, se esistono invece alternative, che non passano per la svalutazione dei salari e consentono di sostenere la domanda (di consumo e di investimenti), allora i costi che i lavoratori stanno sopportando non derivano dall’euro ma dal fatto che non si perseguono le alternative corrette e si cerca soltanto il recupero di competitività tagliando sul costo del lavoro, sul salario.
Attenzione al pericolo che si nasconde dietro l'illogicità. Si fa credere che la scelta da fare consista nel soppesare pro e contro dell’uscita dall’euro dando per scontato che l’euro comporti quei costi (perdita di competitività e macelleria sociale). Tutto si risolve allora in una contabilità di svantaggi e benefici da porre a confronto con quelli che si avrebbero con l’uscita. Quando, viceversa, l’euro non comporta quei costi come inevitabili. Anzi. Occorre domandarsi se svalutando la moneta (una moneta nazionale debole) non si svalutino ancor più i salari. E se stampando moneta (nazionale, debole) non si sottraggano ancor più risorse alla destinazione auspicabile, di sostegno alla domanda. La risposta dovrebbe essere evidente.

Ovvero, ci viene imposto di farlo, senza che si possa seguire un'altra via?
Ma, si sente argomentare (a bassa voce) a sinistra, se chi comanda in Europa non ci permette di seguire strade alternative a quella della compressione dei salari, siamo costretti, per NON uscire dall'Europa, a uscire dall'Euro. E' l'unico modo per adottare una soluzione keynesiana avendo riacquistato sovranità monetaria. Mi scuso per la sintesi un po' rozza ma spero in compenso sia chiaro il tema. Ora, è da dimostrare che, anche nell'assetto politico dell'Europa attuale, non siano praticabili, per impedimento politico esterno, politiche di sostegno della domanda aggregata, pur con un fiscal compact che è tutto il contrario del deficit spending di classica memoria.
Non è dimostrato che sia così. Il punto è però, a mio avviso, ancora un altro. Perché la spesa pubblica in deficit non si traduca in pura inflazione, che colpisce comunque i redditi da lavoro senza aiutare l'economia a riprendersi, sono necessarie due condizioni.
La prima, banalmente, è che quella spesa alimenti (direttamente o tramite aumento dei consumi finali) investimenti capaci di generare aumenti di produttività. Di sistema, non certo soltanto in termini di valore aggiunto per ora lavorata, ciò che rinvia, insieme al tema dell'ammodernamento del sistema produttivo, a quello delle riforme, come si diceva un tempo, strutturali: giustizia, credito, fisco, pubblica amministrazione, diritto societario, servizi e public utilities, ecc. ecc.. Insomma, tutto il lungo elenco di fattori su cui le classifiche internazionali condannano il nostro paese alle retrovie.
La seconda, forse meno scontata anche se dovrebbe esserlo, è che i frutti della crescita, una volta tornati nella fase ascendente del ciclo, vadano a ripagare il debito.
Il nostro Paese è mancato a entrambi gli obblighi.
Non possiamo nascondercelo, anche se dovrebbe essere del tutto chiaro che non sarà mai un motivo sufficiente per essere oggi condannati alla recessione e a far pagare il peso della crisi a chi ne ha meno colpe.
Per il nostro Paese è ora di uscire. Non dall'Euro, ma dalla storia degli ultimi trenta anni. Finalmente
Il fatto è che, Europa o non Europa, Euro o non Euro, Euronord o Eurosud, dobbiamo imboccare un'altra strada rispetto a quella che i rappresentanti politici che il nostro popolo ha eletto hanno percorso in tutti questi anni. E non parlo solo degli ultimi anni perché è la storia che si trascina dalla fine degli anni Settanta, quando è stata data una soluzione autoritaria e classista (contro il lavoro) alla crisi sociale che si era aperta durante il decennio precedente. Il processo non è stato lineare, ci sono state fasi in cui una linea “pro-labour” (come si dice nel resto del mondo) ha fatto capolino e ha portato anche qualche risultato. Sono stati anche i soli anni in cui l'economia è cresciuta e il debito è calato. Ma il trend di lungo periodo è stato quello.
Se ancora una volta, intendo dire in conclusione, la sinistra italiana si lasciasse abbagliare dalle ipotesi fantasiose prodotte dall'estremismo corporativo di una destra classista, perdendo di vista i fondamentali della questione, e si facesse irretire da uno sciagurato incantesimo, quello delle sirene anti-euro, perderebbe ancora una volta un appuntamento con la storia che il 1989 sembrava averci regalato per invertire quella tendenza e che è stato invece buttato alle ortiche.
Uscire dall'euro per non essere capaci di uscire dalla storia degli ultimi trent'anni sarebbe il tragico coronamento di una fase regressiva. Da cui invece la sinistra (non la destra moderata, che di quella fase è stata levatrice, né Monti che ne è pur sempre espressione) ha il compito storico di liberare finalmente il Paese.
 

martedì 25 settembre 2012

In ricordo di Nicola Trematerra


Nicola Trematerra ci ha lasciato troppo presto. 
Non ha fatto in tempo a vedere la sua Regione come aveva sempre desiderato vederla. Ma ha portato come pochi altri il suo sassolino perché potesse vederla il suo Raffaele. Lo ha fatto senza esibirsi, con tenacia, con passione, con una dedizione verso gli altri, i più deboli, che dovrebbe essere d'esempio per chiunque abbia questo ideale, di solidarietà e di giustizia.
Lo abbiamo pianto in tanti, domenica scorsa, a Fossalto. E ci siamo stretti intorno a Graziella, che lo porterà nel suo cuore. E a Raffaele, tenerissimo nel suo sgomento.
Che la CGIL non sia riuscita a trattenerlo è un fatto che mi ha sempre rattristato. Ma credo di poter dire, con cognizione di causa, che il suo apporto è stato fondamentale per Italia Lavoro spa, non solo nell'ambito del Molise. E soprattutto credo che molti lavoratori che si sono ritrovati nella posizione più difficile, espulsi dal posto di lavoro, abbiano incontrato in lui chi si faceva carico dei loro problemi. Non solo per promettere o per consolare, ma per costruire una soluzione efficace e percorribile. Con dedizione, con partecipazione sincera, oltre che con bonomia.
Per questo in tanti gli hanno voluto un gran bene. Per questo ha lasciato un vuoto incolmabile.
Per questo non sono riuscito a trattenermi dal dedicare qualche parola a questo grande amico. Anche se, per come l'ho conosciuto, credo che non avrebbe gradito questa pubblicità, questa mancanza di riserbo. Se non sono riuscito a farne a meno, dovunque tu sia, ti chiedo perdono.

venerdì 14 settembre 2012

Filiera. Territorio. Qualità. 2a parte


Riprendiamo il tema delle prospettiva Arena - Solagrital dal punto in cui lo avevamo lasciato nel post precedente.
Prima merita però un accenno, ancora una volta, la situazione Zuccherificio. Dall'incontro con le rappresentanze sindacali nazionali dello scorso 11 settembre sembra emergere la consapevolezza, da parte di queste ultime, della centralità del tema dei “distaccati” ritornati presso la “old-co.” (ovvero presso lo Zuccherificio del Molise spa). Attraverso questo problema si riescono a inquadrare nel complesso le prospettive dell'intera operazione concordato preventivo–newco–dismissione e si comprende se si stia lavorando a un possibile rilancio della filiera ovvero alla liquidazione, cioè ad un'operazione di carattere finanziario, con altri scopi. Stando al verbale dell'incontro, per quei lavoratori (rimasti attualmente in 28) si dovrà “prevedere il ricorso a tutti gli strumenti utili a gestire la fase di tutela e di piena occupabilità, verificando tutte le condizioni tecniche, organizzative e produttive possibili”. E' un significativo passo in avanti, quanto meno verso la consapevolezza di quale sia la strada da percorrere, che passa per soluzioni “tecniche, organizzative e produttive”. Non si parla, non a caso, di condizioni finanziarie, che per i 28 rimasti alle dipendenze dello Zuccherificio non hanno alcun senso. L'occupabilità implica una produzione in piedi, che trovi riscontro sul mercato. Quello deve rimanere l'orizzonte e i 28 non possono aspirare ad altro che a quello, che significa la salvezza della filiera e di tutti i suoi componenti.
Quanto all'altra filiera minacciata di estinzione, quella del pollo, abbiamo concluso il post precedente segnalando che il cerino è ora nelle mani della Regione.
Vediamo più da vicino che cosa significa.
Il concordato preventivo avviato per Arena Spa poggia tutto sull'accettazione da parte di Solagrital e quindi (posto che il socio minoritario è Arena, che non può non approvarlo ma per evidenti motivi non ha voce in capitolo) da parte del socio di maggioranza, la Regione.
Può rifiutare? Condannerebbe Arena, perdendo così i suoi crediti (quelli vantati da Solagrital e gli affitti). Salverebbe almeno Solagrital? No, perchè disgrega la filiera molisana. A monte, perché perde credibilità nei confronti degli allevatori “soccidari”, che già stanno migrando verso altri lidi (in particolare, per quanto mi consta, verso Aia); a valle perché perde il traino del marchio Arena ed esce quindi dai canali della Grande Distribuzione (o al più vi occupa posizioni del tutto marginali).
Dovrebbe perciò, quasi inevitabilmente, liquidare Solagrital. Lascio ad altri più ferrati di me l'onere di avanzare congetture sulla praticabilità di una soluzione che vedrebbe l'Ente Pubblico Regione portare al fallimento una sua partecipata. Potrebbe avanzare la richiesta di un concordato preventivo con qualche speranza di vederlo accolto dai creditori? Potrebbe sottrarsi, in caso di rifiuto, all'onere di soddisfare integralmente i creditori (non solo quelli privilegiati)? E, trattandosi degli allevatori soccidari, posto che ve ne fossero le condizioni legali, potrebbe sopportarne anche le conseguenze politiche?
Non mi sento di dare una risposta ma esprimo forti dubbi. Credo, in definitiva, che sia una situazione impercorribile a meno di un esborso della Regione che vada a coprire tutte le pendenze che gravano su Solagrital (senza rientrare dei crediti vantati verso Arena se non per le briciole). Per poi ritrovarsi con un pugno di mosche in mano. Il deserto produttivo, lo smantellamento dello stabilimento di Monteverde e l'elemosina degli ammortizzatori sociali per le centinaia di lavoratori che vi operano, l'abbandono degli allevatori del Matese al loro destino, alla ricerca di qualche compratore in regioni distanti, a prezzi in caduta libera.
Non è un film dell'orrore, di pura fantasia. E' la conseguenza ineludibile di un fallimento, politico e sociale prima che economico.

L'alternativa dunque qual'è? Ripianare tutti i debiti con denaro pubblico e permettere alla ruota di continuare a girare?
C'è chi spera ancora che si possa fare. Basterebbe risolvere il (piccolo) problema di reperire quel denaro pubblico. Se qualcuno sa dove trovare un centinaio di milioni (è l'ordine di grandezza, dieci più o dieci meno) per salvare sia Arena che Solagrital con piena soddisfazione dei creditori, sia il benvenuto. Il gioco è fatto.
O forse no. Perché c'è da verificare che la ruota, riprendendo a girare, non continui ad accumulare quei passivi annui che sono stati registrati ultimamente. Se così non fosse, la ruota dovrebbe girare a carico (totale) delle casse della Regione. Ovviamente, nessun privato si farebbe carico di una “macchina” che produce perdite anziché utili.

Nessuna delle due soluzioni estreme è dunque percorribile. In mezzo c'è una strada stretta, che passa per alcuni punti fermi.
Il primo è la ricomposizione della filiera.
Arena e Solagrital sono ai ferri corti. Lo sono i due vertici, ma quello di Arena intende chiaramente farsi da parte non appena in Borsa si presenti un compratore che intraveda una via di rilancio. Quello di Solagrital ha rimesso il mandato, a partire dal rappresentante di Arena. Dunque il campo è libero.
E' qui dunque che la Regione è attesa alla prova. Non può sottrarsi, deve dimostrarsi capace di “reggere il cerino”, senza bruciarsi, perché non c'è nessun altro a cui girarlo. Deve rimettere insieme la filiera.
Le condizioni politiche per riuscire in questa impresa sono pesantissime per la Giunta Iorio. Perché non può più difendere la catena di comando con cui ha finora stretto un patto di ferro. Deve trovare un compratore. Arena è in Borsa, dunque l'operazione deve essere trasparente, i compratori saranno controllati da Consob e piccoli azionisti e dovranno dimostrarsi affidabili per il futuro, oltre a dover offrire condizioni credibili di rilancio. Con questi vincoli, nessun privato accetterà di farsi carico di chi ha alle spalle questa disfatta. Perciò la Giunta Regionale deve rinnegare la sua storia (e i suoi compagni di avventura).
Dubito che possa farlo ed è per questo che dovrebbe avvertire il senso di responsabilità di farsi da parte senza indugio. Il fallimento di Solagrital è il fallimento di questa Giunta. Ma una Giunta non porta libri in Tribunale. Questa, piuttosto, si è presentata in Tribunale per restare in carica e resisterà ancora fino al 16 ottobre. Qualcuno dovrà dunque sostituirsi alla Giunta nel gestire e portare a buon fine questa operazione. Sostituirsi, ribadisco, non dare una mano, che significa scendere a patti. Non ci sono patti percorribili. Non perché si debba essere spietati con gli sconfitti ma perché il mercato è senza cuore, si basa su calcoli, non su sentimenti. E' la politica che deve dare un'anima al mercato, torno a ripeterlo come nel post precedente, ma è a sua volta condizionata dalla sua dura aritmetica. Del dare e dell'avere.
Ricomporre dunque la filiera. Con un management nuovo. Con cui confrontarsi sulle condizioni politiche, che la Regione, parte pubblica e perno di tutta l'operazione, deve porre in termini inderogabili (pur nel rispetto dei vincoli di bilancio).
E veniamo dunque al cuore del problema. La filiera non può che essere ricomposta sul territorio. A chilometri zero, come si usa dire oggi.
Diciamolo con altre parole. Chi compra il marchio Arena non può andare comprando i polli, su cui applicarlo, in giro per il mondo. Né può appiccicarlo su polli che già produce da qualche altra parte. Deve vendere prima di tutto, con quel marchio, i polli prodotti nel Matese. Che significa, allevati nel Matese e macellati a Monteverde di Boiano.
Ne consegue, per un calcolo economico elementare, che deve riacquistare lo stabilimento e stipulare in prima persona i contratti di soccida. E che Solagrital deve essere liquidata e venduta di nuovo ad Arena. Più esattamente, a chi avrà acquisito il controllo del pacchetto azionario di Arena investendo i capitali necessari.

E la storia dal '94 al 2000 che fine fa? Archiviata. Archiviata l'operazione della scissione, la polpa (i segmenti della filiera a maggiore valore aggiunto) al privato, l'osso (quelli a minore valore aggiunto, o privi del tutto di margini) al pubblico. L'astuzia di allora, congegnata per salvare la fetta molisana di Arena dal disastro veronese, ha retto per l'emergenza ma appena è stata trasformata in un meccanismo “a regime” ha mostrato tutta la sua fragilità, aviaria o non aviaria. Non ci può essere un segmento produttivo e uno che perde quattrini. C'è un ciclo di lavorazione che deve essere, nel suo assieme, improntato alla qualità.
Si può fare? Certo. E si deve fare. Nelle mani di chi ha l'esperienza e la competenza per farlo.

Che cosa significa?
Qualità degli allevamenti. Mangimi, la cui produzione del resto dovrebbe rientrare il più possibile nel ciclo “corto” della filiera; condizioni ambientali, interne agli allevamenti e verso l'esterno (emissioni e rifiuti); selezione dei caratteri.
Qualità della lavorazione, in tutte le fasi. Innovazione nei processi (i margini sono ristretti ma ci si deve aggiornare di continuo) e soprattutto nei prodotti, che possono apparire standardizzati ma offrono invece spazi sempre nuovi all'inventiva. Condizioni ambientali (come sopra), tracciabilità, trasparenza.
La strategia commerciale segue il percorso della qualità e ne trae forza. Si sviluppa poi secondo le sue logiche specifiche. I marchi sono più di uno, si può pensare di differenziare gli standard e quindi i target di mercato (e i prezzi) per non lasciare sguarnita nessuna fascia, dalle boutique gastronomiche fino ai discount. E ci si può rivolgere, senza paura di passare per visionari, ad un mercato estero in crescita, di volumi e di prezzi. Purché non si commetta l'errore di spacciare per pollo di qualità quello che si compra a poco sui mercati emergenti, né quello di svendere sotto costo, per pagare cambiali in scadenza, un pollo “dal sapore di una volta”, allevato nel rigoroso rispetto dei più elevati standard di qualità, “sputtanando” un marchio pregiato .

Non essendo un esperto di economia aziendale, so di essermi limitato a considerazioni non troppo originali. Ma avverto il dovere di metterle nero su bianco in una situazione in cui sembra essersi eclissato perfino il banale buon senso. E ne traggo spunto per toccare su un tema che è stato oggetto di considerazioni non banali da parte di analisti di tutto rispetto. Il tema è quello del modello di business su cui aveva impostato sin dall'inizio tutta la sua strategia Dante Di Dario, peraltro con buoni risultati iniziali.
L'idea guida, di fare del territorio d'origine il certificato di qualità del marchio per promuovere il prodotto in una fascia di mercato più alta e perciò più remunerativa era un'idea sballata, una pia illusione? Qualcuno l'ha definita come l'idea del “pollo fashion”, il pollo griffato, per stabilire un parallelo con la strategia commerciale di Tonino Perna all'Itierre. Ma se la definizione è senz'altro brillante, rischia però di svilire quello che merita invece, a mio parere, di essere salvaguardato in quella idea. Perché non è l'idea di una interconnessione tra qualità del prodotto e qualità del territorio che ha portato alla catastrofe, quanto l'incapacità di tener fermo a quella idea a causa dei presupposti su cui era stata costruita la scomposizione della filiera. A causa insomma della scelta di fare delle prime e seconde lavorazioni (se non anche delle terze) un segmento “bad” per riservare tutto l'investimento sulla qualità ai segmenti a valle, alla Newco Arena spa.
Al nesso territorio – qualità, per la filiera ricomposta, si può dunque tornare.
Occorre tagliare? I conti devono tornare, certo. Ma (qui parlo da economista del lavoro) non è alto il costo per ora lavorata (salvo che per qualche segmento in alto) e non deve dunque essere tagliato. Deve anzi tornare a crescere per allinearsi agli standard correnti. E' invece alto il costo per unità di prodotto, ma dipende da altri fattori. Troppe ore lavorate (poca produttività) per unità di prodotto e costi troppo alti delle transazioni intermedie.
Chiunque si sia avvicinato appena un po' a quel mondo sa perfettamente dove si annidano sacche poco produttive. E quali fattori pesano sulle transazioni intermedie. Il primo è un problema che si risolve da solo nel momento in cui si verifica un ricambio del management con acquisizioni dall'esterno (non da Marte, devono semplicemente essere esenti da condizionamenti, anche senza venire da lontano). Il secondo rinvia a quanto detto in precedenza sul rinnovamento di tutti i segmenti della filiera, a monte (allevatori) ma anche a valle (commerciali).
Occorre investire denaro pubblico? Non sto qui a fare i conti che starà all'oste fare una volta che il pranzo sarà stato ben cucinato. Dico però, senza il timore di essere contraddetto, che le risorse che la Regione deve mettere in campo sono soprattutto quelle politiche. Di indirizzo. Di cooperazione tra i soggetti coinvolti, istituzionali e non, collettivi e non (individui). Si devono coinvolgere i coltivatori (mangimi), gli allevatori, i lavoratori dello stabilimento, la “forza vendita”. E' questo che serve per rinnovare i segmenti della filiera e riportare il conto economico in equilibrio espandendo i volumi prodotti. Si deve fare marketing territoriale per attrarre investitori e promozione di immagine, del territorio e non solo del marchio. Compiti che la Regione dovrebbe assolvere in via ordinaria ma hanno assunto il carattere di impegni straordinari.

Infine un accenno agli investitori. Ci sono fondi di investimento (anche esteri, come i fondi pensione). Capitali investiti nel ramo, che sarebbero in grado di valutare le potenzialità della filiera molisana, pur sempre la più meridionale in Italia. Trovo però da riprendere e da non lasciar cadere assolutamente lo spunto che viene offerto da alcuni commentatori a proposito di forme di partecipazione dei lavoratori all'acquisto di quote, anche importanti, della società.
Non mancano le competenze, né le idee, né la passione civile, né la rettitudine. Mancano i capitali necessari? Ecco una sfida che dovrebbe sollecitare le migliori energie in campo finanziario. Non quelle speculative, ma quelle che hanno come ragione sociale il sostegno al capitale di rischio in imprese con buone potenzialità e patrimonio scarso (o nullo). Ci sono esempi anche molisani in questo campo. Potrebbero sentire un richiamo del cuore. Per mettere in moto il freddo calcolo, si intende. Orientandolo, però, anche col cuore.